'Oslo', il film prodotto da Spielberg sui colloqui di pace tra Israele e Olp
di Roberto Nepoti , di Roberto NepotiÈ un po' a rischio dal lato della tempistica Oslo, il film Hbo in prima visione venerdì 24 alle 21,15 su Sky Cinema Uno e in streaming su Now. Perché il suo soggetto riguarda gli accordi di pace del 1993 tra Israele e l'Olp, che nell'attuale situazione del conflitto mediorientale appaiono lontani anni luce. Prodotto da Steven Spielberg e Marc Platt, Oslo è la versione cinematografica di un dramma teatrale di J.T.Rogers, vincitore di Tony Award nel 2017. Alla regia c'è Bartlett Sher, che aveva già diretto la messa in scena del testo per i palcoscenici di Broadway.
La storia è appassionante e comincia con una coppia norvegese che, dribblando le consuete vie diplomatiche (all'epoca ai funzionari israeliani e a quelli dell'Olp, in esilio a Tunisi, era proibito perfino incontrarsi), tramano virtuosamente per aprire colloqui che possano favorire il processo di pace. Mona (Ruth Wilson) è una funzionaria del mini…
È un po' a rischio dal lato della tempistica Oslo, il film Hbo in prima visione venerdì 24 alle 21,15 su Sky Cinema Uno e in streaming su Now. Perché il suo soggetto riguarda gli accordi di pace del 1993 tra Israele e l'Olp, che nell'attuale situazione del conflitto mediorientale appaiono lontani anni luce. Prodotto da Steven Spielberg e Marc Platt, Oslo è la versione cinematografica di un dramma teatrale di J.T.Rogers, vincitore di Tony Award nel 2017. Alla regia c'è Bartlett Sher, che aveva già diretto la messa in scena del testo per i palcoscenici di Broadway.
La storia è appassionante e comincia con una coppia norvegese che, dribblando le consuete vie diplomatiche (all'epoca ai funzionari israeliani e a quelli dell'Olp, in esilio a Tunisi, era proibito perfino incontrarsi), tramano virtuosamente per aprire colloqui che possano favorire il processo di pace. Mona (Ruth Wilson) è una funzionaria del ministero norvegese degli Affari Esteri, mentre suo marito Terje (Andrew Scott) dirige un think tank chiamato Fato Foundation. Tutto si svolgerà in forma rigorosamente privata e segreta, incluse automobili a noleggio guidate dallo stesso Terje. Lui e la moglie ottengono visti di ingresso nel Paese per quattro rappresentanti delle parti opposte, che hanno persuaso a incontrarsi in un hotel per un primo colloquio. Due sono professori dell'università di Haifa; gli altri, il ministro delle Finanze dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e il sospettoso Hassan.
All'attivo di Oslo vanno riconosciuti l'importanza del soggetto, che a tratti diventa appassionante come quello di un thriller, e un gruppo di attori eccellenti. Non tutto, però, è allo stesso livello. La regia s'ingegna di movimentare le immagini, anche differenziando i colori del film: freddi per i paesaggi norvegesi, caldi in tonalità ocra per quelli del Medioriente. Fatta eccezione per qualche scena di raccordo, tuttavia, l'impronta teatrale resta dominante; tanto da farti pensare che il tutto dovesse funzionare meglio osservandolo dalla poltrona di un teatro. A un certo punto ti coglie anche il sospetto che la più che meritoria iniziativa dei coniugi sia una sorta di terapia per i traumi subiti da Mona nella Gaza in guerra (un giovane soldato israeliano esita davanti al suo coetaneo palestinese, che sùbito un suo commilitone abbatte a fucilate): come vediamo in alcuni flashback sbiaditi, "rivissuti" in forma onirica. Con l'effetto di limitare e banalizzare, psicologizzandolo, un episodio dalla portata ben più ampia. È come se Oslo volesse dirci che, conoscendoci meglio e parlando della nostra infanzia, potremmo risolvere grandi problemi. Il che sarà anche vero per le persone; ma sarebbe possibile per interi popoli?