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Phil Tippett, l'uomo che creò il nostro immaginario: "Ora vi presento le mie idee e la mia storia"

A Locarno, il mago degli effetti speciali e dell'animazione, due premi Oscar e la responsabilità d'aver inventato i mondi di 'Star Wars' e 'Indiana Jones', per citare due titoli, presenta 'Mad God'. Un film in stop motion su cui ha lavorato ven'tanni: "Come Jung col 'Libro rosso' questo è un progetto personale, fatto di ossessione e impegno"
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Nel corso della sua carriera, Phil Tippett – nato a Berkeley, California, nel 1951 – è stato in grado di influenzare, e a volte di modellare, l’immaginario comune. Ha lavorato a Jurassic Park e a Star Wars; ha partecipato alla creazione dei mondi di Indiana Jones, di Willow e di Dragonheart. Ha vinto premi Oscar ed Emmy. Ha contribuito attivamente, con la sua visione e con il suo impegno, allo sviluppo dell’effettistica e dell’animazione.

In Mad God, il suo nuovo film presentato in anteprima al festival di Locarno, c’è tutto. C’è la sua ossessione-passione, c’è il sogno e c’è l’incubo; e poi c’è la stop motion, e c’è la sua capacità di unire e di mettere insieme. C’è Dante e c’è il suo inferno; c’è la scultura, e c’è anche la letteratura. È un ponte tra il passato e il presente, tra un certo modo di …

Nel corso della sua carriera, Phil Tippett – nato a Berkeley, California, nel 1951 – è stato in grado di influenzare, e a volte di modellare, l’immaginario comune. Ha lavorato a Jurassic Park e a Star Wars; ha partecipato alla creazione dei mondi di Indiana Jones, di Willow e di Dragonheart. Ha vinto premi Oscar ed Emmy. Ha contribuito attivamente, con la sua visione e con il suo impegno, allo sviluppo dell’effettistica e dell’animazione.

In Mad God, il suo nuovo film presentato in anteprima al festival di Locarno, c’è tutto. C’è la sua ossessione-passione, c’è il sogno e c’è l’incubo; e poi c’è la stop motion, e c’è la sua capacità di unire e di mettere insieme. C’è Dante e c’è il suo inferno; c’è la scultura, e c’è anche la letteratura. È un ponte tra il passato e il presente, tra un certo modo di fare le cose, pratico e concreto, e una filosofia più sottile ed eterea.

Quando si racconta, Tippett parla dell’incontro con Miloš Forman, dei consigli che gli diede, dell’importanza della preparazione, e poi dei film che ha visto, dei libri che ha letto, e di tutto ciò che ha trovato. Anche per Mad God, dice, ha impilato e raccolto, ha modellato e ha sfruttato ogni oggetto, ogni elemento. Ci sono suoni e rumori, e urla, ma non ci sono parole. “È stato un processo estremamente lento”, spiega, “e, in un certo senso, è stata una cosa positiva perché mi ha permesso di rimanere pratico e di essere efficace. Nel corso di venti anni, ho studiato e ho lavorato agli storyboard e ho approfondito ogni aspetto. L’archeologia è stata fondamentale. Sono andato avanti così, passo dopo passo”.

Sembra estenuante.
“Durante il giorno, continuavo a partecipare a riunioni di produzione e a frequentare i set. Nel tempo libero, ritornavo alle mie idee e alla mia storia. Una delle cose più difficili è stata trovare il tono giusto, la voce di questo film. Ci sono arrivato dopo numerosi tentativi: non mi sono mai fermato; non mi sono mai arreso; ho aggiunto e tolto, e poi aggiunto ancora”.

Mad God, in effetti, è fatto di strati e di momenti, e la storia – che è frammentata, schizofrenica, ricchissima ed esplosiva – riflette perfettamente lo stato d’animo del regista-animatore. È un acquerello di metallo e plastica, di gomma e orrori. La prima sequenza è detonante, e quella successiva è lenta, silenziosa, angosciante. Il tema è la creatività, e Tippett è la divinità pazza e creatrice, sconvolta da un’idea: usare le immagini per evocare e per ispirare; per dire tutto quello che c’è da dire, senza però pronunciare parole sensate e riconoscibili.

Qual è stata la sfida più grande?
“Ho dovuto fare diversi passi indietro, in più di un’occasione. Come quando ho intuito le reali dimensioni di questo progetto. Ho cominciato a lavorare a Mad God subito dopo Robocop 2, e all’inizio filmavamo tutto su pellicola. E dopo appena tre minuti di girato mi sono reso conto di non poter continuare, e di dover cambiare approccio”.

Quando ha capito di potercela fare?
“Ho passato vent’anni della mia vita tormentandomi. Poi, quando ho cominciato a collaborare con alcuni volontari, dei ragazzi appassionati e veramente capaci, ogni cosa ha preso una forma e una consistenza precisi. Lavoravamo ogni weekend. In questo modo, anche per completare le sequenze più brevi, abbiamo impiegato diversi anni”.

Perché ha scelto proprio la tecnica della stop motion?
“Perché è quello che faccio. Quando sono arrivati i computer e il digitale, sono stato costretto a ritirarmi, a tirarmi indietro, e a concentrarmi sulla direzione e sulla supervisione. La stop motion è sempre stata l’unico modo per realizzare questo film”.

Come ha trovato un equilibrio tra il suo lavoro e la sua vita privata?
“Con il tempo, sono arrivato alla conclusione di dover proseguire; mi sono costretto a continuare per non perdere tutto quello che avevo fatto fino a quel momento. Ero cambiato, e non solo mentalmente. Anche fisicamente”.

In che senso?
“Più o meno verso la fine di Mad God, mi sono fermato per riposarmi e per ritrovare le energie. E proprio in quel periodo mi è venuto in mente il Libro rosso di Jung. Un progetto su cui ha lavorato per tutta la sua vita: una cosa personale e intima. Abbiamo percorso due strade simili. Strade di ossessione e di impegno”.

Come sono cambiati il suo lavoro e il suo cinema?
“Una volta questo lavoro era molto più concreto, molto più artigianale. Oggi ci sono tantissime persone con cui doversi interfacciare. Prima non era così; prima c’era l’impegno e c’era una visione. Quando ho collaborato con George Lucas o con Steven Spielberg, è andata esattamente così. Il regista era come un direttore d’orchestra, qualcuno da seguire; in diversi progetti, mi sono sentito come il primo violino. Tutti avevano il necessario per fare il miglior lavoro possibile”.

Lei che cosa ha fatto?
“Quando è scomparsa questa fiducia, ho deciso di andarmene. Non ne potevo più. Ed è per questo motivo che negli ultimi anni ho lavorato pochissimo. Non è più la stessa industria e non è più lo stesso mondo. Mi sono sentito escluso”.

Qual è stata la sua più grande fonte d'ispirazione?
“Mio padre. Era un artista, e i suoi lavori mi hanno sempre influenzato in qualche modo. Quando ero piccolo, lo osservavo. Mi immergevo nei suoi mondi, in quello che dipingeva e che creava, nelle sue sculture. Per un bambino di dieci anni, assistere a qualcosa del genere è incredibile. In quegli istanti è nata la mia voglia di fare questo mestiere, di dare vita ai miei pensieri e alle mie idee”.