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Il Festival di Tribeca celebra Anthony Bourdain, il nomade che non riuscì a trovare l'amore

Presentato a New York il documentario 'Roadrunner", la vita dello chef a tre anni dal suo suicidio. Testimonianze e video inediti per il ritratto intimo di un personaggio in perenne conflitto
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New York – “Una seduta psicanalitica per lo spettatore”. Con queste parole il regista Morgan Neville presenta al Tribeca Film Festival uno dei documentari più attesi dell’estate, Roadrunner: a film about Anthony Bourdain. Solo il trailer è già a quota quasi tre milioni di visualizzazioni, la data di uscita negli Usa è fissata per il 16 luglio. E le sale stanno facendo carte false per prenotarne una copia in anticipo. “Non un’opera d’osservazione e ricostruzione”, si legge nelle note di produzione, ma “un ritratto” dello chef, autore e conduttore televisivo Anthony Bourdain, a tre anni dal suicidio in una camera d'albergo a Strasburgo, in Francia. Non bastavano i viaggi e il memoir dell’eroe del globe-trotting per raccontare davvero chi fosse? Secondo Neville, autore di Won’t you be my neighbor? dedicato al conduttore di programmi per l’infanzia Fred Rogers, “ci sono tant…

New York – “Una seduta psicanalitica per lo spettatore”. Con queste parole il regista Morgan Neville presenta al Tribeca Film Festival uno dei documentari più attesi dell’estate, Roadrunner: a film about Anthony Bourdain. Solo il trailer è già a quota quasi tre milioni di visualizzazioni, la data di uscita negli Usa è fissata per il 16 luglio. E le sale stanno facendo carte false per prenotarne una copia in anticipo. “Non un’opera d’osservazione e ricostruzione”, si legge nelle note di produzione, ma “un ritratto” dello chef, autore e conduttore televisivo Anthony Bourdain, a tre anni dal suicidio in una camera d'albergo a Strasburgo, in Francia. Non bastavano i viaggi e il memoir dell’eroe del globe-trotting per raccontare davvero chi fosse? Secondo Neville, autore di Won’t you be my neighbor? dedicato al conduttore di programmi per l’infanzia Fred Rogers, “ci sono tanti Tony che ancora non conosciamo. Per questo sono partito da una playlist di canzoni che Bourdain ha sempre citato come fonti di ispirazione: raccolte, tutte insieme, formano un’unica traccia di oltre diciotto ore. Sono soltanto una piccola porzione dell’animo di Tony”.

Per 12 stagioni abbiamo viaggiato insieme a lui e alla crew del suo show, Parts Unknown, dal Myanmar a Hong Kong, passando per Sicilia e Puglia. Bourdain curava ogni capitolo proprio come un piccolo film, ossessionato da dettagli, lenti, musiche. Nella sua autobiografia, Asia Argento riporta uno dei primi scambi di e-mail con l’ex compagno nella fase di preproduzione dell’episodio dedicato a Roma, durante il quale si conosceranno. “Speriamo di riuscire a girare in formato anamorfico, molto molto ampio, usando obiettivi adattati per la digitalizzazione dell’immagine” le scrive Bourdain. “Un formato letterbox, idea che la rete odierà perché incasinerà parecchio le potenziali vendite all’estero”.

Il doc segue l’ascesa dello chef newyorchese in maniera cronologica: il bestseller Kitchen Confidential: Adventures in the Culinary Underbelly, di culto per i retroscena delle cucine e del lato “junkie” di Bourdain, prima che si ripulisse dall’abuso di eroina negli anni Ottanta; il primo programma culinario A Cook's Tour seguito dal successo di No Reservations, fino alla consacrazione come conduttore di Parts Unknown su CNN. E quel calcio d’inizio imprescendibile per allargare o rinchiudere l’intelligenza di Bourdain: il saggio del 1999 pubblicato sul New Yorker, Don’t Eat Before Reading This, che contiene dichiarazioni come “Good food, good eating, is all about blood and organs, cruelty and decay", "il buon cibo, il mangiar bene, è tutta una questione di sangue e organi, crudeltà e decadenza”.

Tonnellate di aneddoti (Bourdain che insegna a Obama l’arte del "noodle slurp", quando i due si sedettero a tavola davanti a un pasto da 6 dollari e una birra a Hanoi, Vietnam, nel 2016), dietro le quinte e scarti rimasti in sala di montaggio ai tempi dei primi Parts Unknown. Lo vediamo anche in un home video del ’99 su un marciapiede, fuori da Les Halles, il paradiso delle bistecche su Park Avenue dove conduceva il suo show, mentre si lamenta del tipo incaricato del rifornimento, visibilmente in ritardo: “Ecco perché noi chef ci ubriachiamo. È perché non capiamo come mai il mondo non giri al ritmo delle nostre cucine”.

Neville cerca di evocare il talento e la curiosità di Anthony spiegando al pubblico che cosa significhi viaggiare il mondo con i suoi occhi ed essere dei “compulsivi narratori di verità, attratti dall’estremo”. Ma se il suicidio di Bourdain poteva rimanere solo un atto “in più”, “tra i tanti”, “incomprensibile”, la via che sceglie Roadrunner, attraverso insinuazioni sul privato di Bourdain e interviste a colleghi dell’industria gastronomica, ruota apertamente attorno al perché della sua morte, inducendo a trarre subito conclusioni sulla natura umana di Bourdain, in parte cruda e affaticata ma da sempre lontana dalla pulsione di condividere il suo male oscuro. E quindi il suo intimo. Tra gli intervistati appaiono l’ex moglie, Ottavia Busia, e gli amici chef Éric Ripert e David Chang, insieme ai produttori Lydia Tenaglia e Christopher Collins, e ai musicisti John Lurie e Josh Homme, frontman della rock band Queens of the Stone Age (Homme ha inciso una canzone per il film).

A restare senza voce, apparentemente per scelta del regista, sono il direttore della fotografia Zach Zamboni, licenziato in seguito da Bourdain, e Asia Argento.
“Lavorando al documentario per tre lunghi anni sono arrivato alla conclusione che Tony fosse l’ultimo, grande ricercatore” continua Neville. “Però se passi tutta la tua esistenza ad esplorare, poi rischi di perderti. Aveva un tatuaggio che si era fatto più in là negli anni e tradotto dal greco significa ‘Non sono certo di niente’. Sembra una frase zen, vero? Io la trovo piuttosto amara. Se non sei certo di nulla e ti metti in viaggio per gran parte della tua vita, significa che tutto può scapparti via da un momento all’altro. Essere così nomadi ti sradica dalle cose di cui dovresti essere certo. Una tra tutte, l’amore delle persone che hai accanto”.