In oltre sessant'anni di carriera, l'artista ha sovvertito il linguaggio e i luoghi comuni del cinema prima come critico, poi come cineasta e agitatore politico. 'Fino all'ultimo respiro' è considerato il manifesto della Nouvelle Vague. Per iscriversi alla newsletter di cinema di Repubblica: newsletter.repubblica.it
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Per capire chi sia, e chi sia stato, Jean-Luc Godard conviene risalire in senso inverso gli oltre sessant'anni della sua carriera. Oggi definire regista quest'uomo di genio, nato a Parigi il 3 dicembre del 1930, è riduttivo. Lo si direbbe piuttosto un artista a 360 gradi, come dimostrano le opere recenti realizzate nel suo eremitaggio svizzero: saggi d'arte visuale e sonora quali Le livre d'image, Palma d'oro speciale a Cannes nel 2018, orchestrato in quattro movimenti e prossimo alle esperienze delle avanguardie e della pittura astratta. Dove Godard, commentando il tutto con la propria voce off, assembla immagini di film, documentari, archivi televisivi, citazioni di libri, frammenti musicali secondo il principio della rima poetica e dell'associazione d'idee.
'Le livre d'image' il film di montaggio di Jean-Luc Godard - trailer
Certo, non si tratta di roba facile, come non è mai stato facile l'uomo Jean-Luc, protagonista di grandi polemiche e furiosi litigi (celebre quello con François Truffaut); forse anche - consapevolmente - antipatico, come lo ha rappresentato il biopic di Michel HazanaviciusIl mio Godard, dove a impersonarlo era Louis Garrel. Il fatto è che, per sei decenni, Godard è stato un uomo e un artista "contro". Contro la sua classe sociale (era il rampollo di una ricca famiglia borghese). Contro il capitalismo e la cultura di massa ("La globalizzazione culturale è una forma di totalitarismo: la tv è totalitarismo, le persone che stanno quattro ore al giorno davanti alla tv sono vittime del totalitarismo"). Ma soprattutto contro quel cinéma de papa, conformista e soddisfatto di sé, che Jean-Luc attaccò prima come critico, poi come cineasta e agitatore politico.
Hazanavicius e Garrell per 'Il mio Godard', trailer in anteprima
Il suo primo obiettivo fu il linguaggio, da combattere mediante una "guerriglia semiologica" (per dirla con Umberto Eco) che sovvertiva i luoghi comuni e trascinava a forza lo spettatore fuori dalla sua zona di comfort. Il primo lungometraggio, Fino all'ultimo respiro (1959), era una storia di crimine, ma raccontata in un modo mai visto prima di allora: tra salti di montaggio e attori che guardavano in macchina, o parlavano direttamente al pubblico. Il film segnò la nascita della Nouvelle Vague francese e di tutto il cinema moderno. Gli fecero seguito, in meno di dieci anni, una ventina di titoli tra corti e lungometraggi; poi, nel "bel maggio" francese delle rivolte studentesche, Godard sposò definitivamente il marxismo: i suoi film dell'epoca (La cinese, Weekend) facevano a pezzi il linguaggio come veicolo d'ideologia, privilegiando la propaganda e i toni didascalici. Al punto che, nel 1969, il regista fondò assieme ad altri il Gruppo Dziga Vertov, per realizzare un cinema collettivo, anonimo e senza "firme" d'autore.
"Une femme coquette", il corto scomparso di Godard pubblicato su YouTube
La sua personalità, però, era troppo prepotente per non tornare a galla una volta spenti i furori rivoluzionari del '68. A partire dal decennio successivo Godard cominciò l'appassionata sperimentazione delle nuove tecnologie, elettronica e video. Dopo l'avanguardistico Numéro deux (1975), le sue opere si apparentarono sempre più a un cinema sperimentale: vedi Prénom Carmen, Leone d'oro a Venezia 1983, o Je vous salue, Marie (1985), all'epoca tacciato di blasfemìa. Per un decennio, tra il 1988 e il 1997, il regista si dedicò al monumentale progetto di Histoire(s) du cinéma, storia - ovviamente - soggettiva del cinema in otto grandi capitoli, più un'appendice nel 2004. Nel frattempo realizzò un'altra quantità di opere, di diversa natura e formato. Né lo dissuase l'avanzare dell'età: come quando, appena sei anni orsono, diresse l'incredibile Adieu au langage-Addio al linguaggio, storia di una coppia in crisi e di un cane con cui sperimentò la tecnologia 3D con risultati che gli altri (allora il cinema stereoscopico era tornato di moda) manco si sognavano.
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Godard ha impresso tracce profonde nell'opera di molti colleghi, e basterà citare Bernardo Bertolucci, suo amico e ammiratore, e Quentin Tarantino, che ha chiamato la propria casa di produzione A Band Apart riprendendo un titolo della filmografia godardiana. Lo stesso effetto non ha prodotto, purtroppo, sui film venuti dopo i tempi entusiasmanti del "cinema moderno". Come le passioni politiche, anche la cinematografia si è raffreddata, banalizzata in un "postmoderno" che ha restaurato i canoni del linguaggio ante-Godard. Con l'effetto, davvero paradossale, di far percepire come sorpassati e "vintage" i film di un regista che ha sempre camminato parecchie miglia avanti a tutti gli altri. Forse anche per questo Godard ha preferito ritirarsi dalla scena pubblica. E, dieci anni fa, non è andato a riturare l'Oscar alla carriera attribuitogli da quella Hollywood che è sempre stata la sua bestia nera.