'Elegia americana', Ron Howard racconta il sogno infranto ma non è Ken Loach
di
Roberto Nepoti
(fotogramma)
Tra le cose migliori del film l'interpretazione di Glenn Close, vecchia signora indegna turpiloquente che fuma mille sigarette e adora
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Cresciuto con Beverly, madre tossicodipendente e promiscua, in un depresso villaggio del Kentucky, poi trasferito in Ohio con la nonna Mamaw, JD pare destinato a sfruttare l’ascensore sociale. Studia alla Yale Law School, sta con la bella indiana Usha, studentessa di legge anche lei, e si prepara ad affrontare un colloquio da cui spera di ottenere uno stage per pagarsi le rate della Facoltà. Alla vigilia, però, riceve l’appello della sorella. Mamma Bev è stata ricoverata per overdose: il ragazzo deve precipitarsi al paesello, (a dieci ore di macchina), sperando di tornare in tempo per l’importante incontro. È un ritorno alle origini, raccontato in una forma temporale ibrida un po’ flashback, un po’ flashforward; sui titoli di coda scorrono, implacabili, le fotografie dei protagonisti autentici della vicenda.
'Elegia americana', Ron Howard, il sogno americano e la famiglia
Il successo a sorpresa diElegia americana, uscito in libreria nel 2016, fu un effetto collaterale dell’elezione di Trump: intellettuali e media andarono a cercare nel memoir di JD Vance le ragioni per cui i lavoratori poveri della Deep America avevano votato in massa “The Donald”. Così le aspettative per la versione cinematografica (ora visibile su Netflix) erano alte, forse eccessive. Durante il collegamento in streaming a Che tempo che fa con Ron Howard e Glenn Close, Fabio Fazio lo ha definito un capolavoro. La critica americana lo ha fatto a brandelli. Esagerazioni a parte, ci sono anche cose buone in Elegia americana: alcune scene azzeccate, come quella in cui l’infermiera Bev pattina nei corridoi della terapia intensiva; ma soprattutto l’interpretazione di Glenn Close, vecchia signora indegna turpiloquente che fuma mille sigarette e adora Terminator. E c’è voluto tutto il talento dell’attrice per non scivolare nella caricatura, dando umanità al personaggio di Mamaw a fronte di un nipote alquanto incolore e di una figlia (Amy Adams) che sovrarecita dalla prima all’ultima scena. Ron Howard sul set con Glenn Close
Regista di film hollywoodiani mainstream, Howard conosce il mestiere; purtroppo ha per le mani una sceneggiatura spesso incoerente. Però l’obiezione più forte da muovere al film riguarda il modo in cui rappresenta gli americani poveri, sempre a rischio di disoccupazione e dipendenza dalle droghe. Con occhio, cioè, “antropologico”, compassionevole ma un po’ snob, quello del turista che osserva un mondo estraneo al proprio. Forse l’America “profonda”, spesso cantata da Bruce Springsteen, delle fabbriche chiuse e della gente ostaggio del bisogno non ha ancora trovato il suo Ken Loach. Di certo non lo ha trovato in Ron Howard.