"Fusse che fusse la vorta bbona". La battuta rimasta nel repertorio popolare è la frase tormentone del barista ciociaro, di Ceccano per la precisione, una macchietta che Nino Manfredi nel 1959 portò a Canzonissima di Antonello Falqui. Sul palco c'erano anche Delia Scala, Paolo Panelli e Don Lurio: un'edizione leggendaria che tenne incollati alla tv milioni di persone. E per il personaggio del barista fu un trionfo, tanto da provocare la gelosia del vero paese d’origine del grande attore, Castro dei Volsci, dove Manfredi nacque il 22 marzo del 1921.
Le radici ciociare
Nino Manfredi è figlio di contadini, anche se il padre si guadagna poi i gradi di maresciallo in polizia ottenendo il trasferimento a Roma. Ma l’estate tornano sempre in campagna. Il nonno Giovanni li fa lavorare nei campi e quando gli scappano i bisogni gli indicava "il pero, il melo, l’uva...”. Finché una volta il piccolo Nino spiega al nonno che a Roma il gabinetto è in casa: “E a che cosa serve?”, risponde stupito il nonno. “A fare la cacca”. “E poi dove la mettete?”. “Tiriamo lo sciacquone e l’acqua la porta via”. “È proprio vero che al giorno d’oggi si butta via proprio tutto”, è la risposta del saggio contadino.
La tisi e l'incontro con il teatro
Nino è il primogenito ma non sembra promettere bene: scappa più volte dal collegio religioso in cui è stato iscritto da semiconvittore, contrae la tubercolosi a 17 anni e cresce in sanatorio. Tre o quattro volte le sue condizioni si aggravano al punto che gli venne data l'estrema unzione. Poi arrivarono gli americani e con loro l’antibiotico. Ma in sanatorio accadde anche altro: grazie a un'esibizione della compagnia teatrale di De Sica, si innamora della recitazione.
Il bivio: avvocato o attore?
Guarito, si iscrive all'università, ma passa le sere a recitare in un teatrino parrocchiale. Dopo l'8 settembre scappa in montagna col fratello e a guerra finita sembra mettere la testa a posto: torna all'università (per far contenta la famiglia) e in contemporanea si iscrive all'accademia d'arte drammatica. Qui trova in Orazio Costa il suo mentore e, davanti alla commissione d'esame dell'università mette subito in chiaro quali sono i suoi progetti futuri: “Signori professori io vi giuro, l’avvocato non lo farò mai”, avrebbe detto nel racconto che ne faceva la moglie Erminia Ferrari. “E allora perché si starebbe laureando in giurisprudenza? Che cosa vuole fare?”, fu la replica dei docenti. “Frequento l’accademia nazionale di arte drammatica, ho sempre voluto fare l’attore”. “E adesso sta lavorando a qualcosa in particolare?”. “Arlecchino servitore di due padroni, di Carlo Goldoni”. “Bene, si esibisca”.
Strehler ed Eduardo
Dopo aver accontentato la famiglia con una stentata laurea in legge, debutta in teatro con Tino Buazzelli nella compagnia Maltagliati-Gassman, per lo più vedendosi affidare ruoli drammatici di autori contemporanei. Passa poi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler (che lasciò nel 1951 con la battuta: “Aho, ma qui nun se ride mai”), per tornare infine, di nuovo a Roma, con Eduardo De Filippo. Nella stagione '52-'53, mentre con Paolo Panelli e Bice Valori stanno provando al Teatro Eliseo di Roma, il grande Eduardo prende da parte Manfredi e gli dice: “Tu puoi essere il mio erede”. E la replica fu: “Non sono e non posso essere il tuo erede. Non sono e non sarò mai grande come te”.
Radio e doppiaggio
All'inizio degli anni '50 con gli amici Paolo Ferrari e Gianni Bonagura si impone alla radio in siparietti leggeri, tra varietà e commedia musicale (conosce bene le note, sa suonare e cantare). Alla radio trova altri maestri come Vittorio Metz, Dino Verde, Marcello Marchesi che ne intuiscono il talento comico. Ma la sua non è solo una voce radiofonica, intraprese infatti anche una carriera di doppiatore che lo portò ad essere la voce di Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e persino di Mike Bongiorno.
I primi successi
Alla metà degli anni '50 ha la prima occasione reale con il film Lo scapolo, di Antonio Pietrangeli e con Gli innamorati di Mauro Bolognini. Ma il 1955 rimarrà fondamentale nella sua vita soprattutto per il matrimonio con l'adorata Erminia Ferrari (all'epoca indossatrice) che gli darà tre figli e sarà la sua compagna fino alla fine. Alla fine del decennio conquista il Teatro Sistina con Un trapezio per Lisistrata (partner di Delia Scala) e poi trionfa nel '62 con Rugantino, sempre grazie a Garinei e Giovannini. Ma intanto inizia il suo successo al cinema.
'Pane e cioccolata', per i 100 anni di Nino Manfredi il suo film cult
Il cinema
Il decennio successivo esplode la commedia all'italiana e finalmente Nino Manfredi è tra i protagonisti del nostro cinema. Da Anni ruggenti (1962) a Nell'anno del Signore (1969). E ancora: Dino Risi Straziami, ma di baci saziami, Ettore Scola Riusciranno i nostri eroi. È però legato agli anni '70 il momento d'oro dell'attore che diventerà anche regista e sceglie in piena libertà le sue maschere: Girolimoni, il mostro di Roma per Damiano Damiani; l'emigrante di Pane e cioccolata per Franco Brusati, il baraccato di Brutti, sporchi e cattivi ancora con Scola, il prete di In nome del Papa Re con l'amico più caro, Luigi Magni. Dietro la macchina da presa si afferma subito con l'autobiografico Per grazia ricevuta nel 1971, ma aveva fatto le prove generali da regista dieci anni prima con lo splendido Avventura di un soldato, episodio interamente muto nel film a più mani L'amore difficile.
Sempre negli anni '70 partecipa a due delle avventure cinematografiche più belle della sua carriera: con Luigi Comencini crea un indimenticabile Geppetto per la versione televisiva di Pinocchio (1972) e due anni dopo con Ettore Scola dà vita a quel ritratto corale di una generazione che chiude un'epoca della commedia all'italiana grazie al magico incontro fra lui, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Stefano Satta Flores sul set di C'eravamo tanto amati.
'Tanto pè cantà'
Grazie al successo, in tv compare più spesso e si impone anche come cantante portando nella hit parade Tanto pè cantà, versione rivisitata del classico di Ettore Petrolini, e poi calcando il palcoscenico di Sanremo; dagli anni '80 in poi ritrova il teatro con un paio di testi da lui stesso scritti e diretti, abbraccia la pubblicità diventando un'icona grazie al talento di Luciano Emmer e all'incantevole coppia con la "nonnina" Nerina Montagnani per una marca di caffè.
L'ultimo film
Sullo schermo appare sempre meno e il suo canto d'addio nel 2003, La fine di un mistero con la regia di Miguel Hermoso, gli vale le lodi della critica e il Premio Bianchi alla mostra di Venezia. Subito dopo la fine delle riprese un ictus lo porta in fin di vita e, dopo un rapido succedersi di miglioramenti e ricadute, Nino Manfredi muore a 83 anni il 4 giugno del 2004.
L'omaggio per i 100 anni, in tv...
Quattro anni fa la Rai, grazie alla regia del figlio Luca, gli ha dedicato un bel film per la tv con Elio Germano: In arte Nino che lo ritrae negli anni della formazione, tra il 1939 e il 1959 che si può recuperare su Raiplay. Rai Cultura propone il documentario firmato da Francesco D’Arma e Barbara Pozzoni per In scena su Rai 5, in replica domenica 21 marzo alle 18.15 circa. Il 22 marzo l'omaggio sia su Rai2 (21.20) che su Sky Arte (21.15) con la messa in onda in prima serata di Uno, nessuno, cento Nino, documentario scritto e diretto da Luca Manfredi, che raccoglie il ricordo dell'attore di moglie figli, amici e colleghi che hanno avuto la fortuna di collaborare con lui.
...e alla radio
Le celebrazioni coinvolgeranno anche la radio: Hollywood Party - la storica trasmissione di cinema di Rai Radio 3 - dedica a Manfredi una programmazione speciale del Cinema alla radio: si inizia domenica 21 marzo alle 19 con Straziami ma di baci saziami condotto da Enrico Magrelli, per proseguire poi, la domenica successiva (28 marzo), con Per grazia ricevuta (di Nino Manfredi, 1971), titolo che gli valse il premio per la miglior opera prima al Festival di Cannes. Da lunedì 29 marzo a venerdì 2 aprile, come sempre alle 19, le puntate quotidiane di Hollywood Party permetteranno agli ascoltatori di sorvolare l'intera carriera di Nino Manfredi, l'attore ciociaro per eccellenza, l'interprete più versatile del nostro cinema che da sempre ha saputo giocare con le espressioni e le movenze dell'uomo comune. Il ciclo si concluderà domenica 4 aprile con Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (di Ettore Scola, 1968), con Nino Manfredi al fianco di Alberto Sordi.