'Balla coi lupi' compie trent'anni: la magia infinita del western
di
Roberto Nepoti
Il film di Kevin Costner è stato il punto di partenza per la rinascita di un genere che continua a mantenere il suo fascino e la sua attualità
2 minuti di lettura
Esattamente trent’anni fa, il 9 novembre 1990, uscì sugli schermi americani Balla coi lupi (in Italia sarebbe arrivato a metà dicembre). A quell’epoca il “genere americano per eccellenza”, il western, era in declino, soppiantato nei gusti degli spettatori da altri repertori d’avventura come la fantascienza. Però il film di Kevin Costner lo rilanciò (favorito anche da 7 Oscar, tra cui miglior film e migliore regia), decuplicando in incassi il già notevole budget produttivo.
Balla coi lupi si collocava nello spirito “revisionista” del genere, iniziato dai vari Soldato blu, Piccolo grande uomo, Corvo rosso non avrai il mio scalpo: quello che al selvaggio crudele del vecchio western (“Quando luna spuntare/uomo bianco morire” recitava un distico della Conquista del West di De Mille) aveva sostituito il pellerossa nobile e generoso, decisamente migliore dei colonizzatori. Costner seguiva la tradizione dei predecessori interpretando il tenente John Dunbar, che impara a conoscere gli indiani e ad apprezzarne la civiltà. La storia del western si arricchiva così di un filone, dopo quello epico dei grandi registi della Golden Age di Hollywood: in testa a tutti John Ford, cantore delle guerre indiane passato dall’archetipico Ombre rosse al (già) filo-indiano Il grande sentiero, e Howard Hawks, maestro del western urbano (Un dollaro d’onore, Ed Dorado, Rio Lobo).
Da allora gli epigoni seguiranno due direttrici: la rivisitazione delle guerre indiane da una parte, dall’altra la revisione dello schema sceriffi contro banditi, dove i primi sono spesso peggiori dei secondi. Ma il fenomeno più notevole degli ultimi trent’anni del genere è una sorta di “liberi tutti”. Gli autori di film della Frontiera non si ritengono più obbligati a seguire i due modelli prevalenti; anzi, ciascuno declina il genere con la massima libertà, contaminando vari modelli narrativi, giocando con gli stereotipi e spaiando le carte in modi diversi. I più ligi alle tradizioni sono Kevin Costner, che dopo Balla coi lupi risale più volte in sella, e – soprattutto – Clint Eastwood, il quale non ha mai rinunciato alle praterie selvagge dai tempi dell’esperienza con Sergio Leone e, due anni dopo Costner, ottiene il terzo Oscar al miglior film (oltre a quello alla migliore regia) per un western grazie al suo Gli spietati. Saga di eroi in declino, che fa da specchio al declino del genere: nient’affatto scomparso dagli schermi, ma non più fiorente come nella vecchia Hollywood e per lo più circoscritto a “pezzi unici”, anche se di richiamo e successo.
"The hateful eight"
Chi si prende più libertà con i codici del western (licenze a volte geniali, magari, ma tali da far rivoltare nella tomba i maestri) è Quentin Tarantino. In Django Unchained il regista sposa la tradizione con il western all’italiana e con il comico, tradizionalmente poco compatibile con la natura epica del genere. In The Hateful Eight riveste di Colt e cappelli Stetson una storia a porte chiuse che ricorda Agatha Christie. Più bizzarro ancora il recente La ballata di Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen, antologia di episodi del vecchio West introdotti da un cowboy canterino. Mentre nel 2010 i Coen si erano tenuti (relativamente) più vicini alla tradizione con Il Grinta, remake di un film con John Wayne di quarant’anni prima. Il genere torna agli Oscar con il proto-western Redivivo di Alejandro Inàrritu (migliore regia, miglior attore protagonista a Leonardo Di Caprio, migliore fotografia, non miglior film). A volte ripercorre piste già note: vedi Hostiles (2017), storia d’indiani e “tuniche blu” in parte fatta alla vecchia maniera, ma più imbevuta di crudeltà e incline a spartirne le responsabilità tra bianchi e pellirosse. Però le trasgressioni ai codici di un tempo sono più la regola che l’eccezione. Con esempi estremi. Vedi I fratelli Sisters, western “da festival” tra il sadico e il beffardo del regista francese Jacques Audiard. Per citare appena il demenziale Cowboys & Aliens, tratto da una graphic novel che mischia il repertorio del West con quello fantascientifico.