Pur con i limiti imposti dalla pandemia, in America Fino all’ultimo indizio (ora visibile sulle principali piattaforme, tra cui Sky Primafila, Infinity, Prime Video, Apple TV) ha ottenuto un buon successo piazzandosi al top della classifica dei film più visti. Non è difficile apprezzarne il cast, che annovera il veterano Denzel Washington e gli astri nascenti Rami Malek e Jared Leto. Bella anche l’ambientazione nella Los Angeles anni ‘90; e tuttavia senti che qualcosa non quadra. Il “colpevole” è il soggetto del film.
'Fino all'ultimo indizio', Washington, Malek e Leto per un thriller da Oscar
Joe Deacon, detto Deke, ci viene presentato come un ex superpoliziotto ritiratosi a Bakersfield dopo un evento che lo ha fatto cadere in disgrazia presso i colleghi. E’ separato e vive solitario, ha avuto un infarto: è l’ennesima variante, insomma, del tipico veterano (cinematografico) strapazzato dalla vita che torna sul luogo del delitto per risolvere un caso difficile. Un serial killer di ragazze sta terrorizzando la Città degli Angeli e il suo modus operandi ricorda un antico caso irrisolto: quello, precisamente, che ancora tormenta le notti di Deke. Il quale affianca nelle indagini il giovane collega Jim Baxter, in una variante della rodata coppia poliziotto anziano/poliziotto giovane. I due individuano un potenziale sospetto in Albert Sparma, tipo inquietante e viscido sovrarecitato da Jered Leto (che per la parte ha avuto una nomination ai Golden Globe, ma non agli Oscar). Dimostrare la sua colpevolezza, tuttavia, è assai difficile.
Con un “plot” come questo, Fino all’ultimo indizio emana un sentore di già-visto, diciamo pure di vecchiotto, che lo fa sembrare – anziché una produzione del 2021 - un film rinvenuto in qualche scaffale. Anziché un neo-noir (come lo definisce Wikipedia), pare quel tipo di prodotto che era in voga un quarto di secolo fa: basti pensare a Il silenzio degli innocenti e, ancor più, a Seven e relativi epigoni. La cosa risulta ancor più chiara quando si scopre che John Lee Hankock – soggettista, sceneggiatore, produttore e regista – lo aveva scritto nel 1993, proponendone la regia a Steven Spielberg poi a Clint Eastwood.
In così tanto tempo Hollywood ha cessato di frequentare quel genere di thriller cupo e minaccioso, passato in eredità a diverse serie televisive quali True Detective; mentre il personaggio dell’investigatore perseguitato dalle vittime, o la dialettica tra i colleghi di generazioni differenti che dapprima diffidano, poi diventano simili (anche il giovane soccombe alle stesse ossessioni) sanno troppo di vintage.
Forse intuendo il limite di situazioni straviste, Hancock introduce nell’ultima parte alcuni colpi di scena, per rilanciare con una svolta “a spoiler” una trama troppo imperniata sai drammi personali dei protagonisti. Ovviamente non è il caso di raccontarli, però va detto che l’espediente non basta a risolvere il problema di fondo. Neppure le rivelazioni in flashback sui motivi del tormento di Deke, o gli atti che spingono il giovane Baxter sulla strada un tempo percorsa del collega più anziano, riescono a imprimere al film una tensione autentica né a liberarlo dalla penuria di urgenza che lo contraddistingue.
VOTO: STELLE 2,5 SU 5