Anthony Hopkins: "È bellissimo far ridere la gente di questa cosa ridicola chiamata vita"
di Arianna FinosA ottantatré anni Anthony Hopkins è un formidabile comunicatore social, con milioni di seguaci. Durante la quarantena ha postato dalla casa di Pacific Palisades video in cui suona Chopin, legge, gioca con il gatto, foto dai viaggi in Italia, danza con l'amica Salma Hayek, dipinge e all'occorrenza sfoggia un naso da clown. Perfino il ringraziamento per l'Oscar ricevuto per The father - Nulla è come sembra è avvenuto attraverso i suoi canali.
All'incontro su zoom risponde di getto, è una persona lontanissima dall'attore scontroso che ancora una decina di anni fa si alzava dalle conferenze se gli si chiedeva troppo di Hannibal the Cannibal. Oggi è un anziano pacificato, ma anche un interprete straordinario. In mezzo secolo di ruoli iconici, è stato tra gli altri Nixon, Hitchcock, Papa Benedetto XVI, Re Lear, Picasso: ora nel ritratto di padre in preda alla demenza, diviso tra irritazione e confusione mentre la figlia lotta per prendersi cura di lui, consegna una delle sue migliori…
A ottantatré anni Anthony Hopkins è un formidabile comunicatore social, con milioni di seguaci. Durante la quarantena ha postato dalla casa di Pacific Palisades video in cui suona Chopin, legge, gioca con il gatto, foto dai viaggi in Italia, danza con l'amica Salma Hayek, dipinge e all'occorrenza sfoggia un naso da clown. Perfino il ringraziamento per l'Oscar ricevuto per The father - Nulla è come sembra è avvenuto attraverso i suoi canali.
All'incontro su zoom risponde di getto, è una persona lontanissima dall'attore scontroso che ancora una decina di anni fa si alzava dalle conferenze se gli si chiedeva troppo di Hannibal the Cannibal. Oggi è un anziano pacificato, ma anche un interprete straordinario. In mezzo secolo di ruoli iconici, è stato tra gli altri Nixon, Hitchcock, Papa Benedetto XVI, Re Lear, Picasso: ora nel ritratto di padre in preda alla demenza, diviso tra irritazione e confusione mentre la figlia lotta per prendersi cura di lui, consegna una delle sue migliori interpretazioni di sempre. Il film di Florian Zeller è appena arrivato nelle sale.
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Zeller ha avuto esperienza familiare con la demenza di suo padre.
"Mio padre è morto 40 anni fa per malattie cardiache, ma non soffriva di demenza e mia madre lo stesso, gli è sopravvissuta di molti, molti anni... Beh, fai solo del tuo meglio per rassicurarli: era tutto quello che potevo fare con mio padre che era in ospedale. Così gli ho promesso che avremmo fatto delle cose, anche se sapevo che stava morendo. Sai quelle strane promesse in cui dici che 'stai molto meglio e te ne andrai da qui' anche se sai nel profondo che non accadrà. Così gli ho detto 'un giorno quando esci, ti porto da New York a Los Angeles. E poi, pochi giorni dopo, sono andato a trovarlo e lui era seduto lì con una cartina stradale dell'America, anche se tutta la sua energia era esaurita e quel che potevo fare era solo abbracciarlo. Era doloroso perché lui sapeva, loro sanno che tutte le rassicurazioni che dai non sono vere ma non ti biasimano e stare con loro è la cosa che li aiuta di più. E poi mia mamma, quando stava morendo mia moglie Stella era con lei. E Stella ha detto, perché non ti lasci andare? Così passi dall'altra parte e vedi tuo marito. E mia madre, che non era affatto religiosa le ha risposto 'costerà molto?'. Aveva un grande senso dell'umorismo, perfino quando è morta".
Anche lei lo ha. Come tiene alto l'umore?
"Con il mio senso dell'assurdità della vita, del ridicolo. Prendiamo tutto così seriamente. E poi cerco di coltivare negli anni l'arte del distacco, che non è freddezza o indifferenza ma guardare le cose pensando che non sono così importanti. Qualche anno fa c'erano cose che erano fondamentali e oggi so che non lo erano. Perché moriremo tutti. E questo è lo scherzo oscuro e divertente di tutto. E per citare T.S. Eliot: "Ho visto tremolare il momento della mia grandezza, E ho visto l'eterno Lacché reggere il mio soprabito ghignando, E a farla breve, ne ho avuto paura. E ne sarebbe valsa la pena e in breve, il grande, grande, grande giudizio". E penso che sia meravigliosa l'eloquenza di poeti come Dylan Thomas" (continua a declamare versi di poeti in libertà, sfoggiando una memoria formidabile, ndr).
Il regista ci ha detto che lei non è un attore del metodo, piuttosto un attore istintivo. È d'accordo? Qual è la differenza secondo lei?
"Sono solo vecchio. Recito da molti anni. Quindi conosco anche alcuni trucchi. Non si tratta del dovuto rispetto per Stanislavskij e per il metodo: voglio dire, è meraviglioso. Ma ho fatto tutto questo quando ero più giovane. Recitare poi diventa una seconda natura. Per esempio, ho interpretato Re Lear quando ero giovane, verso la fine degli anni 40 e 50, andava bene, poi l'ho rifatto di recente, tre anni fa. Ed è stato molto meglio, perché sono un uomo più anziano, ho molta più esperienza di vita. Quando arrivi a 83 anni, sai, diventi più intelligente o più stupido. Ma io non mi preoccupo di pensare troppo. E non credo di soffrire di demenza. Cerco di non pensarci troppo, solo di imparare le battute, di presentarmi e di farle. E quando hai una grande attrice come Olivia Colman con cui lavorare, un regista meraviglioso e una sceneggiatura fantastica, questa è la cosa più importante. La nostra prima scena con Olivia è stata facile perché parlava di un vecchio che era di cattivo umore, che dice 'lasciami in pace, non ho bisogno di aiuto'. È facile da recitare. Non ci vuole un neurochirurgo per capirlo. Non ho bisogno di aiuto, tutto qui. So come farlo. Significa essere umani. Una volta Spencer Tracy ha detto a Laurence Olivier - lo aveva visto in televisione, Laurence Olivier con molto molto trucco, trasfigurato nel Riccardo III - 'Larry ma cosa pensi che il pubblico creda che tu sia? Sanno che sei Laurence Olivier che recita e va bene così'. A volte semplicemente reciti una versione di te".
Pensa che questo film spaventerà il pubblico o lo conforterà?
"Né l'una né l'altra cosa. Non lo so, spero che abbia solo un impatto emotivo su di loro. Perché è un essere umano. È la tragedia umana, è la commedia umana e la tragedia di cui tutti soffriamo, il grande scherzo è che nasciamo, viviamo e moriamo. E questo è tutto. Voglio dire, cosa dev'essere? Attraversiamo la vita, raccogliamo cose, pensiamo di essere importanti e alla fine diventiamo di nuovo bambini e moriamo. Mi ci sono voluti 83 anni a capirlo. A volte guardo indietro alla mia vita e non so come sono arrivato qui. Non lo so. Il mio passato mi sembra un sogno, ma non riesco a capirlo, è una cosa di cui non posso assumermi la responsabilità né posso davvero prendermene il merito, se ce n'è. Non so perché sono diventato un attore. Non ho idea del motivo per cui non sono diventato un avvocato. Lavoro ancora. Ma sono diventato un attore per qualche motivo. Non ricordo nemmeno cosa mi abbia spinto a farlo. Forse è tutto un sogno. Lo credo abbastanza, onestamente".
Come esercita la sua memoria?
"Ripeto il copione moltissime volte. L'ho memorizzata con forza. Che è un esercizio per mantenere attivo il mio cervello, e poi suono, dipingo. Nei mesi scorsi ho fatto un film su Zoom. È molto strano, riguarda una macchina del tempo. Ma è stato divertente e avevo molte battute da imparare, cosa che mantiene il mio cervello fresco. Non lavoro da The Father e, in effetti, sono stato in isolamento per un anno intero. Ma ora sono vaccinato".
Ha iniziato a suonare il piano tanto tempo fa, nei suoi video suona spesso.
"Sì, da bambino, a cinque anni mia madre mi fece prendere lezioni. Mi metto alla prova con pezzi difficili, Chopin, Rachmaninoff, ma solo per piacere. Suono nel seminterrato per non disturbare".
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Si diverte moltissimo sui social a mettere video buffi.
"È bellissimo far ridere la gente, farla ridere in questo momento anche. Dobbiamo. Altrimenti, qual è il punto? Dobbiamo continuare a ridere di questa ridicola cosa chiamata vita e della pandemia. È pazzesco. Quindi dobbiamo andare avanti in qualche modo".
Lei sta facendo molte cose preziose in questo periodo.
"Se guardo indietro a ciò che ho fatto negli ultimi due anni è davvero straordinario, in realtà. Ho fatto un film con Ian McKellen, attore meraviglioso, Richard Eyre, un grande regista. E poi ho fatto I due papi con Jonathan Pryce e il re Lear con un cast straordinario. Quindi ripenso alla mia vita e penso di essere il ragazzo più fortunato del mondo. Sul set di The Father non vedevo l'ora che passassero i fine settimana per poter tornare sul set, è così divertente e straordinario lavorare con Olivia Colman".
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Trent'anni fa vinse l'Oscar con Il silenzio degli innocenti e il ruolo di Hannibal.
"Beh, in realtà, Il silenzio era come The Father, nel senso che è stata la sceneggiatura, arrivata nel 1989, che ha subito attratto la mia attenzione. L'ho letta ed era così chiaro, popolare. Ho chiesto al mio agente, qual è la parte? E lui 'Hannibal Lecter'. Ho detto, ok ma l'accordo c'è? E lui 'non ne sono sicuro'. Gli risposi che non avrei più letto il copione finché non fossi stato sicuro di averla, era la parte migliore che avrei mai potuto sognare. Il giorno dopo, il regista è volato da New York per vedermi e gli ho chiesto, è vero? Ha risposto di sì. Lo stesso è successo con The Father, i miei agenti mi hanno fatto leggere il copione, poi Florian è venuto a Los Angeles, io dovevo girare I due papi ed ero preoccupato del fatto che forse non mi avrebbero aspettato, invece l'hanno fatto. Poi c'erano problemi a trovare il budget ma per fortuna c'era anche Olivia Colman con cui il rapporto è semplice e immediato, che nel frattempo ha vinto un Oscar. Con Jodie Foster il rapporto è stato come con Olivia, connessione immediata; ci siamo presi una tazza di caffè, ci siamo guardati attraverso una parete di vetro e recitato. E poi andavamo a pranzo insieme e io le dicevo 'beh un modo divertente di guadagnarsi da vivere, la recitazione, no?'. Ed è questa la recitazione. Non ci vuole un genio, non è una grande cosa intellettuale anche se alla gente piace pensare che sia così, suppongo. Non lo è. Mi vengono in mente aneddoti, penso alla meravigliosa attrice Edith Evans, quando se n'è andata era molto vecchia: lavorava in una commedia di Shakespeare, penso fosse Coriolanus e il regista decise di fare una lunga chiacchierata e improvvisazione sulle scene che non finiva mai. Così lei sbottò: 'Per favore, signor regista, possiamo provare? Perché non ho molto più tempo da vivere'. E Alfred Hitchcock: stava dirigendo un film con un attore di quelli molto intellettuali che non nominerò. Hitchcock disse a all'attore che era dall'altra parte della strada: 'Voglio che tu venga dritto verso la telecamera e quando arrivi davanti voglio che tu esca di scena'. L'attore chiese: 'Ma qual è la mia motivazione?', e Hitch: 'Te lo dirò quando sarai qui'".