50 anni fa Gli Aristogatti e tutti quanti vollero "fare il jazz"
di
Ernesto Assante
Le musiche del cartone animato Disney del 1970 fecero scoprire (o riscoprire) un genere a un vastissimo pubblico. Ma le citazioni andavano dal rock'n'roll alla classica. E Maurice Chevalier cantava il brano guida Per iscriversi alla newsletter di cinema di Repubblica: newsletter.repubblica.it
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Cinquanta anni fa il jazz entrava nella vita di milioni di bambini e, perché no, anche di milioni di genitori che accompagnavano i figli al cinema. E avveniva per merito di un film a cartoni animati, Gli aristogatti, uscito dalla fabbrica dei sogni di Walt Disney, e di una canzone, "Tutti quanti voglion fare il jazz" che meriterebbe di entrare nell’elenco dei gioielli musicali del Novecento. Come tutto il film, del resto, un perfetto breviario per appassionati di musica, perché contiene tutto, jazz, appunto, musica classica, opera, pop, musica popolare, in un compendio allegro, colorato e divertentissimo. È uno dei molti musical a cartoni animati realizzati dalla Disney, imperdibili, perfetti, una linea di produzione che è arrivata fino ai giorni nostri, dove le animazioni non sono più a cartoni ma digitali ma dove l’importanza è il ruolo della musica non è mai stato minimamente sminuito.
Gli aristogatti era arrivato nelle sale nel 1970, cinquant’anni fa, diretto da Wolfgang Reitherman, ottenendo immediatamente un grandissimo successo, per merito della storia, quella di un’adorabile famiglia di gatti, mamma Duchessa e tre figlioletti chiamati Minou, Matisse e Bizet, che vivono sotto il tetto di un’anziana signora dell’alta società parigina, amante dell’arte, della musica e delle buone maniere, che finiscono in una brutta avventura dopo essere stati rapiti da Edgar, maggiordomo della signora, ma vengono aiutati da una gatto di strada, “romano de Roma” nella bellissima versione italiana, ed ai suoi amici “hipster” amanti del jazz, capitanati da Scat Cat. La musica è il filo conduttore, come in ogni buon musical che si rispetti, e il livello delle canzoni, qualitativamente e per le orchestrazioni, è altissimo, anche per i già altissimi standard della Disney.
Il jazz era suonato proprio dal gruppo di gatti “hipster” amici di Romeo, che vivevano in una sorta di comune (una casa abbandonata, degli “squatters” anzitempo) nella Parigi degli anni 10 del secolo scorso, simpatici, vivacissimi e in grado di far apprezzare il jazz a chiunque, spiegandone il mistero nella canzone: è musica giovane, che ti spinge a ballare, e non c’è uguale con qualsiasi altra musica: “Samba rumba rock'n roll, twist o cha cha cha, lo stesso prurito non ti dà, la polka e il rondò, come il tango e il foxtrot, roba rococò, se tu li senti suonar, ti faran ricordar, l'arca di Noè, zazazaza olè!”. Ed è divertentissimo notare che gatti jazzisti (il cui capo Scat Cat avrebbe originariamente chiamarsi Satchmo Cat, in onore di Louis Armstrong) sono una benevola rappresentazione dei giovani degli anni Sessanta, alcuni sono vestiti da hippie, e perché sia chiaro a tutti il testo cita il twist e il rock’n’roll, ben lontani dall’essere inventati nella Parigi dei primi anni del secolo. Il confronto musicale è il confronto tra culture, tra i gatti beneducati che sono stati cresciuti ascoltando musica classica e che sanno addirittura suonare il pianoforte (come si vede e si ascolta nella deliziosa “Concertino a quattro zampe”) e il gatto di strada Romeo, che canta le meraviglie della vita libera e senza regole in Romeo’s swing, un po’ come accadeva negli anni tra il 1967 e il 1970 in cui il film viene realizzato dalla squadra storica dei disegnatori Disney, tra i giovani e gli adulti.
Indimenticabile, oltre a Tutti quanti voglion fare il jazz è anche il pezzo “solista” di Romeo, quando il gatto romano si presenta a Duchessa, in cui “er mejo gatto del Colosseo” è interpretato nella versione italiana da un bravissimo Renzo Montagnani. La canzone dei titoli, The Aristocats in originale, fu scritta dai fratelli Sherman, autori principali della Disney per otto anni, e per cantarla fu scelto addirittura Maurice Chevalier, che già si era ritirato dalle scene ma che accettò con entusiasmo di cantarla, ultima sua registrazione prima della morte avvenuta due anni dopo. La colonna sonora, che vinse un Grammy, è ricchissima e molto divertente anche oltre le canzoni più famose, firmata da George Bruns, che pescò a piene mani dalle sue esperienze jazz, ma mise insieme fox-trot, musica classica e molto altro ancora per realizzare uno “score” sempre ben calibrato. Cinquant’anni dopo non solo il film è ancora perfetto ma merita, proprio per la sua eccellente parte musicale, un posto d’onore nella filmografia di ogni buon appassionato di musica.