Le fiabe sono una cosa maledettamente seria. È questo il motivo per cui, vent'anni fa, pochi avrebbero scommesso sulle fortune di Shrek. Abituati alle fiabe in versione drammatica (magari con intermezzi comici di topini e animaletti vari) della Walt Disney, gli stessi produttori della giovane DreamWorks temevano che le avventure di un orco solitario e brontolone in chiave comico-satirica non accarezzassero nel verso del pelo i fan dei cartoon. Li appassionarono, invece.
Presentato in anteprima al festival di Cannes, Shrek totalizzò un box-office mondiale di 500 milioni (su 60 di budget), vinse il primo Oscar per il miglior film di animazione, produsse quattro seguiti - con una edizione speciale in formato 4k ultra hd in arrivo per il ventesimo anniversario e diventò un autentico fenomeno della cultura pop, con meme sul web, un parco a tema, uno spettacolo 'livè a Broadway.
Pochi giorni fa il New York Times, che ha inserito il film nella sua lista dei mille migliori di sempre, gli ha dedicato un lungo articolo per celebrarne il ventennale. Oltre ad avere inaugurato un nuovo filone del cinema d'animazione - la fiaba comica - Shrek è stato visto dai più pensosi tra i suoi commentatori come una parabola antirazzista (l'orco è emarginato per la sua 'diversità') o come un apologo sulla gentrificazione.
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Adattando un libro per bambini di William Steig, i cui diritti erano stati acquistati da Steven Spielberg, la DreamWorks tenta dunque una scommessa azzardata: racconta una fiaba con una damigella in pericolo e un insolito pricipe azzurro in una chiave di umorismo sfacciato; con personaggi, per di più, ben consapevoli del proprio statuto e delle convenzioni codificate delle fiabe, che vengono prese in giro con allegra irriverenza. Ma lo Studio, la cui sezione di computer animation era allora agli inizi, affronta un'altra impresa difficile: rendere nel modo migliore un ambiente magico mediante effetti visivi innovativi. Basti pensare alla pelliccia di Ciuchino, più vera del vero come mai se n'erano viste.
Durante le travagliate fasi precedenti la lavorazione (il progetto era passato per diversi produttori e registi), le cose parvero mettersi al meglio quando attori popolari come Eddie Murphy e Cameron Diaz accettarono di prestare le voci ai personaggi animati. Per quella di Shrek era stato scelto il popolare comico del programma Saturday Night Live Chris Farley, che però morì all'età di 33 anni e venne sostituito da Mike Myers. La regia fu affidata alla coppia formata da Andrew Adamson e Vicky Jenson, che ancora non poteva presagire il successo dell'impresa ("Essere assegnati a Shrek - avrebbe commentato da Jenson - sembrava come essere mandati in Siberia"). Invece il successo, lo si è detto, arrivò e fu folgorante. Al film giovò anche il fatto di essere percepito non come un cartoon per bambini, ma adatto sia ai bambini sia agli adulti, i quali si divertirono a tutta la serie di citazioni e meta-letture delle fiabe pensate apposta per loro. La fama, al solito, generò altri successi: in particolare la cover dei Monkees I'm a Believer, che scalò le classifiche degli hit.
Nel 2004 uscì Shrek 2, il primo dei quattro sequel della saga (e ora è in preparazione un sesto episodio per festeggiare il ventennale), superando addirittura gli incassi del prototipo. Fu in questa puntata che fece il suo debutto un personaggio tra i più amati di tutta la serie, e non solo. L'irresistibile Gatto con gli Stivali, spadaccino e predone da strada prezzolato (in origine) per eliminare Shrek, ma che poi ne diventa il fido compare, suscitando le gelosie di Ciuchino. Doppiato da Antonio Banderas, il micio delizierà il pubblico e si guadagnerà uno spin-off da protagonista. La rivista Empire gli ha assegnato l'undicesimo posto nella lista dei cinquanta migliori personaggi dei cartoon di tutti i tempi.