Le mille luci di New York: lo schermo racconta la città degli artisti
di Filippo Brunamonti , di Filippo BrunamontiNEW YORK. "Se volete sapere com'era New York negli anni Ottanta, cercate i miei graffiti per la città". Dall'altra parte del telefono, steso a terra a dipingere nel suo studio in California, in compagnia di colibrì e serpenti a sonagli, Kenny Scharf incanta con i suoi ricordi della Downtown radioattiva presa a murales (e a cazzotti) insieme agli amici Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. "Si è scritto tanto delle zone underground dove ci radunavamo, dal Village a Soho, e quando oggi mi domandano che aria respirava un artista dentro quel fermento, io rispondo: ditemi voi cosa devo dire". Bastano, precisamente, quei cromatismi imbevuti di sogni, viaggi nel tempo, mood, alieni e tanto cinema per restituire lo spirito anarcoide dei tempi. È già tutto scritto nei graffiti, divenuti nel tempo oggetto e ossessione di documentaristi e filmmaker.
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NEW YORK. "Se volete sapere com'era New York negli anni Ottanta, cercate i miei graffiti per la città". Dall'altra parte del telefono, steso a terra a dipingere nel suo studio in California, in compagnia di colibrì e serpenti a sonagli, Kenny Scharf incanta con i suoi ricordi della Downtown radioattiva presa a murales (e a cazzotti) insieme agli amici Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. "Si è scritto tanto delle zone underground dove ci radunavamo, dal Village a Soho, e quando oggi mi domandano che aria respirava un artista dentro quel fermento, io rispondo: ditemi voi cosa devo dire". Bastano, precisamente, quei cromatismi imbevuti di sogni, viaggi nel tempo, mood, alieni e tanto cinema per restituire lo spirito anarcoide dei tempi. È già tutto scritto nei graffiti, divenuti nel tempo oggetto e ossessione di documentaristi e filmmaker.
Nell'era dell'anticonformista Edward Irving Koch, leggendario sindaco di New York sopravvissuto a tre mandati, dal 1978 al 1989, Scharf inventava bulbi, microbi, dischi di caramella e biciclette "green" con un'ala d'angelo e uno squalo sottacqua dipinto dietro il sellino per raccontare il sogno americano e le vere "mille sottoluci di New York". Poi ha cominciato a mescolare ogni cosa: pubblicità, tv, moda, film. In un vecchio articolo intitolato "Jetsonism is Nirvana" (1981) Scharf racconta la genesi di alcuni suoi interventi per I Flintstones - Gli Antenati descrivendoli come cartoni svitati, muniti di sbandamenti politici potentissimi. Dentro rollava la critica al consumismo, al potere, all'ingordigia domestica, molto prima dell'impero dello streaming ma con già le news e Trump nel mirino. L'unico stop è andato al pilota della serie Groovenians, un progetto, post 11 settembre, troppo fuori-scherma secondo Cartoon Network.
La lotta cartoonesca alla nostalgia parte da Scharf, a cui la figlia Malia, con il compagno Max Basch, ha appena dedicato il doc When Worlds Collide con immagini di archivio di Andy Warhol, Ed Ruscha, Dennis Hopper, Yoko Ono, Kaws, Marilyn Minter e Jeffrey Deitch, e trova il suo culmine in Downtown 81, uno sguardo tra cinema verità e surrealismo dell'art scene anni Ottanta, scritto da Glenn O'Brien e diretto dal fotografo Edo Bertoglio. Il film, girato nel 1980-81 ma completato solo venti anni dopo, ha per protagonista Jean-Michel Basquiat, allora semi-sconosciuto.
L'ulteriore restauro ha fatto di Downtown 81 un piccolo grande successo, prima in tour in 25 sale, tra cui il cinema Metrograph, nel Lower East Side, "casa" degli artisti dell'epoca, poi sulla piattaforma virtual cinema. Qui Basquiat interpreta Jean, musicista senza un soldo che troviamo seduto su un lettino d'ospedale prima di saltare, libero, nella giungla No Wave, febbrile e radiosa, e fare alcuni incontri magici. La post-produzione del film è rimasta in stand-by fino al '99 quando la produttrice Maripol Fauque ha recuperato il footage perduto, curandone la pulizia del suono e portando il 16mm originale al formato 35.
Dopo la morte per overdose di eroina di Basquiat, Maripol ha scelto il poeta e cantante Saul Williams come doppiatore della sua voce: "Raccontare la Downtown degli anni Ottanta era semplice. Bastava un artista a spasso per New York City da solo". Maripol, che ha determinato il look di icone dello stile come Madonna e Grace Jones, ci dice che momenti come l'incontro tra Jean-Michel e Deborah Harry in versione madrina "fanno la magia del film, restituendo quel clima di scoperte e incroci di vite ormai irraggiungibile". E aggiunge: "Abbiamo girato quella scena in un edificio sulla 18esima strada aspettando la luce giusta. Dagli occhi di Jean-Michel potete ancora vedere quanto volesse essere ricordato. Era estremamente ambizioso. Mi ha pregato fino all'ultimo di completare il film perché ci credeva davvero".
Tra i documenti indispensabili per ritrovare la New York che non c'è più, gli appassionati inseriscono al primo posto Style Wars, un documentario andato in onda su PBS nell'83 sugli albori dell'hip hop e l'evoluzione dei "taggers" che controfirmavano il loro futuro in cerca di gloria nei vagoni delle metropolitane. Al progetto parteciparono graffiti writers come Min One, Dez, Iz e Seen, armati di Krylon. In Wild Style, 1983, diretto da Charlie Ahearn, siamo invece nel Sud del Bronx, nel momento in cui i ragazzini lasciano Downtown e si perdono fin dentro la città insieme a Fab 5 Freddy e Grandmaster Flash. Incorruttibili nell'anima e nel cuore, come Basquiat e Scharf; il primo risorto al cinema come attore quarant'anni dopo, il secondo come guest artist intergallatico per la campagna autunnale Dior, ad un anno esatto dal ritorno nella "sua" Downtown in mostra nella Totah Gallery nella primavera del 2022.