Spettacoli

'The Outpost', Eastwood e Gibson figli d'arte nell'assurda guerra dell'Afghanistan

Scott Eastwood 
Su Sky il film che racconta la storia quasi sconosciuta di una base militare Usa creata in un luogo indifendibile e per questo ribattezzata Camp Custer
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Un gioco di specchi, di rimandi, di simboli, su cui sembre aleggiare la frase di George Santayana, "coloro che non riescono a ricordare il passato sono condannati a ripeterlo". Un'idea che nelle prime scene del film The Outpost, da alcuni giorni visibile sulla piattaforma Sky, è subito resa chiara: il "Combat Outpost Keating" è stato ribattezzato Camp Custer. Quella base dell'esercito Usa collocata, per un incredibile errore strategico, in una remota valle circondata e sovrastata dalle montagne dell'Hindu Kush nell'Afghanistan orientale è una trappola mortale, paragonata al luogo dove 150 anni prima morirono 268 soldati del 7° Cavalleria.

Però il Cop Keating è anche il luogo di atti di valore. Azioni che verranno svelate nel corso delle quasi due ore e mezza del film, ma che due cognomi rendono subito concrete: Eastwood e Gibson. E poco importa se si tratta di Scott e Milo, figli delle due icone Clint e Mel, oramai l'istinto pavloviano dello spettatore si è messo in moto aiutato dal regista Rod Lurie, che da ex soldato (si è laureato a West Point nel 1984), sa maneggiare bene l'arte dei richiami legati alla tradizione militare. 

Orlando Bloom 

La situazione disperata nella quale si ritrovarono i militari i 54 soldati americani di Bravo Troop, 3rd Squadron, 61st Cavalry Regiment il 3 ottobre del 2009, circondati da oltre 300 talebani armati fino ai denti, che dalle montagne sovrastanti aveva scatenato contro di loro una enorme potenza di fuoco era fin qui poco nota, salvo aver letto il libro del giornalista Jake Tapper, The Outpost: an untold story of american valor. Una storia che la pandemia ha di nuovo affossato: il film, infatti, uscito nel 2020 negli Usa, non ha avuto vita facile a causa del Covid e della conseguente chiusura dei cinema.

La pericolosità dell'avamposto

I resoconti scritti della battaglia di Kamdesh - incluso non solo il libro di Tapper, ma anche la rivisitazione in prima persona di Clint Romesha (interpretato da Scott Eastwood), decorato dal presidente Obama con la Medal of Honor, aiutano a contestualizzare gli eventi, raccontando il caos della guerra moderna e spiegando le (tante) decisioni sciagurate che hanno messo ancora di più in pericolo gli uomini del COP Keating.

Ad esempio, pur sapendo che l'avamposto sarebbe stato presto chiuso, l'esercito diresse la sua attenzione e le sue risorse altrove, invece di rinforzare il campo. I membri della Bravo Troop, avevano la consapevolezza di essere in una situazione difficile, ma non vollero credere all'informatore locale, che insisteva sull'imminente attacco dei talebani.

L'avvertimento del regista

Rod Lurie offre degli indizi sull'agguato imminente, affidando al sergente Romesha alcune battute che sembrano prese dal repertorio western di papà Eastwood (la somiglianza di lineamenti è incredibile), quando spiega cosa farebbe lui, al posto deri talebani, per attaccare la base usando frasi ad effetto come "It's the Big One. Saddle up!” o scacciare con freddezza i cecchini talebani quando tutti intorno a lui si nascondono ai ripari.

Nessun eroe solitario

Ma in questo film non c'è spazio per il mito hollywoodiano dell'eroe solitario. Al contrario, c'è un gruppo di soldati che lavora insieme in circostanze caotiche, per salvare tante vite quante possibile.

I militari si insultano a vicenda. Il loro è un umorismo pesante, con riferimenti razziali e sessuali espliciti e scorretti ma sono sempre consapevoli dei pericoli che si nascondono sulle montagne e sono subito pronti a mettersi al riparo per difendersi a vicenda dal nemico che li attacca nei momenti più impensati.

Ed è animato da uno spirito di gruppo e di servizio il tenente Benjamin Keating, interpretato da Orlando Bloom, che incontra disarmato i vecchi del villaggio per cercare di negoziare la pace ed evitare che i più giovani passino tra le fila dei talebani. Una figura di militare positiva, che però esce ben presto di scena perdendo la vita per obbedire ad uno dei tanti ordini assurdi di cui è costellato il film: guidare un enorme camion lungo strade strette a strapiombo, semidistrutte dalle piogge, lasciando così il campo ancora più vulnerabile di prima.

L'attacco

La seconda metà del film è la ricostruzione della battaglia di Kamdesh, che iniziò prima dell'alba e continuò per tutto il giorno e la notte, con centinaia di combattenti talebani che piombavano giù dalle montagne e alla fine penetravano nel posto di comando. Uccisero otto americani e ne ferirono 27 -  si stima che 150 talebani siano stati uccisi prima della fine dei combattimenti.

In inferiorità numerica di cinque a uno e con il compito di resistere fino all'arrivo dei rinforzi aerei, Romesha e i suoi uomini mettono da parte i loro piccoli battibecchi e differenze culturali per proteggersi a vicenda. Come fratelli d'armi.