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Tutta la Hollywood del Presidente: da Shirley Temple a The Rock, il cinema che ruota intorno alla studio ovale

(reuters)
Attrici e attori continuano a candidarsi per ruoli istituzionali o addirittura per la presidenza. E quasi mai per gioco
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New York – “Film is forever” (31 marzo 1981). L’ex star del cinema Ronald Reagan lo aveva dichiarato a due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, 40 anni fa. Due mesi e dieci giorni dopo l’inaugurazione di rito e nel pomeriggio della 53ma cerimonia degli Oscar, Reagan era rimasto ferito dall’ultimo di sei colpi di pistola partiti da John Hinckley jr, “l’uomo che tentò di assassinare il presidente degli Stati Uniti”, ossessionato dal film di Scorsese, Taxi Driver, e da una giovane Jodie Foster nel ruolo della prostituta bambina Iris. Pallottole a parte, il cinema ha sempre ruotato attorno allo Studio Ovale – talvolta letteralmente, con un disco Ufo ad orologeria che lanciava un laser blu-ghiaccio sulla Casa Bianca, disintegrandola, in Independence Day – e le celebrities, dentro e fuori dal set, prima o poi si sono lasciate tentare dalla presidenza o perlomeno dalla politica.


Un sondaggio recente rivela che …

New York – “Film is forever” (31 marzo 1981). L’ex star del cinema Ronald Reagan lo aveva dichiarato a due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, 40 anni fa. Due mesi e dieci giorni dopo l’inaugurazione di rito e nel pomeriggio della 53ma cerimonia degli Oscar, Reagan era rimasto ferito dall’ultimo di sei colpi di pistola partiti da John Hinckley jr, “l’uomo che tentò di assassinare il presidente degli Stati Uniti”, ossessionato dal film di Scorsese, Taxi Driver, e da una giovane Jodie Foster nel ruolo della prostituta bambina Iris. Pallottole a parte, il cinema ha sempre ruotato attorno allo Studio Ovale – talvolta letteralmente, con un disco Ufo ad orologeria che lanciava un laser blu-ghiaccio sulla Casa Bianca, disintegrandola, in Independence Day – e le celebrities, dentro e fuori dal set, prima o poi si sono lasciate tentare dalla presidenza o perlomeno dalla politica.


Un sondaggio recente rivela che il 46 per cento degli americani sosterrebbe la candidatura a presidente di The Rock, la star più pagata di Hollywood (87.5 milioni di dollari). Prima di salvare il mondo e far scorrere litri di benzina nel franchise Fast and Furious, Dwayne Johnson era un wrestler della World Wrestling Federation, poi dirigente. A 48 anni, dopo aver flirtato con l’idea di correre per la White House, sembra pronto ad accettare la sfida e risponde così sul suo account Instagram: “Non credo che i Padri Fondatori avessero mai immaginato che ad aggiungersi al club sarebbe arrivato un tipo alto oltre 1 metro e 90, calvo, tatuato, mezzo nero e mezzo samoano, bevitore di tequila, alla guida di un pickup e con addosso una borsa a marsupio. Ma se dovesse avverarsi, sarebbe un onore servire voi, i cittadini”.

Lo scorso giugno, durante le proteste contro la morte di George Floyd, Johnson aveva preso in mano il cellulare e si era sfogato sui social condannando la mancanza di leadership di Trump. “Dove sei? Dov’è il nostro leader? Dov’è il nostro leader in questo momento in cui il nostro paese è in ginocchio?” chiedeva. “Dov’è il nostro leader compassionevole che si fa avanti, stendendo una mano e dicendo: "Alzati con me. Ti sento. E tu hai la mia parola che farò tutto ciò che è in mio potere, fino al giorno della mia morte, al mio ultimo respiro, per fare tutto il possibile pur di arrivare al cambiamento necessario, per normalizzare l’uguaglianza perché le vite nere contano". Dove sei?”. Un tono lontano anni luce dal siparietto comico che aveva visto l’attore protagonista del Saturday Night Live e in cui metteva in scena l’alter ego The Rock Obama, l’Obama Furioso, e al finto senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, senza mezze misure chiedeva: “Mi dai il permessso di frantumarti la testa?”.


L’opinione pubblica voterebbe in massa The Rock: da ragazzo ha conosciuto la povertà, da adulto riesce a toccare le coscienze dei più giovani, con il click di un reboot (Jumanji) e con il TV show Young Rock. In qualche modo ricorda un’altra roccia del cinema, il Terminator Arnold Schwarzenegger divenuto governatore della California, a cui si legano l’ex wrestler Jesse Ventura (governatore del Minnesota) e Reagan negli anni Ottanta, prima che un tycoon di nome Donald Trump ideasse il format del reality The Apprentice. È l’egemonia ‘social’ del cinema che fa grandi queste star, perfette candidate ad un eventuale post-Biden; tra gli ultimi, l’attore Matthew McConaughey e Caitlyn Jenner, ex atleta del decathlon ai Giochi di Montréal 1976, dati per certi nella corsa, rispettivamente, per la carica di governatore del Texas e della California.


Sulla giostra della politica sono saltate glorie del passato (Shirley Temple, da bambina prodigio a una vita devota al servizio pubblico; dopo essere diventata membro attivo del partito repubblicano della California, si candidò al Congresso nel ’67 e proseguì la carriera diplomatica come ambasciatrice: “Il miglior lavoro che io abbia mai avuto” commenterà) e rapper come il tostissimo Wyclef Jean, candidato alla carica di presidente “per amore della mia terra”, l'isola di Haiti travolta dall’uragano Jeanne nel 2004 e dal terremoto nel 2010. Dopo l’esclusione, il musicista ha tenuto aperto il dialogo con i giovani haitiani per richiedere la riforma dell’educazione. E poi, un caso a sé: Clint Eastwood che incorpora tre figure in un solo corpo da ‘ispettore del West’: attore, regista, politico. Nel 1986 si candidò a sindaco della cittadina californiana Carmel-by-the-Sea e prese il 72.5 per cento di voti. Due anni di mandato e un fuck you scritto in fronte quando gli proposero la rielezione. Tra le star, c’è chi ha fatto sul serio - vedi alla voce Cynthia Nixon, indimenticabile Miranda Hobbes di Sex and the City che non è riuscita a detronizzare il governatore di New York, Andrew Cuomo - e chi l’ha buttata in operazione di marketing; quando la scritta “Kid Rock for Senate” è apparsa sul sito web del cantante nel luglio 2017, i giornali hanno cominciato a chiedersi se Kid Rock facesse sul serio. “La verità? Volevo solo promuovere il mio disco in uscita”.

Hugh Jackman in 'The Front Runner' 

Il critico J. Hoberman scriveva per il Village Voice ai tempi in cui Reagan iniziava la sua seconda campagna presidenziale. Negli States ha pubblicato da poco il libro Make My Day: La cultura del cinema nell’era Reagan (The New Press) per scoprire come nascono i sogni e gli incubi di E.T., Rambo, il Maverick di Top Gun e molti altri, figli della Reaganland: “Nessuno aveva preso sul serio Ronald Reagan quando decise di correre per la carica di governatore in California nel ’65. Tutti lo liquidavano come un attore di serie B. Non capivano invece che era già un animale politico, aveva fatto persino un incredibile discorso, alla vigilia della presidenza del ’64, a favore del senatore repubblicano Barry Goldwater che i Navajo rinominarono Scorpion Rock. A Warren Beatty e a molti altri, Reagan diceva:"‘Non vedo come qualcuno possa essere presidente e non una stella del cinema". Insomma, si faceva presto a dargli dell’ingenuo, in realtà non lo era. Non possedeva la scaltrezza di Bill Clinton o Barack Obama, ma se si pensa che a quei tempi usciva Velluto blu, il noir di David Lynch - Lynch amava Reagan - con Dennis Hopper icona degli anni Sessanta, allora un rapporto tra grande schermo e politica esisteva davvero”.


Quando le sale riapriranno e i set torneranno a regime, arriveranno allora anche film contro-Biden, proprio come ne sono arrivati parecchi contro-Trump, dal 2016 in poi, storie da #MeToo incluse (Bombshell), e contro-Reagan, attorno al 1986, quando Spielberg sembrava ‘Reaganissimo’, mentre filmmaker come Joe Dante e James Cameron, secondo Hoberman, “si discotavano alla grande, tentando di riportare in auge la mentalità conservatrice-moderata dell’epoca Eisenhower”.

Margot Robbie in "Bombshell" 

Tutta la “Hollywood del Presidente” dovrà ricalibrarsi ora che l’ex imperatore di The Apprentice è fuori dai giochi (ma ha raccolto fra 150 e 170 milioni di dollari dopo le elezioni, per le cause che lo attendono). Eppure, già sfruttando la simultaneità con le elezioni Midterm di metà mandato, a dirci che strada stava prendendo il cinema (o la realtà) era arrivato The Front Runner nel 2018, co-produzione Sony e la compagnia canadese Bron Studios, con Hugh Jackman nella parte di Gary Hart, ex governatore del Colorado in dirittura per la nomina democratica, dopo due mandati di Reagan. Il gossip sui suoi tradimenti finisce su tutti i giornali e Hart sarà di fatto il primo candidato americano affossato da uno scandalo sessuale. Essere presidenti non è un gioco da ragazzi, neanche sulle piattaforme di streaming: il documentario pro-Trump di Amanda Milius (ex allieva del Dipartimento di Stato), The Plot Against the President, è approdato su Amazon Prime dopo uno stand-by lungo due settimane. La ragione dello slittamento stava in una semplice dicitura a margine: “Contenuto in revisione”.