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Mario Martone: "Il passato per parlare dell'oggi. Gli steccati non sono mai la soluzione"

Il regista napoletano presenta 'Capri Revolution', in sala a Natale, su una comunità hippie di inizio Novecento. E si prepara a raccontare Eduardo Scarpetta con Toni Servillo
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A Capri all'inizio del Novecento viveva il pittore e utopista tedesco Karl Diefenbach che nell'isola al largo di Napoli stabilì la sua comunità, un mondo hippie ante litteram fatto di rapporto stretto con la natura, di relazioni antiborghesi, di musica e arte, di rifiuto della violenza che sia la prima guerra mondiale che sta per scoppiare o quella nei confronti degli animali: erano tutti vegetariani convinti. A partire da questo fatto storico Mario Martone è partito, insieme alla compagna cosceneggiatrice Ippolita di Majo, per raccontare la storia di Lucia, una giovane che alleva le capre e incrocia il suo destino con quello di Seyboud, personaggio di invenzione ma ispirato a Diefenbach. Mentre l'Europa si prepara al massacro imminente e il mondo è diviso in forze contrastanti, una giovane che alleva capre trova la forza di volontà di ribellarsi fino a incontrare il suo destino rifiutando entrambe le visioni maschili che le sono state proposte, che sia quella del maestro con la sua spinta filosofica ed esistenziale o quella del medico del paese, diviso tra la fede nella scienza e quella nel progresso socialista. Capri Revolution, dopo la presentazione a Venezia, arriva nelle sale il 20 dicembre insieme al volume edito da La Nave di Teseo.

'Capri Revolution' - il Backstage del film di Mario Martone


Il film è stato presentato alla Mostra di Venezia, ora arriva nelle sale. È a modo suo un film di Natale, a che pubblico si rivolge?
"Il pubblico di questo film è sicuramente trasversale, come era già stato per Il giovane favoloso che ha portato al cinema moltissimi giovani, ma anche tante persone mature che non andavano al cinema da tempo. La scelta di far uscire il film a Natale da un lato è coraggiosa perché non è un film con attori famosi, ma d'altronde posso essere sicuro che non somiglierà a nessun altro titolo delle feste. È il frutto di un processo molto speciale, un flusso realizzato insieme a tutti quelli che ci hanno lavorato, la coreografa, i musicisti, gli attori, la troupe intera. È stata per noi un'esperienza vitale e vorremmo che lo fosse anche per il pubblico, un'esperienza collettiva".


Il film è in costume, parla di un'epoca lontana ma si relaziona direttamente al nostro presente.
"Anche negli altri film della trilogia, Noi credevamo e ancor più Il giovane favoloso, c'era questo intento. Il film affronta tutti temi che ci riguardano: dal rapporto con la natura alla riflessione sulla società, sulla sua economia, le questioni erano quelle allora e lo sono ancora oggi. Quello che può dare la storia è una profondità di veduta che ti permette anche un viaggio nel tempo attraverso l'arte, la musica, la danza. Si tratta non tanto di ricostruire un passato ma di fornire una prospettiva per comprendere il nostro presente".

'Capri Revolution', un film in costume pieno di effetti speciali


La ricostruzione storica è accurata ma il film si prende molte libertà stilistiche.
"La stessa libertà dell'immaginazione che abbiamo avuto nella scrittura ce la siamo portata sul set. È stata una creazione collettiva, un'elaborazione. Immaginare e poi realizzare una scena non realistica come il volo di Lucia poteva essere un azzardo ma il senso di libertà ci ha guidato".

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È parecchio tempo ormai che con il suo cinema rimane ancora al passato, si è chiesto perché?
"È come se fossi stato imprigionato in questa macchina del tempo da Noi credevamo in poi, ma è una macchina che mi tiene anche ancorato al presente. Posso citare il bellissimo film di Nanni Moretti Santiago, Italia; pochi film come quello parlano dell'Italia di oggi però a partire da una prospettiva storica. Nel nostro modo di vivere il presente stiamo perdendo profondità e complessità, ci stiamo appiattendo; venire al mondo e stare al mondo è una cosa complessa. Viviamo un tempo in cui ci illudiamo di semplificare la complessità attraverso cancelli, muri, steccati, cancellazione dell'altro, tutto questo è folle e alla fine i nodi vengono al pettine. Avere a che fare col passato vuol dire richiamare questa complessità. Però ho appena finito di girare Il sindaco del rione Sanità, che è la versione cinematografica dello spettacolo teatrale che abbiamo messo in scena con gli attori della periferia di Napoli, San Giovanni a Teduccio che invece è un racconto assolutamente contemporaneo".

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Ma ora torna sulla macchina del tempo per 'Qui rido io'.
"Ho tirato il fiato e ora torno in apnea per Scarpetta. È un film di cui non posso dire nulla, se non il piacere di tornare a lavorare con Toni Servillo. Lo volevamo da molto tempo e adesso questo è il progetto giusto".

Il Madre · museo d'arte contemporanea Donnaregina di Napoli e Contrasto pubblicano 'Mario Martone. 1977-2018 Museo Madre', il volume monografico che – come la grande mostra retrospettiva a cui è collegato, tenutasi dal 1 giugno all’8 ottobre 2018 al museo Madre – raccoglie e racconta i quarant'anni del percorso artistico di uno dei registi più poliedrici del panorama italiano, articolatosi tra performance, cinema, teatro e opera lirica. 

Con il libro che segue la mostra al Madre in qualche modo si fa il punto su più di 40 anni di carriera.
"Non ho voluto fare una mostra retrospettiva, ma ho scompaginato il tempo e infatti il titolo ha tutti i numeri rovesciati con l'8 a comporre l'infinito. Il viaggio nel lavoro è stato fatto senza un ordine cronologico, montando immagini che provengono da linguaggi diversi: teatro, cinema e opera. Un flusso che alla fine restituisce una spinta vitale che sta dietro ogni percorso artistico, ma che è anche alla base di ogni forma di vita collettiva. Ed è quello che manca nel tempo nostro".