Quasi ogni anno, dal mare di melassa di riunioni famigliari e amori sotto l’albero, sbuca un Babbo Natale “irregolare”. Volta a volta è toccato a un serial killer travestito da Santa Claus, a un ladro che ne indossava il costume per fare i suoi colpi (Babbo bastardo) e perfino a San Nicola, alter-ego nordico del pittoresco dispensatore di doni che, nell’horror Sint di Dick Maas, percorreva Amsterdam a cavallo decimandone la popolazione. Quest’anno la ventura di impersonare un Babbo Natale eterodosso è toccata a Mel Gibson in un action-fantasy dal titolo Fatman, visibile in questi giorni su Sky Cinema Uno.
Babbo Natale è in crisi: bambini sempre più increduli e cattivi, un’impresa sull’orlo del fallimento, bollette da pagare con uno stipendio governativo decurtato hanno minato il suo spirito natalizio, facendolo attaccare alla bottiglia. Mentre, per sfogarsi, spara a lattine con impressa la sua effigie, l’esercito americano gli propone un contratto per riciclare la produzione degli elfi, da giocattoli destinati ai bimbi buoni a componenti per aerei da combattimento. Parallelamente entrano in scena due antagonisti: un ragazzino ricco e viziato, che ha ricevuto in “dono” un pezzo di carbone, e un killer professionista ingaggiato dal primo per eliminare Santa Claus. Si scoprirà poi che anche il sicario ha motivi di rancore, covati fin da bambino, verso la sua vittima designata.
L’idea di partenza, partorita dalla fantasia dei fratelli Eshom e Ian Nelms (che sono anche i registi del film) è simpatica e Mel Gibson la serve bene, dando corpo a un Babbo Natale burbero e brontolone, nostalgico del bel tempo che fu come ogni vecchio che si rispetti. Azzeccata anche la coppia che il “titolare” forma con la moglie Ruth (Marianne Jean-Baptiste, già candidata all’Oscar per il film di Mike Leigh Segreti e bugie), compagna di vita ottimista nonché cuoca di biscotti molto apprezzati dagli elfi. Così la prima parte di Fatman risulta piuttosto divertente, grazie a un aggiornamento del vecchio personaggio che è, al contempo, fantasioso e realistico (la stanchezza di Santa Claus nel gestire l’azienda, i tempi che cambiano anche per lui…).
Il problema, con un simile presupposto, era come mantenere il ritmo per la durata di un’ora e quaranta; e qui le cose cominciano ad andar meno bene. La seconda metà del film si concentra sul viaggio del killer, costellato di omicidi in stile tarantiniano, verso l’Alaska, dove avverrà la resa dei conti tra lui e Babbo Natale. Il quale possiede tre pistole, corrispondenti a diversi secoli in cui il mitico personaggio si è trovato a soggiornare. Qui i Nelms Bros. smarriscono un po’ la via, dando al racconto un tono discontinuo, truculento nel duello, un po’ forzato nell’happy end. Che restituisce al Babbo la fiducia nella sua missione e nella magia del Natale. Da annotare che quest’anno, in America, è uscito un film natalizio ancor più bizzarro. S’intitola Letters to Satan Claus e racconta di come, a causa di un’inversione di caratteri (Santa/Satan), la letterina di una bambina arrivi a Satanasso: e lui le ammazzi i genitori.