30 anni senza Sergio Leone, l'inizio di 'Per un pugno di dollari'
Poi arrivò il tempo dei “sandaloni”, ovvero Gli ultimi giorni di Pompei (1959), in cui prese il posto del regista Mario Bonnard, malato (ma non figurò nei titoli), e Il colosso di Rodi (1961), dove riuscì a far fruttare il misero budget di cui disponeva. Però il filone si stava esaurendo, il pubblico cominciava a disertarlo: urgeva un nuovo genere che s'installasse nei gusti delle platee, sostituendo il messaggio semplice e un po' ingenuo del peplum. Là dove gli eroi di questo erano costoloni buoni dalle grosse braccia, sempre pronti a difendere il popolo oppresso da qualche tiranno, cominciava a profilarsi sullo schermo un nuovo tipo di antieroe: solitario, cinico, poco interessato alle vittime ma moltissimo ai dollari, da qualsiasi parte provenissero.
'C'era una volta Sergio Leone', dopo Parigi la mostra a dicembre a Roma
'C'era una volta Sergio Leone', parafrasando i titoli dei suoi celebri film, è una grande mostra curata dalla Cineteca di Bologna. Dopo Parigi, dove la mostra è stata presentata in anteprima, l'esposizione arriva a Roma dal 16 dicembre al Museo dell'Ara Pacis. Nell'anno in cui ricorrono due importanti anniversari legati a Sergio Leone: i 90 anni dalla nascita (3 gennaio 1929) e i 30 anni dalla scomparsa (avvenuta il 30 aprile 1989) un'occasione attraverso materiali straordinari di ripercorrere la filmografia e il lavoro di questo grande maestro. La firma Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna che lavora da anni sul cinema di Leone, con i restauri dei suoi film (come quello di 'Per un pugno di dollari', presentato da Quentin Tarantino a Cannes nel 2014 per i 40 anni del film) e diverse altre mostre e pubblicazioni.
Leone fu, se non il primo, uno dei primi a convertirsi allo spaghetti-western, di cui colse e distillò l’essenza diventando subito il più celebre regista del genere; che, grazie a lui, avrebbe foraggiato l’industria cinematografica italiana per più di un decennio. Sergio, del resto, non poteva sbagliare, unendo l’amore per i classici di Ford, Zinnemann, Aldrich con una inclinazione per la cultura giapponese che ritroveremo sia nei soggetti, sia nelle “maschere” impenetrabili di alcuni cowboy. Nel 1964 il suo primo western, Per un pugno di dollari (che uscì firmato Bob Robertson, in onore allo pseudonimo paterno), stupì e conquistò il pubblico, col suo eroe dalla faccia di pietra (il semisconosciuto Clint Eastwood, dopo che il poco lungimirante Rory Calhoun, già protagonista del Colosso di Rodi, aveva disdegnato il ruolo), con le musiche orecchiabilissime di Ennio Morricone e con una nuova, esibita amoralità, consona ai tempi che si andavano profilando. È noto che il film procurò a Leone parecchie grane: largamente basato sulla Sfida del samurai di Akira Kurosawa, suscitò le ire del maestro giapponese; che intentò una causa al collega italiano, vincendola.
Tuttavia Per un pugno di dollari non era un colpo di fortuna, o un mero frutto del caso. L’universo che, in un sol colpo, aveva creato, esigeva di essere ripreso e valorizzato. Lo fu doppiamente: con Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo; che, assieme al prototipo, andarono a comporre la famosa "trilogia del dollaro". Poi Leone, circonfuso di fama e riconoscimenti internazionali, volle ampliare ulteriormente le proporzioni delle sue opere e – come dire? – l'angolo visuale del suo acuto occhio registico. Lo fece con un blockbuster come C'era una volta il West, fitto di star che aveva amato da spettatore seduto il platea (Henry Fonda, Charles Bronson); col suo film "rivoluzionario" Giù la testa; con la maxi-saga gangsteristica C'era una volta in America, dalla visione troppo europea per piacere al pubblico americano. E c'è da giurare che l'avrebbe fatto all’ennesima potenza con L'assedio di Leningrado, che si preparava ad andare a girare on location in Russia, pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco a soli sessant'anni.
30 anni senza Sergio Leone, la sequenza ritrovata di 'C'era una volta in America'
Che Sergio Leone abbia contribuito in modo decisivo a cambiare il modo di usare la cinepresa, inaugurando un suo (e molto imitato) stile di "cinema moderno", lo hanno detto voci autorevoli del mestiere, da Clint Eastwood a Quentin Tarantino, cui sarebbe troppo facile accodarsi. Piace, invece, ricordare un episodio che dimostra come il regista non fosse narcisisticamente innamorato dei propri film, ma riflessivo e sempre pronto a migliorarsi. Lo ha raccontato così, per i suoi novant’anni, il complice e collaboratore di una vita, Ennio Morricone: "un anno dopo l’uscita Per un pugno di dollari era ancora nelle sale e con Sergio andammo a vederlo al Cinema Quirinale. Uscendo, ci guardammo e, nello stesso istante, esclamammo: che brutto film abbiamo fatto!".