'Dau. Natasha', cinema della crudeltà ai limiti dell'assurdo
di Roberto Nepoti , di Roberto NepotiDi quando in quando il cinema partorisce un progetto smisurato, eccessivo, di un'ambizione ai limiti dell'assurdo. È il caso di Dau, l'ingombrante macchina da spettacolo concepita e realizzata dal regista-guru russo Ilya Khrzhanovsky: un "monstrum" non solo cinematografico ma multimediale, tra esperimento socio-storico, laboratorio psicologico, reality show. Per realizzarlo, nel 2009 venne costruito in Ucraina un enorme set di 12 mila metri quadrati, dove centinaia di persone (attori, comparse, tecnici e maestranze) vissero per tre anni 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, come in un Truman Show, una distopia discronica ambientata in un istituto di ricerca sovietico (realmente esistito) ai tempi del socialismo reale.
Di quando in quando il cinema partorisce un progetto smisurato, eccessivo, di un'ambizione ai limiti dell'assurdo. È il caso di Dau, l'ingombrante macchina da spettacolo concepita e realizzata dal regista-guru russo Ilya Khrzhanovsky: un "monstrum" non solo cinematografico ma multimediale, tra esperimento socio-storico, laboratorio psicologico, reality show. Per realizzarlo, nel 2009 venne costruito in Ucraina un enorme set di 12 mila metri quadrati, dove centinaia di persone (attori, comparse, tecnici e maestranze) vissero per tre anni 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, come in un Truman Show, una distopia discronica ambientata in un istituto di ricerca sovietico (realmente esistito) ai tempi del socialismo reale.
Se le prime due parti sono relativamente cupe, causa l'atmosfera di tensione che grava sugli ambienti concentrazionari, la terza si fa decisamente opprimente. A causa del suo rapporto intimo col francese, la povera Natasha è convocata nella sede della polizia segreta come sospetta di spionaggio e sottoposta al trattamento di un funzionario insinuante e sadico; il quale, alternando lusinghe e violenza, richiudendola e obbligandola a denudarsi, ne fiacca le iniziali proteste e ogni residua resistenza. In un crescendo che mette allo scoperto i nervi dello spettatore, i metodi di coercizione e di violenza fisico-psicologica assumono un'evidenza forse mai vista al cinema. È un teatro della crudeltà gestito con mezzi - almeno in apparenza - coercitivi anche dalla regia, che gioca sempre di più la partita sul corpo della Oertel. In modi che probabilmente in futuro, dopo il #metoo, diventerà difficile replicare.