Walter Matthau, la bella faccia stropicciata di un irresistibile brontolone
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
(agf)
In occasione dei vent'anni dalla morte del grande attore ripubblichiamo il ritratto che ne fece Vittorio Zucconi
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WASHINGTON - Con quella sua faccia confusa come un letto sfatto, un'altra delle grandi maschere che hanno fatto il secolo del cinema si stacca dallo schermo ed entra nell' eterno intervallo dei ricordi, caramelle, gelati, bruscolini e tanta malinconia. Alle soglie degli 80 anni - era dell'ottobre 1920 - dopo una vita di alcol, sigarette, notti bianche, molte donne che in quel letto sfatto avevano gradito accomodarsi e 10 miliardi di lire perduti in scommesse, è morto di cuore Walter Matuschanskavasky, che forse ricordate meglio con il nome d' arte: Walter Matthau. "È sempre stato un pasticcione e lo sapevo che un giorno sarebbe morto" lo ha salutato tentando di strappare un'ultima risata Jack Lemmon che creò con lui, nel gioco perfetto degli opposti, quel capolavoro della commedia americana che è La Strana Coppia.
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In un cinema che ha sempre beatificato il "bello", l'"eroe", il cavaliere solitario di plastica che trotta verso verso i titoli di coda con la bellona di servizio in sella, Matuchs... Machansk... insomma Matthau era la faccia, lo diceva lui stesso, del vicino di casa misantropo, il tizio che incontriamo scappando al lavoro per scambiare al massimo con lui due commenti brontolati sulla partita dei New York Yankees. Zio borbottone, coinquilino impossibile, sciamannato e furbo, cinico e morbido, come l'Oscar della Strana Coppia, come il direttore di giornale in Prima Pagina, come il vecchio attore d'avanspettacolo sfiatato e isterico dei Ragazzi irresistibili, Matthau era l'America di tutti i giorni, l'America degli slums ebrei di Manhattan dove l'uomo non viveva più da anni, ma che i suoi personaggi non avevano mai lasciato. Matthau era la "faccia di New York". La faccia brutta e adorabile di un cinema troppo bello. E la New York che gli stava scavata in faccia, Matthau l'aveva vissuta davvero. La sua biografia vera, fra le tante false che si divertiva a inventare per gli intervistatori ("Mio padre era un prete cattolico ucraino espulso dal Papa per eresia e divennne poi rabbino" diceva guardando l'interlocutore con quegli occhietti sardonici e un po' folli) racconta che lui era figlio di un ebreo venditore ambulante a Kiev emigrato nel 1917 in America con la moglie. Il padre morì che Walter aveva appena tre anni e la madre vedova dovette tirare su la famiglia lavorando come lavandaia. "Abitavamo in monolocali senz'acqua calda, nella East Side di Manhattan, e quando la mamma non aveva gli 8 dollari per l'affitto mensile, ci buttavano fuori. Ho dormito in androni, case abbandonate, rifugi per barboni". Frequentò e finì il liceo, comunque, ma non l'università dove aveva tentato e, per sua e nostra fortuna di spettatori, fallito, il corso di laurea in giornalismo alla Columbia.
Ma nel sottomondo della comunità ebraica di Manhattan, il piccolo Matthau, allora ancora Matuschanskavasky, aveva cominciato ad apparire in spettacolini di quartiere, in piccoli "schtik", come si dice in Yiddish, siparietti comici da dilettanti, divertendo il pubblico, facendo correre il nome, arrivando all'orecchio di altri, più fortunati ebrei che lavoravano a Broadway. La sua prima parte importante, quando aveva 20 anni, fu il ruolo di riserva per la parte di un vecchio arcivesco anglicano, accanto al grande Rex Harrison. Quando l'anziano attore titolare si ammalò improvvisamente e il giovane Matthau fu spedito in scena bardato e truccato da vecchio arcivesco, ad Harrison, che non se l'aspettava, scappò detto un tonante "E tu chi cazzo sei, eminenza?". "Il vostro direttore spirituale, maestà". Il pubblico esplose a ridere, e da allora non smise più. Hollywood aveva tentato di cucirlo nei panni del villain, del cattivo, e così apparve nel suo primo film del 1955, Il Kentuckiano diretto da Burt Lancaster. "Il guaio è che con questa faccia non riuscivo a far paura neppure alle vecchiette del sabato pomeriggio".
Furono Billy Wilder, il magnifico regista austriaco di tante commedie brillanti, e poi Neil Simon, il genio della "American Comedy" a capire quale forza comica, quale talento si nascondessero dietro le pieghe di quel letto. Simon scrisse per lui, e per il suo perfetto opposto, l'azzimato, nevrotico, ordinatissimo Jack Lemmon, il copione della Strana coppia e il duetto fra Oscar il pasticcione e Felix il represso entrò nella storia del cinema. Non gli valse naturalmente, conoscendo Hollywood, un Oscar, che Matthau vinse soltanto come caratterista in un altro film con Lemmon (Non per soldi... ma per denaro), e non vinse neppure come protagonista per I ragazzi irresistibili, dovendo accontentarsi di una nomination. "Ci rimasi molto male" confesserà Matthau "quella sera". Per l'Oscar? "No, maledizione, perché avevo appena bruciato 183 mila dollari (350 milioni) in una sfilza di scommesse sulle partite andate tutte storte". Civetterie di attore, naturalmente, anche se Matthau calcolò di avere perduto "almeno cinque milioni di dollari", dieci miliardi, in puntate su cavalli e sport, nella sua vita di scommettitore cominciata quando la madre gli affidò i 1200 dollari risparmiati in due anni di lavoro da portare in banca e il figlio prontamente li lasciò a un bookmaker. "Le ho restituito quella cifra milla volte" dirà alla seconda delle sue mogli, Carol "ma non sono mai riuscito a ripagarla davvero". Avrebbe dovuto rifare I ragazzi irresistibili insieme con Woody Allen nella parte di George Burns, ma il progetto non era mai partito. "Penso sempre al sesso" aveva detto nella sua ultima intervista "perché non voglio dimenticarmi di come era". Nell'ospedale di Santa Monica, dove è morto ieri mattina, aveva incontrato di nuovo Billy Wilder, ricoverato anche lui, in carrozzella anche lui, meravigliosi vecchi del sorriso ancora capaci di scherzare sulla vita. Quando morirò, "il mio allibratore piangerà molto". Piangeranno molti di più, credo, ora che non possono più ridere con lui.