Fanny Ardant, la signora delle passioni. "Gli uomini che si guardavano troppo allo specchio li ho tutti dimenticati"
di
Arianna Finos
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di Arianna Finos
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L'infanzia indisciplinata, la scoperta della politica, l'incontro con Truffaut, l'amicizia con Gassman, Scola, Zeffirelli. E un nuovo film, 'La belle époque', appena uscito su piattaforma, per un'attrice che ha mille storie da raccontare
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
Gli anni (71) non tolgono un grammo al fascino ardente di Fanny Ardant, protagonista di una storia d’amore con il coetaneo Daniel Auteil. In La belle époque di Nicolas Bedos lui, grazie a un’agenzia specializzata, sceglie di rivivere il 16 maggio 1974, il giorno in cui conobbe la donna della sua vita, la moglie che nel presente lo ha lasciato. Tra i molti premi accumulati dal film (disponibile sulla piattaforma IWonderfull), c’è il César alla diva francese, che si racconta con la sua voce roca al telefono da Parigi: «Il copione era brillante, intelligente e malinconico. Un inno d’amore all’amore, incurabile e sentimentale. Non ho resistito». I protagonisti, Victor e sua moglie (il regista Guillaume Canet e la sua attrice Doria Tillier), hanno età diverse, ma vivono le passioni con la stessa intensità. «È questo il gioco sottile, i sentimenti dipendono non dall’età ma da quanto invest…
Gli anni (71) non tolgono un grammo al fascino ardente di Fanny Ardant, protagonista di una storia d’amore con il coetaneo Daniel Auteil. In La belle époque di Nicolas Bedos lui, grazie a un’agenzia specializzata, sceglie di rivivere il 16 maggio 1974, il giorno in cui conobbe la donna della sua vita, la moglie che nel presente lo ha lasciato. Tra i molti premi accumulati dal film (disponibile sulla piattaforma IWonderfull), c’è il César alla diva francese, che si racconta con la sua voce roca al telefono da Parigi: «Il copione era brillante, intelligente e malinconico. Un inno d’amore all’amore, incurabile e sentimentale. Non ho resistito». I protagonisti, Victor e sua moglie (il regista Guillaume Canet e la sua attrice Doria Tillier), hanno età diverse, ma vivono le passioni con la stessa intensità. «È questo il gioco sottile, i sentimenti dipendono non dall’età ma da quanto investi nell’amore. Il mio personaggio all’inizio sembra duro e cinico, nel suo sforzo di modernità. Ma buttando il marito perso in un suo mondo fuori casa, si regala la capacità di riconquistarlo. Quando lui flirta con l’attrice ingaggiata per interpretare il mio personaggio da giovane, capisce che la coppia che ha creato con sua moglie è la cosa più importante. Una coppia che dura a lungo è come un capolavoro».
Fanny Ardant in 'La belle époque', disponibile sulla piattaforma IWonderfull Come ha creato questo personaggio?
“È una donna lontana da me. Io non sono cinica e proiettata nel futuro. Sono stata felice di girare per la prima volta con Daniel, attore che mi ha sempre commosso. All’inizio il regista mi imponeva di essere dura con lui, ma era difficile per me. Mi sono divertita nelle scene in cui litighiamo, quando apro il frigorifero, lo insulto e tiro le cose. Non ho mai avuto un bel personaggio da commedia come questo».
Qual è la sua belle époque, il tempo a cui tornerebbe se si potesse chiederlo a un’agenzia?
«L’ultimo giorno di scuola, il primo giorno delle grandi vacanze. Mi ricordo l’ubriacatura, l’ebbrezza, la follia di quel momento, della libertà e di essere in vacanza».
Che bimba è stata Fanny Ardant?
«Una non facile, sono stata buttata fuori da vari conventi. Solitaria, ma molto attaccata a fratelli, sorelle e genitori. Ho vissuto un po’ in un mondo mio, mi bastava. Mi dicevo “sto talmente bene con la mia famiglia che potrei rimanere così per sempre a mangiare la cioccolata».
Fanny Ardant con Francois Truffaut sul set di 'Finalmente domenica' (1983) Figlia di un ufficiale di cavalleria di Palazzo Grimaldi, ha vissuto in un contesto da favola alla corte monegasca di Ranieri.
«Da fuori può sembrare un mondo scintillante, ma faceva parte della vita di chiunque vivesse a Monaco, una vita normale, senza playboy e tutto il resto».
Da adolescente?
«Ero difficile, però avevo un padre molto intelligente, autorevole e amorevole. Ma quando sono uscita da Montecarlo per andare all’università, è iniziata la vita, si è aperto un nuovo mondo delle idee, della politica, della realtà».
Aver studiato Scienze politiche le ha dato una chiave di lettura del mondo?
«Sì, è stato il momento della dialettica, il confronto con le posizioni politiche diverse affrontate in modo anche carnale. Le idee accompagnano il cuore, non solo il cervello. Ho ammirato quelli che si impegnavano in un partito politico, io volevo già essere un’attrice, sono stata un’egoista».
Com’è nata la passione?
«Prima del cinema, la prima grande emozione l’ho avuta con l’opera lirica, C’era un teatro in cui andavo spesso da bambina, vedevo opere russe, italiane... La prima è stata Traviata. Guardavo l’enorme sipario rosso di velluto e provavo sentimenti forti. A mio fratello ho detto “un giorno sarò dall’altra parte, sul palco”. E lui “bon, sei matta”. Era un desiderio oscuro. I miei genitori avrebbero preferito un mestiere sicuro, temevano fosse un capriccio. Hanno detto “prima fai l’università” pensando che sarebbe passata. Ma non è passata».
Con Gérard Depardieu in 'La signora della porta accanto' (1981) Com’erano i primi provini?
«Ho pensato spesso che la gente davanti a me fosse stupida. Avevo un brutto carattere. Poi, con il successo, un po’ ti pacifichi. Ma ricordo provini in cui non andavo mai bene: troppo grande o magra o con la faccia strana. E poi un giorno… è andata».
Il primo incontro con Francois Truffaut: ha capito subito che c’era qualcosa di speciale?
«Non capisco mai niente dall’inizio, io. Mi scrisse per dire che mi voleva in un film con Gerard Depardieu, aveva girato L’ultimo metrò. Trovai nella cassetta della posta una sinossi di La signora della porta accanto. Era una grande storia d’amore che rappresentava quel che pensavo, cioè che si può morire d’amore. Ero entusiasta perché potevo mettere in un film qualcosa in cui credo nella vita. Non mi sembrava neanche di recitare».
Le ha detto perché aveva pensato a lei?
«Aveva visto una serie sulla Prima guerra mondiale, molto popolare all'epoca, nella quale avevo lavorato. Mi scrisse nella lettera: “Ormai è una gioia passare il sabato sera davanti alla tv”. L’ho incontrato nel suo ufficio di produzione e poi…».
Il ricordo più forte del set?
«La prima inquadratura, il momento in cui mio marito mi presenta il vicino della porta accanto, dunque Depardieu. Gli ho dato la mano e il modo in cui mi ha guardato e stretto la mano mi ha fatto dimenticare la macchina da presa. Ho girato tutto d’istinto, come quando un uomo ti invita a ballare. Mi sentivo nel centro assoluto del personaggio, senza timidezze e paure».
Avrebbe immaginato il successo?
«Mai. Ricordo all’uscita della presentazione a New York una donna in lacrime che mi sussurra “è la mia storia, è la mia storia”. Tutti noi, uomini e donne, abbiamo dentro una storia che ci ha fatto quasi morire. Perché l’amore è così, non è solo romanticismo. Appartiene a tutti e ciascuno lo declina in modo diverso. A volte felice, a volte c’è chi vuole morire per una storia d’amore».
E poi 'Finalmente domenica' con Trintignant, che si apre con la sua bellissima camminata.
«Con il mio piccolo cane. Si chiamava Golò, che è anche nel film di Ettore Scola La famiglia, Ettore mi aveva detto "Ma questo cane ti segue dappertutto? Allora mettiamolo nell’inquadratura, quando cammini nel lungo corridoio...". Il set con Trintignant è stato una meraviglia, eravamo felici, facevamo tutto con il cuore, tra complicità e risate. E' stato come attraversare il mondo con un bicchiere di champagne in mano».
Sono nate grandi amicizie, sul set.
«È strano ma tu conosci bene una persona solo dopo averci girato un film. Il cinema tira fuori l’essenza pura di quel che hai nel cuore. Ad esempio, un uomo che ho adorato era Vittorio Gassman, ho girato con lui vari film e dunque lo conoscevo meglio che se lo avessi frequentato per vent’anni di vita vera. Mi è anche capitato di girare con colleghi che si preoccupavano soprattutto che i capelli stessero a posto, si guardavano continuamente allo specchio. Ecco, quelli li ho dimenticati».
Gassman non era simpatico a prima vista.
«No. Ci siamo incontrati nel film Benvenuta, girato a Bruxelles, Napoli e Roma. Ricordo che durante la prima scena lui era abbastanza chiuso, pensavo “che peccato”. Poi al momento dei cestini per il pranzo qualcuno bussa con forza al mio camerino. Si spalanca la porta ed è lui: “Posso dividere il mio pranzo con la più bella rompipalle che la vita mi ha portato?". Siamo diventati amici, nei momenti difficili c’era sempre, veniva a Parigi a vedere i miei spettacoli. Io no chiedevo nulla, cenavamo e poi prima del dolce diceva “bon, adesso ti parlo”. Aveva visto tutto, commentava tutto».
Era amica anche di Mastroianni.
«Non sono riuscita a girare con lui, Ettore aveva un progetto ma Marcello è morto troppo presto. Ho amato la sua eleganza morale, la sua finta leggerezza, il passare le notti a bere e fumare e raccontarsi barzellette».
Ha studiato italiano anche per poter ridere delle nostre barzellette...
«Quando per la prima volta ne capii una, raccontata dalla moglie di Ettore, ho riso come una matta anche se non faceva così ridere, mi guardavano stupiti ma io ero contenta di essere entrata nel mondo magico delle vostre barzellette».
Tra i sui grandi amici c'è Franco Zeffirelli.
«Potrei parlarne per ore. L’ho adorato, con quel suo fare da ragazzo insolente ma anche generoso, ironico, colto. Condividevamo l’amore per la Callas. Il set con lui è stato uno dei più grandi momenti della mia vita d’attrice».