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Gabriel Byrne, 70 anni in una biografia: "Il mio sogno era fare lo scrittore"

(agf)
L'attore irlandese, celebre per film come 'I soliti sospetti' e per serie tv come 'In Treatment', ha da poco pubblicato 'Walking with Ghosts', raccontando della sua dipendenza dall'alcol e dei suoi amici attori: "Adesso mi sento un uomo libero"
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Al traguardo dei 70 anni, che compie il 12 maggio, Gabriel Byrne ha deciso che era arrivato il momento raccontare se stesso. La sua autobiografia Walking with Ghosts (Camminando coi fantasmi) è stata appena pubblicata in America dalla Grove Press di New York ed offre al lettore una sorta di autoanalisi del celebre attore. Qualcosa che somiglia alla chiusura di un cerchio per Byrne, che ha lasciato una profonda impronta col ruolo dello psicanalista Paul Weston nella serie In Treatment (2008-2010). Stavolta, però, sul lettino dello strizzacervelli mette se stesso.

Torniamo quindi all'Irlanda della sua infanzia trascorsa a Dublino, piena di personaggi eccentrici (tanto “slang” irlandese nella versione originale del suo libro), a quella dei “troubles” della guerra civile, ai travagliati rapporti coi genitori e coi fratelli (tra cui una sorella schizofrenica), agli abusi sofferti al collegio cattolico da parte del classico prete pedofilo, quando i…

Al traguardo dei 70 anni, che compie il 12 maggio, Gabriel Byrne ha deciso che era arrivato il momento raccontare se stesso. La sua autobiografia Walking with Ghosts (Camminando coi fantasmi) è stata appena pubblicata in America dalla Grove Press di New York ed offre al lettore una sorta di autoanalisi del celebre attore. Qualcosa che somiglia alla chiusura di un cerchio per Byrne, che ha lasciato una profonda impronta col ruolo dello psicanalista Paul Weston nella serie In Treatment (2008-2010). Stavolta, però, sul lettino dello strizzacervelli mette se stesso.

Torniamo quindi all'Irlanda della sua infanzia trascorsa a Dublino, piena di personaggi eccentrici (tanto “slang” irlandese nella versione originale del suo libro), a quella dei “troubles” della guerra civile, ai travagliati rapporti coi genitori e coi fratelli (tra cui una sorella schizofrenica), agli abusi sofferti al collegio cattolico da parte del classico prete pedofilo, quando il giovane Gabriel non aveva che 11 anni. E poi la scoperta del teatro, il trasferimento a Londra (dove venne bullizzato per essere irlandese), l'esperienza teatrale, il cinema (il suo fortunato esordio arrivò con Excalibur, nel 1981), l'alcolismo e il ricovero (non beve da più di 20 anni, confessa), gli incontri con attori celebri sui set dei suoi film. Come quelli legati alla miniserie Wagner (1981-83), in parte girato a Venezia, con star del calibro di Richard Burton, Laurence Olivier, Vanessa Redgrave, John Gielgud e Ralph Richardson. Un'esperienza che contiene una miniera di aneddoti: Burton, mezzo ubriaco nella sua stanza del principesco hotel veneziano, che gli disse: “La fama non cambia chi sei, cambia gli altri. E' un veleno dolce che all'inizio bevi di gusto, ma che poi ti farà schifo.” E Olivier che gli dice: “Mio caro giovane collega, dai tutto quello che hai come attore, ma non dimenticare mai che è solo un dannato film, che non stiamo curando il cancro. Ricordatelo sempre”. Byrne avrebbe poi fatto tesoro di questo consiglio per tutta la sua carriera.

'In Treatment' 

L'attore non  racconta invece della sua vita privata: non dice nulla della sua ex moglie Ellen Barkin e dei loro due figli, né della sua attuale moglie Hannah Beth King, con cui vive da molti anni nello stato del Maine, in USA.  Quello del libro è un Byrne suggestivo e poetico, discreto, simile a quello che avevamo immaginato vedendolo recitare in film come Miller's Crossing dei Fratelli Coen nel 1990, o nel cult I soliti sospetti di Bryan Singer del 1995. Lo ricordiamo poi in End of Days, Il senso di Smilla per la neve, Canone Inverso e Enemy of the State,  tutti titoli di successo. Attualmente è impegnato con la serie tv The War of the Worlds, dal classico di fantascienza di H.G. Wells.

Gabriel, lei ha lavorato con alcuni grandi attori ormai scomparsi, da Richard Burton a Laurence Olivier a Rex Harrison. A parte quello che ha scritto nel suo libro, che ricordi ha di loro?

"Purtroppo nessuno di loro è vivo, sono tutti fantasmi. E  nel libro ho voluto ricordare Harrison, Burton e Olivieri per una ragione specifica. Le conversazioni con Burton furono illuminanti. Mi diceva sempre: “Non inseguire la fama, scrivi”. Sia Burton che Olivier si sentivano più scrittori che attori, o almeno ammiravano più gli scrittori che gli attori. Olivier non faceva che citare Shakespeare. Tutto il resto erano sciocchezze di poco conto".

'I soliti sospetti' 

E così ha iniziato a scrivere.

"A quasi 70 anni, sì. Uno dei miei rimpianti è di non essere stato uno scrittore, o uno sceneggiatore. Ma non è mai troppo tardi. Godo di buona salute mentale e fisica, e con Walking with Ghosts credo di essermi espresso bene, con l'ispirazione, la sensibilità e l'arte che pretendevo da me stesso. Ho letto tanto nella mia vita, per questo ho sempre sognato di fare lo scrittore. Del resto un attore non esiste senza la parola scritta, anzi ne è schiavo".

Ricorda altri incontri illuminanti?

"Dirk Bogarde, che conobbi a King's Road a Londra. Nel nostro breve incontro Dirk mi raccontò di quando si recò a Roma per girare una pubblicità per degli occhiali da sole: Luchino Visconti vide quella pubblicità e pensò subito a lui per un film. Che poi era Morte a Venezia. Grazie all'incontro con Visconti Bogarde visse una seconda carriera come attore nel circuito dei film d'essay in Europa. Ma lui aveva iniziato come scrittore. Tutti i grandi attori che ho conosciuto mi hanno confessato che in realtà sognavano di essere scrittori".

Nel suo libro attacca la chiesa cattolica, di cui lei si sente una vittima.

"Figlio e vittima. Credo che il celibato nella chiesa cattolica sia ridicolo, e che i cristiani protestanti forse hanno un vantaggio intrinseco contro di noi in questo senso. Soprattutto oggigiorno, nel 2021. Che senso ha il celibato? I risultati li vediamo. Sono sotto i nostri occhi. Repressione uguale perversione".

Nel suo libro scrive con ammirevole candore della sua dipendenza dall'alcol e della battaglia per la disintossicazione. In che misura questa esperienza l'ha resa artista, attore e scrittore?

"Tutte le esperienze difficili ci arrichiscono, ci rinforzano, ci rendono migliori. Parlavo con un amico attore ieri, che ha smesso di bere addirittura 45 anni fa. Ed è un attore famoso, di cui non dico il nome. Io ho smesso da appena 20 anni, niente rispetto a lui, e la sobrietà è un'esperienza che non finisce mai, è un work in progress. Forse noi irlandesi ne siamo campioni: eccessivi in tutto. Nella dipendenza come nella voglia di liberazione, quasi fanatica. Più ti senti schiavo più senti la voglia di ribellarti, di sentirti libero. E a 70 finalmente mi sento un uomo libero".

Il suo prossimo film?

"E' Death of a Ladies' Man, la morte di un donnaiolo. Un film ispirato da un album di Leonard Cohen, in cui io interpreto un professore di poesia che ritrova il suo primo amore, come accadde a Leonard Cohen nella sua vita, almeno stando ai suoi racconti. Scrisse la canzone Marianne pensando a quella ragazzina. Cohen firmò l'assenso al film subito prima di morire, e diede il permesso di usare la sua musica. Un cantautore che voleva fare il poeta".