✕

"Mio nonno Camilleri mi diceva: se sei sicura di una cosa, vai come un treno"

Alessandra Mortelliti, nipote dello scrittore scomparso un anno fa, debutta alla regia con il film 'Famosa'. "Il suo sguardo è stato fondamentale. Ma sul lavoro era un uomo severo"
4 minuti di lettura
Rocco ha 18 anni, vive in provincia, va a scuola ma non ha amici, una madre che lavora sempre e un padre spezzato dalla disoccupazione e dall'alcol. Il suo unico sogno è andare a Roma e partecipare alle selezioni di un talent show. Arriva in sala solo per tre giorni (13-15 luglio) e poi a fine mese sulle piattaforme Famosa, il bel film di Alessandra Mortelliti, che la regista debuttante ha dedicato al nonno, Andrea Camilleri.
 

'Famosa', una favola dark tra i talent show e la provincia


Il film nasce da un monologo teatrale che ha portato in giro per moltissimi anni.
"Ho interpretato Rocco Fiorella per tanti anni, è un personaggio che mi sono cucita addosso con tutte le caratteristiche che mi sono care, il tema del diverso, del borderline. L'ho interpretato anche quando ero incinta, poi a un certo punto ho dovuto metterlo da parte per realizzarne la trasposizione cinematografica, a quel punto il personaggio…
Rocco ha 18 anni, vive in provincia, va a scuola ma non ha amici, una madre che lavora sempre e un padre spezzato dalla disoccupazione e dall'alcol. Il suo unico sogno è andare a Roma e partecipare alle selezioni di un talent show. Arriva in sala solo per tre giorni (13-15 luglio) e poi a fine mese sulle piattaforme Famosa, il bel film di Alessandra Mortelliti, che la regista debuttante ha dedicato al nonno, Andrea Camilleri.
 

'Famosa', una favola dark tra i talent show e la provincia


Il film nasce da un monologo teatrale che ha portato in giro per moltissimi anni.
"Ho interpretato Rocco Fiorella per tanti anni, è un personaggio che mi sono cucita addosso con tutte le caratteristiche che mi sono care, il tema del diverso, del borderline. L'ho interpretato anche quando ero incinta, poi a un certo punto ho dovuto metterlo da parte per realizzarne la trasposizione cinematografica, a quel punto il personaggio aveva già preso una nuova vita. Passando dal palcoscenico al cinema il monologo grottesco in dialetto storpiato ha preso una piega più realistica e intima legata al mondo degli adolescenti, e la città e gli altri personaggi hanno preso forza facendolo diventare una sorta di teen movie".

Rocco Fiorella da dove nasce?
"Nasce dalla mia fascinazione per il mondo pop e trash e la mia curiosità per l'esplosione dei talent show, dieci anni fa. Li ho studiati senza pregiudizi con un occhio da eterna adolescente: allora spopolavano i provini per questi talent, dove tu potevi vedere ragazzi talentuosissimi ma anche performance disastrose che suscitavano ilarità. Tutto è nato dalla domanda: cosa ti può spingere a esporti alla gogna pur di calcare un palcoscenico? Ho provato a immaginare quale retroterra c'è dietro a questo desiderio e ho provato a immaginare Rocco come una strana creatura che nella tv vede la sua ancora di salvezza".

Una scena del film 'Famosa', in sala dal 13 al 15 luglio e da fine mese sulle piattaforme 

 
Jacopo Piroli, che interpreta Rocco, è straordinario ma anche gli altri ragazzi come li ha trovati?
"Jacopo l'ho scovato con i miei aiuto registi in un liceo della Ciociaria, credo di averli battuti tutti. Mentre stavo per partorire il mio secondo figlio Andrea, tra una contrazione e l'altra, per distrarmi mi sono messa a vedere i video self-tape che mi avevano mandato. È arrivato questo ragazzo biondo platino che guardando per terra, con un filo di voce dice 'Sono Jacopo Piroli, frequentato un corso di balli latino americani'.  È stato un colpo di fulmine, poi lui ha studiato molto. Gli altri ragazzi avevano avuto qualche piccola esperienza, ma Jacopo è un esordiente assoluto".
 
Il tema dell'identità è il tema cardine dell'adolescenza, ormai esistono tanti film che ne parlano ma la sensazione è che non ce ne siano mai abbastanza.
"Il tema dell'identità, al di là di quella sessuale, è una argomento che mi sta a cuore forse perché alla soglia dei 40 anni sto ancora cercando la mia! Ed è vero che se da un lato c'è una forte sensibilizzazione che ha aiutato chi vive queste difficoltà ad affermare se stesso, parallelamente però sono aumentati gli atti di bullismo nei confronti delle persone diverse, spesso prese di mira dal branco come capro espiatorio delle proprie frustrazioni".
 
Cinecittà e Roma nel film rappresentano un miraggio, un sogno.
"Ho sempre visto la storia di Rocco come una fiaba dark e quindi un po' inconsciamente mi sono rifatta agli archetipi della fiaba. Cinecittà è come un paese dei balocchi, un luogo apparantemente meraviglioso che poi diventa angosciante, per lui è una meta ambita dove pensa di affermare se stesso ma la sua purezza non gli permetterà di stare in guardia".

Il film è dedicato a suo nonno. Come l'ha aiutata in questa impresa?
"Ho sentito di dedicarlo a lui perché mio nonno era molto legato al personaggio di Rocco Fiorella. Quando gli ho fatto leggere il monologo in realtà me l'avevano già pubblicato, perché avevo vinto un concorso letterario e lui ne fu molto felice. Io ho fatto un lungo percorso come attrice e ho cominciato a scrivere in tarda età, e quando ho deciso di farne un film lui mi ha veramente sostenuto. Non mi ha aiutato nella scrittura in senso pratico, ma a lui ho letto dalla prima riga del soggetto fino all'ultima versione della sceneggiatura. Ha visto il film e mi ha dato mille consigli anche nel montaggio e nella postproduzione, era progetto a cui era fortemente legato perché racchiudeva le mie tematiche che gli erano care. Il suo sguardo per me è stato fondamentale, soprattutto nella seconda parte ho fatto scelte un po' forti e non mi sentivo sicura essendo un'opera prima, ma lui mi ha detto: 'Affidati a chi ne sa più di te con umiltà, ma se senti fortemente che qualcosa deve essere così, vai come un treno. Le mezze misure non portano da nessuna parte'".

Che nonno era quando era piccola?
"Da bambina è stato un nonno estremamente presente, se io sono cresciuta con una fantasia a dir poco spiccata che mi è rimasta attaccata, visto che vivo ancora con la testa fra le nuvole, lo devo a lui. Lui ci ha fatto vivere nel mondo delle fate, fatto di racconti, miti, elfi, draghi. Abbiamo vissuto tante cose insieme, lo vedevo praticamente tutti i giorni. Da adolescente è a lui che ho raccontato le mie prime infatuazioni e da adulta i suoi consigli sono stati preziosi".
 
Sul lavoro?
"Era un uomo estremamante severo, non dal complimento facile; proprio perché ero sua nipote è stato rigido, e se una cosa non andava me lo diceva proprio perché ci teneva. Di Famosa però l'ho visto proprio contento".

Il fatto che sia arrivata alla scrittura così tardi, dopo aver fatto per lungo tempo l'attrice, si deve al fatto che aveva già intrapreso quella carriera o che aveva un po' paura di misurarsi con la scrittura del nonno?
"Probabilmente entrambe le cose, inconsciamente. Quando sono entrata nell'Accademia di Arte drammatica, alla Silvio d'Amico, studiavo come una matta per dimostrare che ero lì per merito e non per altro, non avrei mai voluto che qualcuno pensasse che ero lì in quanto "nipote di". La scrittura e poi la regia sono arrivate quando sono riuscita a fare pace con la figura enorme di mio nonno: mi sono rilassata e mi sono detta che la gente può pensare quel che vuole, io sono consapevole del percorso di vent'anni di gavetta di teatro".

Tra l'altro anche con il suo percorso di attrice ci sono stati dei punti di incontro: sia per 'La scomparsa di Patò' che ne 'Il giovane Montalbano'.
"Io ero attrice principalmente a teatro, poi ho avuto la possibilità grazie a mio padre, Rocco Mortelliti, di fare La scomparsa di Patò, e poi Il giovane Montalbano. Sì, certo l'ha scritto mio nonno, ma io andai a fare il provino con Tavarelli che mi era venuto a vedere a teatro con Famosa. Sono state due esperienze bellissime, ma sentivo il peso dentro di me di essere  la nipote dell'autore, l'ansia da prestazione è stata fortissima".

A un anno dalla morte di suo nonno, cosa è che le manca di più?
"Non è mai stato un nonno anziano, ha sempre avuto una mente giovane fino al giorno prima che si sentisse male, ripeteva il monologo di Caino che avrebbe dovuto interpretare a Caracalla come se avesse vent'anni e lo sapeva perfettamente a memoria, con mia sorella che lo aiutava con il copione in mano ed era lui a correggere lei. Parliamo di una mente aliena. Per noi è stato un trauma vero la sua morte: certo aveva 93 anni, ha vissuto una vita fantastica, ma io l'ho visto praticamente tutti i giorni della mia vita e i miei figli sono cresciuti con lui, era il fulcro della mia famiglia. Non credo di aver realizzato pienamente la sua morte, egoisticamente non ci penso, non vedo i filmati con lui, al pensiero mi sento la terra crollare sotto i piedi. Quando mia figlia Matilda, che ha sei anni, mi dice "mi manca nonno" ci raccontiamo le storie, io le parlo del mondo colorato dove ora nonno vive circondato dai gatti, fumando mille sigarette e ascoltando il jazz. E questa è l'immagine che ci rincuora".