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'Dau. Natasha', cinema della crudeltà ai limiti dell'assurdo

Dal 26 agosto in sala il film realizzato dal regista-guru russo Ilya Khrzhanovsky all'interno di un progetto multimediale, tra esperimento socio-storico, laboratorio psicologico, reality show
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Di quando in quando il cinema partorisce un progetto smisurato, eccessivo, di un'ambizione ai limiti dell'assurdo. È il caso di Dau, l'ingombrante macchina da spettacolo concepita e realizzata dal regista-guru russo Ilya Khrzhanovsky: un "monstrum" non solo cinematografico ma multimediale, tra esperimento socio-storico, laboratorio psicologico, reality show. Per realizzarlo, nel 2009 venne costruito in Ucraina un enorme set di 12 mila metri quadrati, dove centinaia di persone (attori, comparse, tecnici e maestranze) vissero per tre anni 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, come in un Truman Show, una distopia discronica ambientata in un istituto di ricerca sovietico (realmente esistito) ai tempi del socialismo reale.

Visitato da personalità come Marina Abramovic e Brian Eno, questo luogo sospeso tra realtà e immaginario doveva dare luogo a mostre, un sito multimediale e una decina …

Di quando in quando il cinema partorisce un progetto smisurato, eccessivo, di un'ambizione ai limiti dell'assurdo. È il caso di Dau, l'ingombrante macchina da spettacolo concepita e realizzata dal regista-guru russo Ilya Khrzhanovsky: un "monstrum" non solo cinematografico ma multimediale, tra esperimento socio-storico, laboratorio psicologico, reality show. Per realizzarlo, nel 2009 venne costruito in Ucraina un enorme set di 12 mila metri quadrati, dove centinaia di persone (attori, comparse, tecnici e maestranze) vissero per tre anni 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, come in un Truman Show, una distopia discronica ambientata in un istituto di ricerca sovietico (realmente esistito) ai tempi del socialismo reale.

Visitato da personalità come Marina Abramovic e Brian Eno, questo luogo sospeso tra realtà e immaginario doveva dare luogo a mostre, un sito multimediale e una decina di film (su 700 ore di "girato"), uno dei quali è stato presentato in concorso nel 2019 alla Berlinale e ora arriva sugli schermi italiani col suo corredo di miti e curiosità. Intitolato Dau. Natasha, il film centra l'obiettivo sul personaggio di Natasha Vladimirova, che nel 1942 gestisce la mensa dell'istituto Dau. È diviso in tre parti. Nella prima assistiamo al lavoro della donna, la quale serve scienziati e ospiti dell'istituto e, nelle pause, discute con la più giovane collega Olga, inesperta ma capricciosa e perfettamente in grado di tenerle testa. Queste ultime scene ricordano le dinamiche della commedia di Jean Genet Le serve.

La seconda parte, che si apre con una festa abbondantemente etilica cui partecipa l'attempato ricercatore francese Luc, transita nei territori del cinema pornografico culminando in una lunga sequenza di rapporto sessuale tra Natasha e l'ospite straniero. Attrice per caso, la truccatrice e costumista Jekaterina Oertel non solo s'immerge totalmente nel personaggio, ma assume anche il ruolo di autentica co-regista per il rilievo affidato all'improvvisazione. Desaturate e apparentemente elementari, le inquadrature sono in realtà il risultato di un sapiente lavoro del cinematographer Jurgen Jurges, al quale hanno fruttato l'Orso d'argento per la migliore fotografia.

Se le prime due parti sono relativamente cupe, causa l'atmosfera di tensione che grava sugli ambienti concentrazionari, la terza si fa decisamente opprimente. A causa del suo rapporto intimo col francese, la povera Natasha è convocata nella sede della polizia segreta come sospetta di spionaggio e sottoposta al trattamento di un funzionario insinuante e sadico; il quale, alternando lusinghe e violenza, richiudendola e obbligandola a denudarsi, ne fiacca le iniziali proteste e ogni residua resistenza. In un crescendo che mette allo scoperto i nervi dello spettatore, i metodi di coercizione e di violenza fisico-psicologica assumono un'evidenza forse mai vista al cinema. È un teatro della crudeltà gestito con mezzi - almeno in apparenza - coercitivi anche dalla regia, che gioca sempre di più la partita sul corpo della Oertel. In modi che probabilmente in futuro, dopo il #metoo, diventerà difficile replicare.