NEW YORK. Il paradiso dei cinefili. Così, nei mesi scorsi, era stato salutato l'arrivo del cinema virtuale in America, un'industria dominata dallo streaming e con i multiplex piegati da bancarotte (il circuito Amc) e chiusure temporanee (la catena Regal). Per un attimo, durante la pandemia, i trend davano sempre più per morta la sala cinematografica - un ritornello che incalza dai tempi delle provocazioni di Quentin Tarantino a Cannes 2014 - mentre Netflix e gli altri servizi digitali cambiavano, una volta ancora, le nostre video-abitudini, accompagnati dal ritorno dei drive-in e da piattaforme online di sale rimaste sigillate come da ordinanza. Un'inchiesta del New York Times di un anno fa già lasciava presagire il peggio: botteghino a -9%, le offerte on-demand di Disney+, Apple+ e HBO Max pronte a dar filo da torcere ai film da studio, e il cinema-in-casa diventato, a tutti gli effetti, il nuovo standard. Nelle pagine di questi giorni sono proprio i due critici del New York Times, A.O. Scott e Manohla Dargis, a guardare al futuro con preoccupazione: "Il Covid ha solo accelerato un cambiamento in atto" scrive Dargis. "Il modello virtual cinema, emerso durante la pandemia, era una grande idea ma non è così intuitivo da usare e di certo non semplice come cliccare una app".
Per tutta l'estate, fino a Natale, l'offerta del virtual cinema è esplosa, con le etichette di distribuzione indie lanciatissime, da Kino Lorber a Film Movement e Music Box Films, per poi coinvolgere piccoli e grandi catene: non solo art house - New Plaza, Laemmle Theatres e Alamo Drafthouse (sua la serie Alamo-at-Home) - ma anche l'iniziativa del Lincoln Center di New York che ha messo in circolo nuove uscite fresche di festival e un virtual space fatto di film francesi, islandesi e classici restaurati, a prezzi variabili. L'Arclight Cinemas si è difeso puntando sui Q&A da offrire ai membri al termine del film, mentre Metrograph, la nuova, gettonatissima movie house di Manhattan che ha autocertificato le sue proiezioni come "l'ultima esperienza sociale", e Angelika Film Center, con sede a New York, Fairfax, Washington, Dallas, Plano e San Diego, si sono costruite una piattaforma tecnologicamente più intuitiva e avanzata (i loro accordi con i distributori permettono una programmazione più ricca di un qualsiasi cinema indipendente).
I distributori, prima di tutti, hanno intercettato il potere del virtual cinema, trasformandolo in un hub del cinema indipendente. Ci dice Ryan Faughner del Los Angeles Times: "Lo streaming certamente non è qualcosa di nuovo nel panorama cinematografico. Quel che sorprende, come mi ha raccontato il fondatore del Frida Cinema di Santa Ana, è la partnership tra distributori e art house. È un'intesa senza precedenti che permette agli utenti di andare sul sito web del loro cinema preferito, pagare 12 dollari e guardarsi un film su computer, telefono o smart TV in una finestra di tempo che va dai tre ai cinque giorni. Gli incassi se li spartiscono lo studio e l'esercente". Ed ora che anche festival come il Sundance scelgono la vita virtuale, rinunciando a quell'atmosfera di neve calda e canyon, ci si chiede se l'esperienza online di Park City, con annesso hangout space per mimare l'idea di circolo e ritrovo dell'industry nello Utah, lascerà mai traccia. Stesso dubbio per il cinema virtuale.
"Difficile dire se il virtual cinema si estinguerà con la riapertura dei circuiti art house. Sarebbe interessante pensarlo come a un complemento della sala, a patto però che non diventi un ghetto in cui vengono automaticamente relegati film considerati meno commerciali a favore di una programmazione cinematografica più generalista", commenta Giulia D'Agnolo Vallan, programmer dagli Stati Uniti per la Mostra del Cinema di Venezia e direttore artistico del Sag Harbor Cinema, una sala indipendente storica di Long Island, distrutta da un incendio nel 2016, appena ricostruita e trasformata in un non-profit grazie a uno sforzo della comunità locale. "È importante che le sale indipendenti continuino il loro ruolo storico di apripista, che mantengano la loro curiosità e il loro coraggio" prosegue. "Le sale indipendenti che riscontrano successi con il virtual cinema sono in genere nelle grandi città e godono di un membership pool molto vasto. Perché il concetto di lealtà è fondamentale per le sale indipendenti, che si tratti di virtual cinema o no. E quella fedeltà si costruisce con una cura attenta e mirata che è l'esatto opposto del K-mart kafkiano a cui accedi con il telecomando del tuo smart TV".