Spettacoli

'Raya e l'ultimo drago', la principessa Disney stavolta arriva dall'Asia

Il nuovo cartoon del colosso Usa disponibie sulla piattaforma Disney+. Un romanzo di formazione scritta da una sceneggiatrice malese e un drammaturgo vietnamita
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Dopo Mulan, Raya. Dopo la Cina, il Sudest asiatico. E’ davvero bello il cinquantanovesimo lungometraggio d’animazione Disney, Raya e l’ultimo drago, che la premiata “casa” ha deciso di distribuire sulla piattaforma Disney+ (in America esce contemporaneamente on demand e nelle sale che riaprono), per ora a prezzo maggiorato col cosiddetto “accesso vip”. Nell’immaginario mondo di Kumandra, protetto da draghi benevoli, hanno fatto irruzione i Druun, malvagie presenze in forma di nuvole nere capaci di contagiare gli umani (ma i riferimenti al Covid evocati da alcuni sono la solita “attualizzazione” a vanvera) trasformandoli in statue di pietra. Mentre i cinque diversi regni del paese sono lacerati da conflitti di potere, la giovane principessa guerriera Raya si assume il compito di tentarne la riunificazione, mettendo insieme i frammenti dispersi di una prodigiosa gemma-drago. Per recuperare i quali, però, occorre l’aiuto dell’ultimo drago, Sisu, dormiente da 500 anni.

Scritto da una sceneggiatrice malese e da un drammaturgo vietnamita, il film evoca antiche mitologie del folklore tailandese, cambogiano, indonesiano, birmano e non solo. Però le rielabora in uno storytelling che si adatta perfettamente alla lezione dei formalisti russi: l’eroe (l’eroina) con una missione, l’oggetto magico, gli aiutanti, gli oppositori e tutto il resto. Raya è sì una principessa Disney, ma di genere insolito. Non canta come in un musical, non s’innamora, combatte col corpo e la spada come in un “wuxiapian”. L’oppositore è una ragazza dall’acconciatura punk, Namaari, campionessa di un regno avversario. Gli aiutanti sono una simpatica armata Brancaleone (ma ciascuno con un proprio sviluppo). In primo luogo Sisu, draghetto azzurro un po’ svagato capace di assumere sembianze umane. Poi il buffo Tuk Tuk, cavalcatura rotolante di Raya, un piccolo ristoratore specializzato in zuppe di gamberi, una lattante a capo di una banda di scimmiette ladre, un gigante. A loro sono affidati gli intermezzi comici, che punteggiano una trama da action-fantasy ben scritta e con momenti di commozione (ma non patetici).

Ottima come sempre l’animazione in CGI, curiosamente alternata con altre due tecniche dei cartoon di un tempo, ossia un prologo in “papier découpé” e una scena bidimensionale nel vecchio stile Disney. L’equilibrio di generi è tra i migliori visti in un cartoon da anni; la regia di Don Hall e Carlos Lopez Estrada va alla grande, così come il montaggio dinamico che imprime continui twist alla vicenda. Bella l’iconografia dei diversi regni, immaginifica e dai colori scelti con cura. Per non lesinare sulle lodi, anche la “la morale della favola” di questo progetto originale Disney convince più del solito. Se tutti i cartoon contengono messaggi sull’amicizia e la collaborazione, certo lodevoli ma ripetitivi e un po’ stanchi, in Raya e l’ultimo drago l’auspicio a comporre i conflitti e a cercare la salvezza comune mediante la fiducia non è solo enunciato, ma evidenziato in modo convincente da vari episodi e soprattutto dall’epilogo. Portando la storia sulla via del “romanzo di formazione”, dove lo spettatore apprende la lezione contemporaneamente all’eroina.

Resta da fare un’osservazione sul doppiaggio. Mentre quello americano è stato affidato a voice-actor tutti di etnia orientale (il drago Sisu è l’attrice e rapper Awkwafina) da noi, nella convinzione di rendere più appetibile il film, si è compiuto un autentico whitewashing, uno “sbiancamento” delle voci. Che sono di Luisa Ranieri (la regina Virana) e di esperti doppiatori nazionali; con l’(apparente) eccezione di Jun Hichikawa (la protagonista di Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi), nippo-romana dall’età di otto anni.