Spettacoli

Fabrice Luchini, un divo nel segno della leggerezza

Celebrato al Biografilm di Bologna, ha presentato il suo ultimo film 'Il mistero di Henri Pick' tra giallo e commedia. "Francia e Italia stanno vivendo un periodo inquietante, la salvezza potrebbe essere nell'arte su cui si fondano entrambi"
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Fabrice Luchini non riesce a stare fermo, gesticola, parla declamando come se stesse sul palco di un teatro. Alterna la sua lingua, il francese, a qualche parola italiana: molto poche, a dire la verità, per essere figlio di un venditore di frutta e verdura che da Assisi si è trasferito a Parigi. Fabrice Luchini è oggi un divo del cinema francese, in Italia è arrivato perché il Biografilm Festival di Bologna (7-17 giugno) lo ha omaggiato con il Celebration of Lives Award e ha mostrato in anteprima i suoi prossimi due film, Alice et le Maire di Nicolas Pariser e Chi l'ha scritto? - Il mistero di Henri Pick (Le mystère Henry Pick) di Rémi Bezançon. Quest'ultimo uscirà in sala nel nostro Paese il prossimo autunno, distribuito da I Wonder Pictures. L'attore è incontenibile quando elogia l'Italia, Rimini, Cesenatico e tutta la riviera adriatica dove da piccolo si trasferiva per le vacanze. "I francesi sono degli italiani di cattivo umore" dice citando Cocteau e "siete un popolo così allegro ed elegante che non si direbbe che il vostro capo è Salvini", si lascia scappare prima di precisare "non giudico la politica dei Paesi che non sono il mio, perché non ne sono legittimato", chiudendo con un pensiero di speranza: "La Francia e l'Italia stanno vivendo un periodo inquietante della loro storia, ma sono entrambi Paesi fondati sull'arte e potrebbe essere proprio l'arte a salvarli".

'Le mystère Henri Pick', il manoscritto del pizzaiolo - trailer



È il fiume in pena Luchini a dire quello che tutti hanno iniziato a pensare: "Sono come Roberto Benigni" e non solo per la divertente irruenza, "il mio genere è forse diverso ma è l'attore che più di altri collegate alla letteratura". Le letture teatrali, Céline, Baudelaire, Flaubert, Molière, sono infatti il suo pane quotidiano. In Il mistero di Henri Pick una delle scene più spassose e sorprendenti è un'improvvisazione su Marguerite Duras. Luchini nel cinema si è fatto strada grazie ai film di Rohmer, poi ci sono stati Claude Chabrol, Costa-Gavras, ma di questa nuova generazione di registi che lo dirigono ora l'attore dice: "Sono tutti alla loro opera prima ogni volta che iniziano un nuovo film, non esiste un brevetto di anzianità per la regia".


Tratto dall'omonimo romanzo di David Foenkinos, Il mistero di Henri Pick, a metà strada tra giallo e commedia, racconta di un manoscritto, Le ultime ore di una storia d'amore, ritrovato nella biblioteca dei libri rifiutati dagli editori di un piccolo paese della Bretagna. È un'ambiziosa, giovane editrice (Alicie Issaz) a fare la scoperta e a decidere, una volta rimasta impressionata dalla potenza dell'opera, di pubblicare il libro. In pochi mesi la storia del parallelismo tra la fine di un amore e le ultime ore di vita dello scrittore russo Puškin, diventa un bestseller. L'autore di questa perla sarebbe, appunto, Henri Pick, pizzaiolo locale di cui nessuno, nemmeno la moglie, conosceva la passione per la scrittura. Proprio per questo motivo Jean-Michel Rouche (Luchini), snob e arrogante critico letterario riciclato presentatore tv, si mette di traverso alla favola di cui tutta la Francia si è innamorata, convinto che non possa essere un semplice pizzaiolo l'autore di un così grande romanzo e inizia la propria indagine per arrivare a scoprire chi ha scritto davvero Le ultime ore di una storia d'amore.

Luchini, si è divertito a interpretare questo personaggio?
"Sì enormemente. Divertirsi è una condizione fondamentale per la riuscita di un'interpretazione, poi però la riuscita del film non dipende dal fatto che l'attore si diverta".

Come è diventato Jean-Michel Rouche?
"Jean Michel è una conchiglia vuota, non è, ad esempio, come Don Giovanni che invece è un archetipo, un tipo. L'attore deve avere la capacità di perdersi, di dimenticare se stesso per incarnare Don Giovanni e invece di riempirsi per interpretare Jean Michel che è un involucro vuoto. È questo il piacere per un attore che recita: capire quando deve sparire e lasciare spazio al personaggio e quando invece deve apparire per riempire il personaggio".


Tra riferimenti ad autori russi e francesi il rischio era che il film risultasse troppo sofisticato. Così non è, come siete riusciti ad aggirare l'ostacolo?
"Sicuramente il merito è stato in gran parte del regista, Rémi Bezançon fa sua l'esigenza di una leggerezza per timore di una pesantezza interiore. Quindi da un lato ci sono il tratto tipico e il talento del regista, dall'altro, dal lato della mia interpretazione, c'è una sorta di marchio di fabbrica perché la mia ambizione è proprio quella: la leggerezza. È vero, poteva essere un film pesante ma non lo è. Il risultato è una storia estremamente divertente".

L'improvvisazione su Marguerite Duras è strepitosa, ce ne sono state altre?
"Abbiamo fatto più che altro piccoli cambiamenti al testo perché Rémi ha la capacità di lasciare un attore assolutamente libero di impossessarsi dei dialoghi in base alla sua capacità di interpretali. Quindi con lui la possibilità di cambiare le parole c'è sempre. La scena madre improvvisata è quella su Marguerite Duras e poi tutt'attorno c'è la capacità di un attore di far sembrare improvvisati dei dialoghi che sono tutti scritti e suscitare esattamente l'impressione contraria".