Spettacoli

Matt Dillon: "Cerco ruoli che mi mettano a disagio. Vorrei lavorare con Garrone e Sorrentino"

Ospite al Filming Italy Sardegna Festival l'attore americano raccconta i suoi prossimi progetti, il film su Al Capone, un film di fantascienza con Eva Green e un documentario da regista
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"Ho iniziato a lavorare da giovane, perciò ho appreso molte delle cose che conosco direttamente sul set. Continuo ad imparare come uno studente e mi sento felice: del resto, quando credi di avere già in tasca tutte le risposte, vuol dire che sei morto". È un Matt Dillon in gran forma quello che incontriamo al Forte Village (Cagliari) nella cornice del Filming Italy Sardegna Festival, l'evento internazionale di Tiziana Rocca giunto alla terza edizione, di cui è presidente onorario. In un articolo del 1983, all'indomani dell'uscita del cult I ragazzi della 59ª strada, il critico Roger Ebert lo descrisse come un giovane dalla bellezza inverosimile. A 56 anni (li ha compiuti a febbraio) esibisce ancora un fascino inalterato: "Sono molto legato all'Italia: non parlo bene la lingua come un tempo, ma considero il vostro Paese una specie di seconda casa, un luogo dove mi sento sempre accolto. Inoltre ho una relazione con una vostra connazionale (l'attrice Roberta Mastromichele, nda), mi reputo un uomo fortunato" specifica con un sorriso l'attore americano di origini irlandesi.

Mette a confronto il Belpaese con gli Stati Uniti rispetto alla gestione della pandemia: "La leadership attuale negli Usa è terribile, ma ci sono governatori locali che hanno svolto un buon lavoro, come Andrew Cuomo a New York. Un po' come ha fatto anche il vostro presidente del Consiglio". Scoperto da un talent scout mentre, a 14 anni, gironzolava nei corridoi della scuola durante l'ora di lezione, ha avuto da sempre un istinto per la recitazione: da adolescente, pur provenendo da una famiglia middle class e abitando in una splendida cittadina di New York, giocava ad apparire come un ragazzo di strada sempre sul punto di fare le scelte sbagliate. Considerato "il James Dean degli anni '80", avrebbe potuto costruirsi una carriera puntando tutto su quella faccia da rubacuori meditabondo e ribelle. E invece no: nel corso degli ultimi 40 anni ha preferito cucirsi addosso personaggi scomodi, quelli di uomini complicati e talvolta poco amabili come il poliziotto corrotto e razzista di Crash - Contatto fisico (che gli è valso una nomination all'Oscar), lo scrittore alcolizzato di Factotum e il killer del controverso La casa di Jack, diretto da Lars Von Trier.

'La casa di Jack', Matt Dillon nel thriller di Lars von Trier - clip in anteprima


A lui, dei complimenti e della fama, non è mai importato granché. "Per me conta soprattutto il processo creativo, mi piace lasciarmi sorprendere. Se poi qualcuno ha una visione del mondo diversa dalla mia, voglio lavorarci insieme e capire il suo punto di vista. Non è sempre stato facile e a volte ho avuto paura" riflette, soppesando le parole. "Tuttavia torno sempre a quel sentimento, voglio fare cose che mi facciano sentire un po' a disagio. È necessario, però, che ci sia fiducia assoluta con le persone con cui collaboro". Poco propenso a discutere del proprio passato, guarda ai prossimi progetti con entusiasmo: oltre a far parte del cast del prossimo film dell'iraniana Shirin Neshat, lo rivedremo nella pellicola Proxima, ambientata nello spazio ("Ho un ruolo di supporto, quello di un astronauta che dà filo da torcere a Eva Green"), e poi in Capone, sugli ultimi anni di vita del gangster italo-americano, che avrà il volto di Tom Hardy. "Un copione interessante, che ha il sapore di un sogno bizzarro e non glorifica in alcun modo il criminale. Vesto i panni del suo miglior amico: sono la sua coscienza, una specie di fantasma che lo tormenta".

Il progetto del cuore, però, è El Gran Fellove, documentario a cui lavora da oltre due decenni. Si tratta della sua seconda regia dopo City of Ghosts e verrà presentato in anteprima mondiale al Festival di San Sebastian. "Sono un grande appassionato di musica" spiega Dillon, che colleziona vinili di musica latinoamericana dagli anni '20 ai '50. "Il documentario racconta la storia del musicista Francisco Fellove, un grande artista che ha lasciato dietro di sé una grande eredità. È stato un privilegio avere la possibilità di conoscerlo e trascorrere del tempo con lui". Gli piacerebbe collaborare con qualche filmmaker italiano? Annuisce: "Sono un grande fan di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, ho amato moltissimo il suo Dogman. Chissà, magari un giorno succederà ".