New York – “Negli anni Ottanta i videogiochi imprigionavano il cinema in un flipper o dentro l’Atari, e tutto era un fenomeno-cartuccia come Guerre Stellari e Tron. Poi il mondo ibrido del grande schermo si è divorato l’arcade e i gettoni che tenevamo in tasca. E son fioccati Street Fighter, Tomb Rider, Pokémon… Oggi l’appuntamento è con un genere nuovo: lo spettatore entra direttamente nel videogame ma è un videogame a cui non ha mai giocato prima. Volete provare?”. A sfidare il pubblico è il regista canadese Shawn Levy che incontriamo a Boston sul set di Free Guy – Eroe per gioco, nello stesso periodo in cui una coproduzione giapponese-americana ridisegna, a tre mesi dall’uscita, il porcospino antropomorfo blu di nome Sonic (delusi dalle prime immagini, i fan avevano chiesto all’unanimità un ritocco della computer animation). Risultato: Free Guy sarà uno dei primi titoli di rilancio dell’estate americana e Sonic, dopo essersi guadagnato il trono dei film di supereroi di maggior incasso nel 2020, avrà probabilmente un seguito con Jason Momoa nel ruolo di Knuckles, l’echidna rosso in competizione con Sonic.
Il caso Free Guy segna un salto di qualità per il filone: Ryan Reynolds abita a Free City e fa l’impiegato di banca, completamente ignaro di essere un personaggio secondario, non di un mondo alternativo ma di un videogame. Fino a quando non prende coscienza e guida la ribellione (un suo parente stretto potrebbe tranquillamente essere Jim Carrey in The Truman Show). In gioco, la video-città che i programmatori ora vogliono distruggere. “Ho sempre amato vedere i miei giochi del cuore trasposti al cinema” ci aveva detto Ryan Reynolds durante una pausa dalle riprese. “Il mio Guy però non è un supereroe pre-esistente, Guy è un personaggio disegnato per restare sullo sfondo tutta la vita. Si sente umano in un mondo fantasy. Ma non intende uscire dal videogioco, per lui è casa. Ed ora vuole avere un impatto sul mondo”. Il videogame dentro cui è stato programmato non esiste, non ci sono contaminazioni esterne, anche se il regista dice di essersi ispirato a GTA - Grand Theft Auto e Fortnite, gioco di battaglia reale free-to-play.
Così come era pieno di citazioni Rampage – Furia animale (2018), un altro "non-adattamento", malgrado la minaccia di una corporation e un gorilla che fa amicizia con The Rock, prima di arrampicarsi su un grattacielo e suonarle a un coccodrillo gigante, lo rendevano un videogioco a tutti gli effetti. E chissà quanto gonfie di videogames devono essere state le tasche di Steven Spielberg, quando ha pensato di realizzare Ready Player One, ambientato in un parco roulotte d’alluminio dove il romanzo di Ernest Cline, dalla pagina, può finalmente calare sugli spettatori l’elmetto della realtà virtuale, trasportandoli nell’OASIS, un gioco techie in VR.
Se, negli anni Novanta, a Street Fighter (1994) il pubblico non ha perdonato le somiglianze con Die Hard e l’indistruttibile John McClane, il fenomeno dei "videogame movies" ha cominciato a farsi serio, e ad imporsi al botteghino, grazie a Mortal Kombat (1995, l’anno di Showgirls e di Elizabeth Berkley, nuda sulle note EDM tratte proprio dalla colonna sonora di Mortal Kombat) e un manipolo di combattenti pronti a sfidarsi in un torneo da cui dipendono le sorti del mondo. Per gli appassionati, vedere Scorpion, Sub-Zero e Goro in azione, o sentir pronunciare “Vittoria Sfolgorante”, il film di Paul W.S. Anderson segna ancora un punto di non ritorno (il reboot è nelle sale e in streaming su HBO Max da metà aprile). Solo sei anni dopo arriverà Tomb Raider (2001) diretto da Simon West e con Angelina Jolie e Daniel Craig mai così pieni di charme.
Il cine-videogame è una manna per lo star system. Dopo Alicia Vikander neo-Lara Croft, in Assassin’s Creed, Michael Fassbender interpreta Callum Lynch/Aguilar de Nerha, discendente degli Assassini, con un legame genetico al suo antenato Aguilar, un Assassino nella Spagna del XV secolo.
Nello stesso periodo in cui la Jolie diventava carne e fucile d’assalto, approdava Final Fantasy, fantascienza animata, primo lavoro di foto-realismo applicato al videogioco, con al timone il regista Hironobu Sakaguchi, creatore del franchise. È stato di fatto il film ispirato a un videogioco più costoso fino al 2010, l’estate in cui Jake Gyllenhaal ha rischiato di perdere faccia e carriera nel suo Prince of Persia (“un film che sa esattamente quanto scemo è” scriverà il New York Times). Nel mezzo, al cinema esplodono zombie e task force dei corpi speciali, sotto la silhouette rosso-sangue di Milla Jovovich, imbattibile Alicia “Alice” Marcus (torna per ben sei volte sullo schermo in Resident Evil, della casa madre giapponese Capcom, munita di Beretta 92FS Inox e di ascia).
“Sul carro dei videogames ci sono saliti tutti gli studios, da Sony a Warner, ma forse la prima intuizione l’ha avuta Universal quando mi è stato proposto Il piccolo grande mago dei videogames” ricorda il regista Todd Holland. “Nell’89 tutti i ragazzini vivevano ancora ipnotizzati da due cose: gli alieni di Spielberg e Nintendo. La Nintendo amava l’idea che Hollywood volesse rendere più pop e cinematografica l’esperienza dei giochi, così ci offrirono l’anteprima di Super Mario 3 e il mitico Power Glove, il Guanto Magico, da promuovere nella pellicola”. Impossibile non ricordare la gara finale del Video Armageddon. Sottolinea il regista: “Da appassionato di Alien, ideai quella competizione disegnando la pista da gioco come se fosse un’astronave. Alla Universal dissi che sarei stato il regista perfetto: non avevo mai preso in mano un joystick!”.
Nel ’93 il "videogame movie" più noto al mondo fa il suo debutto al cinema: Super Mario Bros., oltre ad essere rivisitato in chiave cyberpunk, vantava un cattivissimo Dennis Hopper e la scelta, da parte della Disney, di prendere come protagonosta Bob Hoskins, all’epoca cinquantenne, per lanciare un nuovo fanta-fenomeno. Sarebbe possibile oggi? Il film costò 48 milioni di dollari ed incassò meno della metà del budget, ripudiato da critici e fan. “Nonostante il risultato, lo ricordo come un progetto divertente e molto faticoso” ha dichiarato Shigeru Miyamoto, creatore di Mario e Zelda. “Doveva essere un film tratto da un videogame, invece è diventato un film su un videogame”. E se Mario (Hoskins) e suo fratello Luigi (John Leguizamo) ricordano poco e niente della lavorazione (“Bevevamo whiskey tra un ciak e l’altro…”), Hopper giurò che, dopo il fiasco, non si sarebbe più avvicinato a un videogioco.