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(afp)

Marion Cotillard: "Dopo Edith Piaf canto ancora al cinema"

L'attrice francese, premio Oscar per 'La vie en rose', sarà una cantante lirica nel film Annette di Leos Carax. Ospite al Festival di Marrakech, ripercorre la sua carriera tra Parigi e Hollywood e i set con Nolan e David Bowie
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Il volto pallido di Marion Cotillard risplende sullo schermo gigante montato nella piazza Jamaal El Fna nei giorni del Festival di Marrakech, i tormenti della sua Lady Macbeth sembrano lontani dal brusio del mercato, cobra ammaestrati e sigarette venduti sui tappeti, le bancarelle di frutta secca e melograno, le contrattazioni spasmodiche. Prima della proiezione, l’attrice francese più famosa nel mondo si è affacciata nella piazza simbolo di Marrakech per salutare la folla. Ha appena finito di girare il nuovo film di Leos Carax, Annette storia di una coppia di cantanti cui nasce una figlia speciale... "Con Leos ne parlammo due anni fa, ma non ero disponibile perché ero incinta del mio secondo figlio. Poco tempo fa il produttore mi ha richiamato, “il ruolo è ancora tuo”….la storia è unica, profonda, folle, una commedia musicale. Mi piaceva l'idea di affiancare Adam Driver e soprattutto cantare. Anche se q…
Il volto pallido di Marion Cotillard risplende sullo schermo gigante montato nella piazza Jamaal El Fna nei giorni del Festival di Marrakech, i tormenti della sua Lady Macbeth sembrano lontani dal brusio del mercato, cobra ammaestrati e sigarette venduti sui tappeti, le bancarelle di frutta secca e melograno, le contrattazioni spasmodiche. Prima della proiezione, l’attrice francese più famosa nel mondo si è affacciata nella piazza simbolo di Marrakech per salutare la folla. Ha appena finito di girare il nuovo film di Leos Carax, Annette storia di una coppia di cantanti cui nasce una figlia speciale... "Con Leos ne parlammo due anni fa, ma non ero disponibile perché ero incinta del mio secondo figlio. Poco tempo fa il produttore mi ha richiamato, “il ruolo è ancora tuo”….la storia è unica, profonda, folle, una commedia musicale. Mi piaceva l'idea di affiancare Adam Driver e soprattutto cantare. Anche se qui sono una cantante d’opera e mi sono sinceramente chiesta se sarei stata in grado”.


Da tempo il rischio è il motore delle sue scelte. “A volte dico no a un progetto perché non sento la sfida. Quindi concludo che, onestamente, mi piace essere messa alla prova”. In passato non era così. “Ho finalmente superato tante paure, sul set c’è sempre il senso di sfiducia e le farfalle nello stomaco ma ormai li considero parte del mio processo creativo”. Figlia d’arte, 44 anni, racconta: “Ho sempre voluto essere un’attrice, non solo per via de genitori ma perché ero curiosa di capire come funzionano gli esseri umani.  Allora non lo sapevo ma volevo fare questo mestiere per studiare la natura umana. E poi c’è il piacere, il bisogno di essere guardati, ascoltati, amati dagli altri. E’ una forma di patologia di cui per tanto tempo mi sono vergognata. Mi sono sentita legittimata quando ho scoperto, grazie al pubblico, che riuscivo a trasmettere una vibrazione”. La prima volta sul palco a dieci anni, nel campo estivo “uno spettacolo di ragazzino, io avevo un monologo di una signora delle pulizie. Tutti si sorpresero della mia immedesimazione, fui orgogliosa degli applausi, senza pubblico noi attiri non esistiamo”.

Tra i primi film anche commedie di cassetta come Taxxi “ma non ho mai paura di essere incasellata. Per me l’attore è un camaleonte, sono cresciuta con la libertà di essere chi volevo, senza limiti. La mia fantasia assoluta è recitare in un film in cui nessuno sa che ci sono né lo saprà mai”. Il premio che ha dato una svolta è stato il Cesar per Una lunga domenica di passione. “Il ruolo di una donna che sentivo più forte di come ero io allora. Ne fui terrorizzata. Sul set mi sentii così male da dover far chiamare un medico d’urgenza. Jean-Pierre Jeunet è venuto da me, “io non credo che tu sia malata, credo tu abbia paura”. Aveva ragione. Gli ho spiegato che non ero all’altezza, ho fatto i nomi di colleghe più adatte. Mi ha sorriso affettuoso, mi ha portato sul set. Audrey Tautou, durante la nostra scena, mi ha quasi ipnotizzato con la sua intensità nel darmi le battute Ogni volta che rivedo la scena ricordo il regalo che mi ha fatto”. L'Oscar è arrivato con La vie en rose. “Nella vita ci sono ruoli che ti cercano. Ho studiato ogni dettaglio della vita di Edith Piaf, l’ho compresa profondamente, sviluppato un rapporto di sorellanza con lei. Durante le riprese mi capitava di sognare di essere lei. Anche se io non credo nell’immedesimazione totale, come Daniel Day-Lewis. In Nine era completamente calato nel personaggio, ci chiedeva di chiamarlo sempre Guido, anche fuori dalle scene. Noi attrici, Nicole Kidman, Kate Hudson, Sophia Loren ed io a pranzo ci scherzavamo su, ci sembrava molto bizzarro. Alla fine abbiamo deciso di chiamarlo “maestro”.



Il riconoscimento dell’Academy ha aperto le porte della Hollywood d’autore, Michael Mann, Christopher Nolan. “Un’esperienza potente è stata quella con James Grey per C’era una volta a New York, in cui interpretava una migrante polacca negli Stati Uniti. "Mi sono ricordata della mia compagna di scuola polacca, così isolata eppure fiera, l’ammiravo. Studiare la lunga polacca è stato difficile". Si è sviluppata allora l’ossessione per gli accenti: addirittura imparò il polacco con sfumature tedesche perché il personaggio aveva vissuto al confine tra i due paesi. La sfida massima è stata Lady Macbeth: “Avevo sempre pensato di recitarla a teatro e in francese. Ho avuto paura di rubare il ruolo a colleghe madrelingua, di risultare ridicola”.


Eppure tra le esperienze più esaltanti rivendica quella in Inception di Christopher Nolan “La prima volta che ci siamo incontrati ho chiesto a Leo DiCaprio, “ma tu hai capito tutto della sceneggiatura?”, lui “e tu?”. Ci siamo confessati che brancolavamo nel buio. Abbiamo fatto squadra per decifrare le scene. Riempivamo Nolan di domande e lui sapeva rispondere sempre a tutto con precisione, sul set mi sentivo nervosa e incoerente ma credevo in Christopher e sapevo che lui aveva chiara la visione d’insieme”. Lavorare con DiCaprio “è stato epico. Nel suo modo di recitare riconosco me stessa. Quando lo vedo recitare penso che sentiamo le cose allo stesso modo”. Niente conflitti sul set. “Non potrei, sarei troppo destabilizzata. Non credo in chi ti maltratta per tirarti fuori il meglio, non amo essere manipolata. Detto questo, la mia devozione nei confronti del regista è assoluta”. L’incontro, “oltre ogni immaginazione” è stato con David Bowie. “Quando mi è arrivata la mail dell’agente americano con scritto nell’oggetto “Bowie ha pensato a te” non avevo il coraggio di aprila. Mi voleva in un suo video, ma c’era pochissimo tempo. E nessun volo in partenza per gli Stati Uniti. Ho smosso l’impossibile. Quando ho avvertito il mio agente mi ha scritto. “Non farai in tempo”, e io “Sto decollando”. E chi mi poteva fermare? Bowie aveva un’aura speciale. Spendere anche poco tempo con lui è stato un regalo”. Speciali, in modo diverso, i quattro film girati con Guillaume Canet, attore e regista, marito e padre dei suoi due figli. “All’inizio sul set mi considerava più moglie che attrice e qualche scontro c’è stato, oggi siamo ottimi compagni di lavoro”. Anche la maternità ha segnato un cambiamento. “Ai tempi di La vie en rose mi feci travolgere da Edith Piaf, da quando ho due bambini lascio i personaggi fuori dalla porta di casa”.