40 anni senza Steve McQueen e la sua vita "spericolata" tra cinema e motori
Roberto Nepoti
Quarant'anni fa moriva il più "cool" della sua generazione. Aveva appena 50 anni e fu stroncato da un doppio infarto quando era già malato. Una vita pienissima di passioni dal grande schermo alle moto e alle macchine da corsa
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Non era particolarmente bello, Steve McQueen. Non era neppure alto, né troppo atletico. Eppure è stato l’attore più cool, più trendy, più hip – il più fico, insomma - della sua generazione. Fu soprattutto questa caratteristica, unita alla passione per i motori e le corse automobilistiche, a fare di lui un mito della cultura pop, celebrato nelle canzoni di Vasco Rossi per la sua “vita spericolata” ed “esagerata”, di Sheryl Crow e di altri, raffigurato nei poster, imitato dai colleghi delle generazioni successive. Giovinezza scapestrata, con tanto di soggiorno presso un correzionale, poi arruolamento nel corpo dei marines.
Steve McQueen tra cinema e motori un'icona della spericolatezza e del glamour
Il 7 novembre del 1980 moriva dopo un doppio infarto a soli 50 anni il divo de 'La grande fuga', una carriera di ruoli iconici e pieni d'azione che facevano il corollario alla sua passione per le macchine e le moto da corsa
Quindi la scoperta della vocazione a recitare e l’approdo ai corsi dell’Actor’s Studio di Lee Strasberg (grazie a un prestito concesso agli ex-militari), dove fu selezionato tra 2000 candidati. Debutto a Broadway e gavetta al cinema, come da manuale, in piccoli ruoli non accreditati. Il suo primo film da protagonista fu Blog fluido mortale (1958), piccolo horror fantascientifico destinato a diventare un cult. Ma il pubblico internazionale lo scoprì nel 1960, trentenne, nella parte di Vin, il più simpatico dei Magnifici sette, accanto al già affermato Yul Brynner e a un manipolo di attori che quel fortunato western avrebbe reso celebri. A lui, ironico e scanzonato, toccarono le migliori battute di dialogo ("Ho conosciuto un tipo che si gettò dal quinto piano e a ogni piano diceva: per ora tutto bene"); e apparve il volto ideale per incarnare un cavaliere di ventura veloce con la Colt quanto sprezzante del pericolo.
Personaggio che, con le varianti del caso, avrebbe poi declinato in una quantità di film. Fino all’ultimo, Il cacciatore di taglie (1980), che interpretò l’anno stesso in cui prese congedo dalla vita, a soli cinquant’anni di età. In un quarto di secolo era stato protagonista di una trentina scarsa di film: sufficienti, però, a conquistargli un posto nell’Olimpo delle star più amate – e sfortunate – di Hollywood accanto a James Dean e Marilyn Monroe. Il suo "character" di uomo virile e sicuro di sé attraversò vari paradigmi di genere - dal poliziesco al western, al film di guerra – ed epoche differenti. Fu un pilota di aerei arrogante e suicidario in Amante di guerra; l’insubordinato e coraggiosissimo Reese del war movie L’inferno è per gli eroi; l’impenetrabile giocatore di poker di Cincinnati Kid; il poliziotto disilluso di Bullitt, precursore del poliziesco metropolitano; il giovane cowboy in cerca di vendetta di Nevada Smith; l’evaso di Papillon, forse il più visto (ma non il migliore) dei suoi film; il capo dei pompieri nell’Inferno di cristallo, tra i prototipi del disaster-movie. McQueen vestiva alla perfezione anche il personaggio del “loser”, sopravvissuto a un’epoca di uomini veri in tempi che avevano scordato l’eroismo: rivedere, per credere, due esempi di tardo-western come Tom Horn e L’ultimo buscadero del suo regista ideale, Sam Peckinpah (per il quale interpretò anche l’ottimo crime-movie Getaway).
RepTv News, Finos: Steve McQueen mai visto dietro "Le 24 Ore di Le Mans"
La comprovata abilità come pilota da corsa, che lo portò a partecipare a molte gare importanti e ad accarezzare l’idea di lasciare il cinema per la pista, fu alla base di film come Le 24 ore di Le Mans e Il rally dei campioni, semi-documentario di imprese motociclistiche in cui Steve interpretava sé stesso. Però il suo massimo successo in sella a una moto lo ottenne con un film di fiction, La grande fuga: dove, nella parte del più scanzonato detenuto in un campo di prigionia tedesco mai visto al cinema, volle girare da sé le pericolose scene in moto rifiutando di delegarle agli stuntman. Riempirono le cronache rosa le sue turbolente vicende matrimoniali con la star Ali MacGraw, che aveva lasciato per lui il marito produttore. Si seppe tutto della sua collezione di auto da corsa, Ferrari, Porsche e Jaguar. Forse alcuni episodi confinano nella leggenda: come quello secondo cui doveva essere in casa di Sharon Tate la notte della strage di Charles Manson (e da allora avrebbe sempre portato la pistola). Tant’è: un mito è un mito. E a quello di McQueen contribuì, per sua somma sfortuna, la morte prematura, a causa di un tumore associato all’esposizione all’amianto con cui si foderavano le tute ignifughe dei piloti da corsa.