Spettacoli

Monicelli, il burbero che amava il pubblico

Il 29 novembre 2010 moriva Mario Monicelli. Protagonista degli anni d'oro della commedia all'italiana, si fingeva burbero e cinico, ma in realtà non lo era; il suo cinema presupponeva un dialogo con un pubblico e con un popolo
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Anche se amava presentarsi come un toscano burbero nutrito di umori popolari, Mario Monicelli era nato a Roma ed era un regista di formazione letteraria "alta". A Viareggio era cresciuto, ma la sua era una Versilia anche di residenti e villeggianti colti, scrittori (Cancogni, Cassola, Répaci col premio Viareggio) e attori (Ermete Zacconi). A Milano, poi, mentre frequentava l’Università, aveva fondato una rivista di fronda antifascista, Camminare, e insieme a lui c'erano Alberto Lattuada, Vittorio Sereni e Remo Cantoni: futuri registi, poeti e filosofi tra i maggiori del dopoguerra. È vero che fa la gavetta nel cinema dei telefoni bianchi e nei film d’avventure coloniali, ma i suoi esordi sono con piccoli film sperimentali tratti da Poe e Molnar, diretti insieme al cugino Alberto Mondadori, figlio di Arnoldo e poi fondatore delle edizioni Il Saggiatore.

Nel dopoguerra, per una decina d’anni fa coppia con Steno, portando avanti parallelamente, da un certo punto in poi l’attività di registi e quella di sceneggiatori per film altrui. I due accompagnano fra l'altro la maschera di Totò verso dimensioni più realistiche (da Totò cerca casa a Totò e i re di Roma), e nel ’52 firmano le loro ultime regie comuni, Totò e le donne e Le infedeli; ma in realtà si erano già divisi: il primo è diretto dal solo Steno, e il secondo (bellissimo melodramma borghese) da Monicelli. Regista colto che si è fatto popolare, toscano nato a Roma, Monicelli è paradossale anche come "padre della commedia all’italiana". È vero, il film con cui molti fanno cominciare la nostra grande stagione del boom, I soliti ignoti (1958), è suo, scritto insieme ad Age e Scarpelli, che collaboreranno con lui per una quindicina d’anni con risultati memorabili. Ma è un film anfibio, di ambientazione popolare, diverso dalla commedia che sta per arrivare.
Mario Monicelli sul set del film de La Grande Guerra – foto di Mario Maffei 

Negli anni d’oro della commedia all’italiana, che racconta il presente e la modernità con personaggi di borghesi di mezza età in crisi, Monicelli gira La grande guerra (il soggetto del film precedente era “rubato” a Italo Calvino, questo a Maupassant), e poi incappa in due insuccessi con due film da riscoprire, Risate di gioia, e I compagni, ambientato nella Torino operaia di inizio secolo. La commedia di costume sembra stargli stretta già nel suo momento di massimo splendore, e L'armata Brancaleone (1966) è anch’esso già oltre, col suo italiano che (ancora una volta grazie ad Age e Scarpelli) è una delle grandi invenzioni della cultura italiana dell’ultimo mezzo secolo. Insomma, Monicelli non ha smesso mai di forzare i limiti di quel cinema da grande pubblico che tutta la vita ha praticato. “Bisogna essere un passo avanti agli spettatori”, teorizzerà. “Due no, sennò non ti seguono. Ma uno sì, sennò si resta fermi”. A costo di trovarsi avanti un passo e mezzo, incappando in generosi insuccessi che si alternavano ai trionfi.

Sul set de 'L'armata Brancaleone' 

Alcuni dei suoi più grandi successi li conoscerà negli anni '70, nella fase finale della commedia all’italiana, con film che oggi ci appaiono forse più cupi di quanto non sembrasse allora. Vogliamo i colonnelli vira verso il grottesco più feroce. Romanzo popolare tende al melodramma e al patetico. Amici miei e Un borghese piccolo piccolo mostrano, specie il secondo, un progressivo disamore verso l’Italia, un’autentica desolazione. Se Amici miei fa ridere di un riso terribile, il Borghese, dice l'addio all'idea di poter raccontare il presente dell'Italia attraverso la commedia di costume. I film successivi saranno riepiloghi che vanno alle radici letterarie del suo umorismo: la Roma di Belli nel Marchese del Grillo (1981), la letteratura spagnola (I picari), Giulio Cesare Croce ma anche Boccaccio, Aristofane e mille altri (Bertoldo Bertoldino e Cacasenno), più gli adattamenti moderni di Berto (Il male oscuro) e Pirandello (Le due vite di Mattia Pascal). Film crepuscolari, a cui si affianca Speriamo che sia femmina, che sembra affidare un barlume di speranza alle donne e anticipa molto cinema agrodolce e intimista dei decenni a venire.

Tutto si può dire, ma non che Monicelli avesse perso la voglia di raccontare, e di vivere il proprio tempo. La commedia del boom era anche un genere dei “riformisti delusi”: Monicelli, Comencini, Risi, Age e Scarpelli erano tutti di area socialista, ma proprio negli anni dei governi appoggiati dal PSI vedevano allegramente e spietatamente l’Italia diventare un paese mancato. Negli ultimi anni di vita Monicelli si sposterà sempre più a sinistra, partecipando a documentari militanti, e nelle sue apparizioni pubbliche era sempre più radicale. Si fingeva burbero e cinico, ma in realtà non lo era; il suo cinema presupponeva un dialogo con un pubblico e con un popolo, e la sua amarezza era appunto quella di chi, in fondo, a questo rapporto aveva creduto.