Michelle Pfeiffer: "Sono diventata famosa grazie a un piatto in testa a Al Pacino"

L'attrice è la protagonista della commedia 'French exit', in cui interpreta una tipica donna benestante di Manhattan

New York - “Well...”. Quella di Michelle Pfeiffer sembra una voce fuoricampo. O un flusso sonoro. Non è un caso che L’amore è una canzone, il motivo corale di Bambi, sia uno dei suoi preferiti. Tre nomination all’Oscar, il nome mozzato per errore - ‘Michele’ - nei titoli del tv movie anni Ottanta Callie & Son; un caschetto biondo da far impallidire i barbieri di Tony Montana in Scarface (era la moglie Elvira Hancock: “Di amici ne ho già troppi, non me ne servono altri. Specie uno sceso da una nave di banane”). Da un’attrice che alle unghie killer di Basic Instinct ha preferito quelle di Selina in Catwoman, il proverbiale “conta fino a dieci” è d’obbligo. Lo fa lei per prima. Il nostro incontro comincia proprio con un “well” (be’…).

Michelle cerca le parole giuste per raccontare Frances Price, il personaggio di French Exit (Sony Pictures Classics), film di chiusura del New York Film Festival, che potrebbe valerle un Oscar in un’annata surreale. “Come direbbe mia nonna, Frances è una signora che si è sposata bene. Ma non ha mai tenuto conto del comfort e del lusso per dare una mossa al suo lato romantico” ci dice da una lente del computer che assume un color giallo ocra ogni volta che Michelle si aggiusta la manica della camicia in raso di seta. “Il suo (ricco) matrimonio l’ha trasformata in una specie di freak fuori dall’ordinario eppure rimane ancorata a un mondo tutto suo, insulare, privato. Non posso dire di identificarmi con Frances: sono cresciuta a Santa Ana, California, sono la seconda di quattro figli, mia madre faceva la casalinga e ci spostavamo al massimo verso Midway City, l’ennesima comunità di Orange County con le casette e i giardini tutti uguali. Non sapevo che cosa fosse il lusso. Con il mestiere d’attrice sono uscita dalla bolla e a Manhattan, in particolare, mi sono trovata spesso di fronte a dongiovanni compulsivi o nobili decadute, col trucco color pastello che formava una vetrata al posto della faccia, coprendo i drammi e la decadenza sul nascere. Oggi siamo tutti tornati nelle nostre bolle. Ricche o povere. E da lì guardiamo il mondo”.

Michelle Pfeiffer: "Sono diventata famosa grazie a un piatto in testa a Al Pacino"

La tragicomica ‘Manhattan wife’, Michelle Pfeiffer l’ha immaginata insieme al regista Azazel Jacobs, figlio del filmmaker sperimentale Ken Jacobs, adattando il romanzo di Patrick deWitt al destino fatale di Frances. “Un ruolo per cui la Pfeiffer sarà sempre ricordata”, anticipa Variety. La prova inconfutabile sono i suoi atteggiamenti squinternati, la seduzione conturbante tra Isabelle Huppert e Nathalie Baye, e un figlio, Malcolm (Lucas Hedges), che ha recuperato un giorno a scuola, a bordo di una Rolls-Royce, dopo anni di assenza. “Il mio piano era farmi fuori prima che finissero i soldi”, dice Frances trattenendo i singhiozzi. “Ma ho continuato e continuo a non morire”. Così vende tutto per ripagare i debiti, prende il cash e scappa a Parigi con figlio e gatto nero appresso. Un’amica di cocktail e falli surgelati li sta aspettando. Il gatto, chiamato Small Frank, intanto potrebbe essere posseduto dal marito morto di Frances. “Io vado pazza per tutti i personaggi di French Exit. Il rapporto madre-figlio è una delle cose più strane e belle che abbia mai visto al cinema. Più tentavo di rendere empatico un personaggio poco amabile come Frances, più la trovavo insopportabile. Perdeva di umanità. Quando ho abbracciato la sua essenza per quella che era, la sua fragilità è sbocciata. Un po’ come la mia. Se non sei pronta per un mondo di lupi nell’alta società, da adulta ti paralizzi. Perché non è nella natura di nessuno mutare pelle all’improvviso e piacere a tutti. O funzionare come ci si aspetta nel mondo comune. A quel punto, meglio tirarsi indietro e vivere la propria vita”.

Scegliere di interpretare una diva al tramonto, sigarette e martini inclusi, “non è una decisione dettata dal piacere visivo di un regista. Ci sono filmmaker innamorati delle attrici che recitano sé stesse, io me ne guardo bene. Ciò che amo della scrittura di Patrick deWitt e della direzione di Aza è che non cadono nella caricatura”. A 62 anni, una carriera divisa tra Scorsese, Burton, Frears, De Palma, Landis, Miller, Zemeckis e Aronofsky, pensa ancora di non valere granché sullo schermo. Confessa: “Se ho successo è per via della mia paura più grande: l’imbarazzo. Comunque, confermo: non credo di avere chissà quale talento”. Ha studiato recitazione da autodidatta, unica eccezione un workshop all’Ahmanson Theater di Los Angeles con Geraldine Page. Val Kilmer ha dedicato poesie (un titolo stracult su tutti: The Pfeiffer Howls at the Moon) e prima che diventasse solo un fenomeno di costume ha fondato e tenuto in piedi per dieci anni una compagnia di produzione, Via Rosa Productions, dando voce a registe e produttrici meno commerciali nell’industria. “Mi dicono che Scarface mi abbia fatto diventare la donna che sono. Al Pacino non mi voleva per la parte di Elvira Hancock. Come dargli torto: sul mio curriculum avevo giusto Grease 2. Ai provini, poi, ero terrorizzata. Durante uno screen test, sono entrata così tanto nella parte che la scena in cui tiro piatti a destra e sinistra l’ho praticamente fatta ad occhi chiusi. Salvo poi riaprirli e scoprire che Al aveva un enorme buco in fronte. È così che ho avuto la parte. Immagino questo la dica lunga su quanto sadomasochista sia il destino di un attore”.

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