Spettacoli

'Caterina', storia di musica e d'anarchia

Dal 21 aprile on demand su CG Entertainment il documentario di Francesco Corsi su Caterina Bueno, tra le maggiori interpreti del canto popolare italiano
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Tra le qualità migliori del documentario c’è quella di far conoscere al pubblico realtà e personaggi meno noti di quanto meriterebbero. E’ ciò che si è proposto il quarantenne Francesco Corsi, regista di Caterina. Invece di realizzare l’ennesimo documentario sui pittori impressionisti o le bellezze d’Italia, Corsi ha tratteggiato una biografia di Caterina Bueno, tra le maggiori interpreti del canto popolare italiano, il cui lavoro certosino per le campagne consentì il recupero di un vasto repertorio di canti tramandati per via orale e che, senza di lei, sarebbero stati dimenticati.

Caterina li cantò per decenni su palcoscenici nazionali e internazionali, collaborò fin da giovanissima con personaggi come l’etnomusicologo Roberto Leydi (nello spettacolo Bella ciao), Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Giovanna Marini, Dario Fo (per il lavoro teatrale Ci ragiono e canto), Francesco De Gregori (che le dedicò la canzone Caterina). Perché, allora, la sua notorietà è limitata a un pubblico ristretto di appassionati? “Come dice la Marini nel documentario – è la risposta del regista – Caterina era una persona di estrema coerenza, per la quale il palcoscenico veniva dopo la ricerca, la sua vera passione. Inoltre teneva l’asticella alta rispetto alle proposte che le venivano fatte: per accettarle, dovevano convincerla davvero. Si aggiunga che, a cominciare dagli anni 80, in Italia la musica folk fu messa da parte e dimenticata”.

Le immagini di Caterina Bueno nel documentario di Francesco Corsi 


Contribuì all’ostracismo anche il mutato clima politico, che non amava i brani rivoluzionari e “sovversivi” cantati da Caterina come Maremma amara o Nostra patria è il mondo intero. Vincitore del premio del pubblico al Festival dei Popoli, Caterina è disponibile on demand dal 21 aprile su CG Entertainment al costo di 4,99 euro. La vicenda della ricercatrice-cantante è ripercorsa secondo una linea non-cronologica, con testimonianze di chi lavorò con lei (come Giovanni Bartolomei, oggi custode delle memorie e del patrimonio artistico di Caterina) e brani di repertorio dalle sue esibizioni (incluso un ciclo sul folk che la Bueno curò per la televisione svizzera). C’è anche una trasferta in Senegal, la cui orchestra nazionale conosce ed esegue le canzoni dell’artista (per la mediazione del suo antico chitarrista Alberto Balia), a dimostrazione della portata globale della musica di Caterina.

A mettere assieme i pezzi che compongono l’esaustivo puzzle hanno collaborato, su sceneggiatura di Corsi, il direttore della fotografia Andrea Vaccari (“Tutto l’impianto visivo lascia spazio alla magia degli archivi e al suono, vero protagonista del film”) e la montatrice Giulia Bertella Farnetti, che li ha assemblati accuratamente e confessa, con apprezzabile sincerità: “Non conoscevo nulla di Caterina, ma ascoltando le testimonianze e immergendomi nei materiali d’archivio mi sono resa conto dell’importanza di mantenere viva questa straordinaria eredità”. Non se ne erano resi conto, invece, gli enti e i produttori ai quali Corsi si rivolse all’inizio per finanziare il documentario. Prima di ricorrere al crowdfunding: cui, con sua sorpresa, hanno risposto molti appassionati, e non solo italiani. Pur dovendo rinunciare alle sale, cui il documentario era destinato prima della chiusura obbligata, ora Caterina può tornare in “tournée” su un palcoscenico online. Come il suo impegno e la sua musica meritano ampiamente.