A quanto pare Netflix ha deciso che, quest’anno, entrerà nei nostri salotti di confinati dalla pandemia con un nuovo lungometraggio per settimana. Outside the Wire (attualmente nella classifica dei più visti sulla piattaforma) è una variante distopica del repertorio war-movie, con l’aggiunta di innesti assortiti: dal racconto di formazione (frequente nei film di guerra) a quello di “strana coppia”, filone ricorrente in vari generi cinematografici.
Siamo nel 2023, in uno scenario di guerra fredda – la Russia cerca ancora di sottomettere l’Ucraina – dove un sadico signore della guerra chiamato Viktor Koval vuole mettere le grinfie su vecchi codici nucleari per minacciare il mondo. Il teatro del conflitto vede gli americani impegnati nell’ennesima missione di “pace”. Per evitare la corte marziale dopo un bombardamento costato la vita a due giovani marines, il pilota di droni Harp deve raggiungere Leo, un ufficiale frutto dell’intelligenza artificiale che sta cercando il geoterrorista per sventarne le mire. I due non si prendono bene, ma finiranno per affrontare assieme i mille pericoli che li attendono lungo la strada.
La critica internazionale sta un po’ maltrattando Outside the Wire, che però non merita un simile accanimento. E’ vero che la sceneggiatura sembra scritta da un algoritmo, nel suo già-visto mix dei temi citati con qualche altro in aggiunta: un omaggio al #blackLivesMatter, per esempio, nella pelle nera del Terminator; o i soliti ufficiali superiori dell’esercito imbecilli, che non capiscono il pericolo incombente. Però le cose buone non mancano; e riguardano soprattutto il cyborg: il quale non dovrebbe provare sentimenti e invece appare più sensibile, intelligente e ironico del suo partner umano.
Affidato all’emergente Anthony Mackie (lo abbiamo visto in Detroit di Kathryn Bigelow e come Falcon nella serie degli Avengers), Leo ha una forte carica drammatica e coltiva un’idea molto personale sui danni collaterali della guerra. In confronto ai quali quelli causati dal drone di Harp sono bazzecole. In fondo Leo, insubordinato com’è, contraddice la “prima legge della robotica” formulata da Isaac Asimov e nota ai cultori di fantascienza: quella secondo cui la creatura artificiale non può far danni a un umano. Cosicché, paragonato a lui, il giovane Damson Idris (tra i protagonisti della serie tv Snowfall) - benché nell’epilogo gli tocchi la parte positiva della storia - appare sbiadito. E veniamo alle sequenze di combattimento, dirette dal regista svedese (ma da anni attivo a Hollywood: Escape Plan - fuga dall’inferno con Stallone e Schwarzenegger) Mikael Hafstrom. Non ci si deve aspettare da lui la perizia bellica di Ridley Scott nelle eccezionali battaglie di Black Hawk Down. E magari neppure l’efficienza di un Michael Bay nei suoi film di guerra. Però il regista sfrutta bene la profondità di campo delle inquadrature, con effetti abbastanza spettacolari anche sullo schermo domestico.