Spettacoli

'Mank', segreti e misteri dietro al capolavoro 'Quarto potere'

Foto Gisele Schmidt/Netflix 
Il film di David Fincher, dal 4 dicembre su Netflix, racconta il controverso rapporto tra lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz e il geniale regista Orson Welles
2 minuti di lettura
Citizen Kane, tradotto in Italia come Quarto potere, è uno dei classici del cinema, per decenni spesso in testa alle periodiche classifiche sui film più belli di sempre. Orson Welles, regista e protagonista, fu perseguitato tutta la vita dal quel capolavoro girato a 25 anni, e finì a inseguire per mezzo mondo film che non riusciva a concludere. Nel 1971 Pauline Kael, critica del New Yorker, scrisse un articolo in cui metteva in dubbio i meriti di Welles, attribuendo la riuscita del film in primo luogo al co-sceneggiatore, Herman J. Mankiewicz.

Citizen Kane raccontava la vita di un titanico magnate della stampa, ispirato a William Randolph Hearst, che in effetti era stato ben conosciuto da Mankiewicz. Ma molte argomentazioni della tesi apparvero subito capziose, anche perché la novità del film non stava solo nella costruzione narrativa a incastro, con varie versioni della storia che si sovrappongono e si contraddicono, ma anche nella virtuosistica messa in scena di Welles che, nel resto della sua carriera, girò oltretutto almeno un’altra mezza dozzina di capolavori.

È indicativo che la figura di Mankiewicz torni oggi al centro di un film, Mank (dal 4 dicembre su Netflix, protagonista Gary Oldman), e ha quasi un valore simbolico il fatto che si tratti di un’operazione targata Netflix. Il modello della nuova quality tv, soprattutto nelle serie, è anzitutto quella dello storytelling, del piacere della storia costruita secondo schemi solidi e riconoscibili, a scapito delle sfumature di regia, e Mankiewicz (lo sceneggiatore schiacciato tra l’arroganza dei registi e quella del regista superstar) può tornare a essere un eroe, un antenato. Welles infatti, interpretato da Tom Burke, non ci fa una bella figura: opportunista, autoritario, in fondo abbastanza privo di carisma.


E’ curioso, semmai, che a firmare l’operazione sia David Fincher, la cui caratteristica è stata finora quella di scegliere copioni e di metterli in scena in maniera quasi agonistica, riempiendoli di ambiguità, contraddicendone lo sviluppo: si veda come arricchiva di toni The Social Network (una specie di Citizen Kane sul fondatore di Facebook), o come ribaltava i presupposti di una storia sinistramente misogina come il thriller Gone Girl. Qui Fincher sembra invece assecondare senza scosse la storia, seguendo la moda vintage di molte serie tv che utilizzano la ricostruzione d’epoca come una struttura forte che quasi fa le veci della regia vera e propria. Alle spalle ha una vecchia sceneggiatura scritta dal padre (morto nel 2003), magistrale negli incastri temporali e negli intrecci tra vicende personali e sfondo storico. E ed evidentemente traspare nella vicenda qualcosa di autobiografico.

Il film parte da un Mankiewicz ormai disilluso e alcolizzato che scrive il copione per Welles, e una serie di flashback illustrano il suo viaggio nella Hollywood degli anni 30, in particolare il rapporto con il capo della MGM, il paternalista Louis B. Mayer; ma anche con il magnate Hearst e con la di lei signora, l’attrice Marion Davies. Ma i riferimenti all’attualità sono evidenti: l’America attraversa un momento di crisi economica, l’industria del cinema deve ripensarsi davanti a una mutazione epocale, il passaggio dal muto al sonoro (come oggi Netflix e co., appunto), e chiede aiuto agli scrittori; sono in corso delle elezioni politiche per il governatore della California, in cui rischia di vincere un candidato accusato di socialismo, lo scrittore Upton Sinclair (una specie di Bernie Sanders intellettuale), e il candidato repubblicano vincerà anche grazie a un’operazione fake news dell’epoca, ossia dei finti cinegiornali, a cui Hollywood darà una mano.


Girato in bianco e nero, Mank non punta però sull’effetto nostalgia, sul rimpianto della Hollywood che fu. La sua visione è dura, si concentra sull’intreccio tra politica e spettacolo, impone un ritmo velocissimo puntando soprattutto sulle musiche e sui dialoghi, quasi omaggiando quel gran dialoghista che fu Mankiewicz (e suo fratello Joe, autore fra l’altro di Eva contro Eva). In fondo, è un classico di quello che una volta si chiamava Hollywood Novel: i tormenti dello scrittore idealista nella gabbia dorata del mondo del cinema. Mentre Gary Oldman è al centro della scena con aplomb ironico. Non c’era niente da rimpiangere a Hollywood, sembra dire il film, il cinismo ha sempre divorato i suoi ingegni, e il fascino che emana da quel mondo riportato in vita è semmai quello di una superficie lucida su cui sono proiettati pensieri e immagini del presente.