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Andrew Scott e Ruth Wilson 

'Oslo', il film prodotto da Spielberg sui colloqui di pace tra Israele e Olp

Ambientato nel 1993, è la versione cinematografica di un dramma teatrale di J.T.Rogers, diretto da Bartlett Sher. Su Sky Cinema venerdì 24 settembre
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È un po' a rischio dal lato della tempistica Oslo, il film Hbo in prima visione venerdì 24 alle 21,15 su Sky Cinema Uno e in streaming su Now. Perché il suo soggetto riguarda gli accordi di pace del 1993 tra Israele e l'Olp, che nell'attuale situazione del conflitto mediorientale appaiono lontani anni luce. Prodotto da Steven Spielberg e Marc Platt, Oslo è la versione cinematografica di un dramma teatrale di J.T.Rogers, vincitore di Tony Award nel 2017. Alla regia c'è Bartlett Sher, che aveva già diretto la messa in scena del testo per i palcoscenici di Broadway.

La storia è appassionante e comincia con una coppia norvegese che, dribblando le consuete vie diplomatiche (all'epoca ai funzionari israeliani e a quelli dell'Olp, in esilio a Tunisi, era proibito perfino incontrarsi), tramano virtuosamente per aprire colloqui che possano favorire il processo di pace. Mona (Ruth Wilson) è una funzionaria del mini…

È un po' a rischio dal lato della tempistica Oslo, il film Hbo in prima visione venerdì 24 alle 21,15 su Sky Cinema Uno e in streaming su Now. Perché il suo soggetto riguarda gli accordi di pace del 1993 tra Israele e l'Olp, che nell'attuale situazione del conflitto mediorientale appaiono lontani anni luce. Prodotto da Steven Spielberg e Marc Platt, Oslo è la versione cinematografica di un dramma teatrale di J.T.Rogers, vincitore di Tony Award nel 2017. Alla regia c'è Bartlett Sher, che aveva già diretto la messa in scena del testo per i palcoscenici di Broadway.

La storia è appassionante e comincia con una coppia norvegese che, dribblando le consuete vie diplomatiche (all'epoca ai funzionari israeliani e a quelli dell'Olp, in esilio a Tunisi, era proibito perfino incontrarsi), tramano virtuosamente per aprire colloqui che possano favorire il processo di pace. Mona (Ruth Wilson) è una funzionaria del ministero norvegese degli Affari Esteri, mentre suo marito Terje (Andrew Scott) dirige un think tank chiamato Fato Foundation. Tutto si svolgerà in forma rigorosamente privata e segreta, incluse automobili a noleggio guidate dallo stesso Terje. Lui e la moglie ottengono visti di ingresso nel Paese per quattro rappresentanti delle parti opposte, che hanno persuaso a incontrarsi in un hotel per un primo colloquio. Due sono professori dell'università di Haifa; gli altri, il ministro delle Finanze dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e il sospettoso Hassan.

Tutto, in realtà, si svolge in un'atmosfera di reciproca diffidenza, che sfocia in momenti apertamente conflittuali. Tra un bicchiere, una risata e qualche memoria della fanciullezza di ciascuno (eccetto Hassan, al quale non interessa l'istituto "piccolo-borghese della famiglia"), però, il clima si distende. Rendendo possibili successivi colloqui tra interlocutori di maggior peso, tra cui il direttore del ministero degli Esteri israeliano. Non si vede Arafat, ma Shimon Peres è coinvolto nella trattativa. Mona e Terje si tengono da parte sostenendo di voler essere, da promotori, solo "facilitatori" degli incontri. I colloqui minacciano di continuo una brusca interruzione, ma alla fine l'iniziativa dei coniugi norvegesi è coronata dal successo. Anche se noi sappiamo, dalla storia successiva, che gli accordi furono contestati duramente da entrambe le parti e che il primo ministro israeliano Rabin perì poco dopo per mano di un estremista.

All'attivo di Oslo vanno riconosciuti l'importanza del soggetto, che a tratti diventa appassionante come quello di un thriller, e un gruppo di attori eccellenti. Non tutto, però, è allo stesso livello. La regia s'ingegna di movimentare le immagini, anche differenziando i colori del film: freddi per i paesaggi norvegesi, caldi in tonalità ocra per quelli del Medioriente. Fatta eccezione per qualche scena di raccordo, tuttavia, l'impronta teatrale resta dominante; tanto da farti pensare che il tutto dovesse funzionare meglio osservandolo dalla poltrona di un teatro. A un certo punto ti coglie anche il sospetto che la più che meritoria iniziativa dei coniugi sia una sorta di terapia per i traumi subiti da Mona nella Gaza in guerra (un giovane soldato israeliano esita davanti al suo coetaneo palestinese, che sùbito un suo commilitone abbatte a fucilate): come vediamo in alcuni flashback sbiaditi, "rivissuti" in forma onirica. Con l'effetto di limitare e banalizzare, psicologizzandolo, un episodio dalla portata ben più ampia. È come se Oslo volesse dirci che, conoscendoci meglio e parlando della nostra infanzia, potremmo risolvere grandi problemi. Il che sarà anche vero per le persone; ma sarebbe possibile per interi popoli?