Spettacoli

'Il pap'occhio' fa ancora paura. Arbore: "Mai trasmesso in tv, la nostra goliardia è stata mai compresa"

'Il pap'occhio' fa ancora paura. Arbore: "Mai trasmesso in tv, la nostra goliardia è stata mai compresa"
Sequestrato e processato per vilipendio alla religione, quarantuno anni fa vedeva la luce il film che raccontava le avventure di un cast strampalato ingaggiato da Wojtyla per mettere in piedi la tv del Vaticano. Il regista: "Cose assolutamente innocue, fatte non con blasfemia ma per giocare sui luoghi comuni"
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Sono passati 40 anni, anzi 41 a essere precisi, eppure c’è un film che fa ancora paura alla tv, che non lo manda in onda. Ultimo tango a Parigi? Macché, è andato in onda pure quello. No, Il pap’occhio, regia di Renzo Arbore, con Roberto Benigni, Isabella Rossellini, Diego Abatantuono, Mariangela Melato, addirittura Martin Scorsese. Non è stato trasmesso neppure domenica, nel corso di uno speciale di dieci ore su Rai Storia dedicato a L'altra domenica, il programma di Rai 2 da cui nacque. Il film ai tempi fu sequestrato e processato per vilipendio alla religione di Stato, «poi però non assolto, ma amnistiato, e forse il problema è questo, non c’è mai stato un proscioglimento definitivo», sospira Arbore. Che domenica ha raccontato la vicenda nella maratona tv per i 45 anni del primo contenitore televisivo del giorno di festa (Domenica In arrivò qualche mese dopo), la stralunata comicità di Mario Marenco, Andy Luotto, il giovane Roberto Benigni, filmati che raccontavano il mondo di musica e spettacoli nelle metropoli europee ed americane, i primi quiz telefonici. E l’intero cast che nel 1980 viene trapiantato ne Il pap’occhio, «un film così strampalato che non so raccontarlo in inglese», disse Scorsese.

In italiano, Arbore lo racconta su Rai Storia e, ricordando anche le vicende giudiziarie, sottolinea più volte che, nonostante sia stato prodotto proprio da Rai 2, non è mai stato trasmesso in tv. «Anzi, una volta, ma in maniera assolutamente carbonara: a notte fonda su Raisat, senza pubblicizzarlo. Come non fosse successo, o come per dire che in fondo una volta è successo».

E neanche domenica sera il film va in onda: si continua a raccontare L’altra domenica. Ancora troppo scomoda questa presa in giro con molta bonomia della religione, in cui il cast della trasmissione viene ingaggiato da Papa Wojtyla - «l’attore, Manfred Freyberger, gli somigliava così tanto che durante le riprese una suora svenne per l’emozione» per mettere in piedi la tv del Vaticano, con gag come Benigni che dipinge un pugno chiuso agli affreschi della Cappella Sistina, Giovanni Paolo II che impara l’italiano e viene ripreso (d’altronde nel suo primo discorso aveva detto «Se sbaglio mi corriggerete»), Azzurro cantata tutta a pernacchie e la jazz band Jazzemani.

«Cose assolutamente innocue, bambinesche – ricorda Arbore - fatte non con blasfemia ma per giocare un po’ sui luoghi comuni, sulle tante frasi fatte religiose che sono diventate modo di dire. Penso a “Il Signore è con voi”: ogni volta che me lo dicevano io indicavo Marenco e dicevo “sì, il signore è con noi”. Le bestemmie sono una cosa ben diversa». Forse fu l’irruzione in Vaticano (che non era il Vaticano, ovviamente, ma la Reggia di Caserta) di tre travestiti, le canterine Sorelle Bandiera. Chissà.

Quel che è certo è che dopo una settimana di proiezione (così trionfali che il film fu il quinto per incassi annuali nel 1980), arrivò il sequestro da parte del Procuratore della Repubblica dell’Aquila, «che, si diceva allora, neppure l’aveva visto», per vilipendio alla religione cattolica, ma senza che ci fosse mai stata una reazione ufficiale dalla Santa Sede: «Venimmo a sapere che lo considerarono “futile”, ma nulla più di questo». Il processo fu a Roma davanti al giudice Luciano Infelisi, «un magistrato che si occupava di terrorismo e che dovette pensare a noi». Quando Benigni andò a testimoniare, prima si mise a giocherellare con gli oggetti che Infelisi aveva sul banco davanti a sé, poi gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Cosa? «Che il film era così cattolico che io avevo preso i soldi dal Vaticano», racconta Arbore. Il quale, interrogato da Infelisi, elencò tutte le cose che lui e Luciano De Crescenzo avevano scartato nella sceneggiatura per non essere blasfemi sul serio, «come tutta una serie di gag sui miracoli».

Ma, prima di una sentenza, arrivò l’amnistia che paradossalmente complicò tutto perché la situazione non fu mai chiarita definitivamente. Neanche il fatto che il portavoce dell’Opus Dei l’abbia definito «un film apostolico in stile cristiano, con la grande invenzione di Papa Wojtyla atletico preoccupato dei giovani che si fanno gli spinotti, invece che gli spinelli», ha cambiato qualcosa. «In Rai sanno che la situazione ai tempi era ingarbugliata e non hanno mai pensato di trasmetterlo. Eppure nel corso del tempo sono usciti lavori ben più ficcanti del Pap’occhio, penso a Habemus papam di Nanni Moretti o alle fiction sul Papa di Paolo Sorrentino. Forse dà fastidio la goliardia con cui girammo, che è purtroppo ancora considerata una cosa negativa, mentre per me è ciò che fa ridere, è il mescolare alto e basso, è Fiorello, è Frassica».

La situazione è ingarbugliata anche dal punto di vista dei diritti: «Il film poi fu comprato da Giovanni Di Clemente, morto qualche anno fa. Ora stiamo lavorando per sbloccare la situazione, perché mi piacerebbe davvero riproporre questo film, credo che non sia invecchiato. Anzi, quando l’ho proposto a qualche gruppo di ventenni si sono divertiti molto ». Chissà che non riescano a vederlo anche in tv.