✕

Bruno Dumont e il giornalismo delle star: "Il mio ritratto delle élite, tra narcisismo e arroganza"

Incontro con il regista che firma 'France', commedia satirica sull'informazione spettacolo, protagonista Léa Seydoux. "La storia di una donna travolta dalla modernità"
2 minuti di lettura

PARIGI – Dopo aver rivisitato la storia di Giovanna d'Arco, Bruno Dumont prosegue una sorta di biografia nazionale tornando nel presente con France, commedia satirica sull'informazione-spettacolo. “France è lo specchio dei difetti della Francia” dice con un gioco di parole il regista sessantenne che nel nuovo film presentato a Cannes (il 21 nelle sale italiane) ritrova un tono grottesco già espresso nel precedente Ma Loute, con Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche. Tra dramma e caricatura, Léa Seydoux è France de Meurs, giornalista vedette della tv sempre in prima linea, dalla conferenza stampa con Macron ai reportage tra le bombe, accompagnata da un'esilarante assistente (la popolare umorista Blanche Gardin) che amplifica ogni sua mossa sui social.

Festival di Cannes 2021, lo Speciale

Perché un film sul giornalismo?

“Avevo soprattutto voglia di raccontare la storia di una donna travolta dalla modernit&agra…

PARIGI – Dopo aver rivisitato la storia di Giovanna d'Arco, Bruno Dumont prosegue una sorta di biografia nazionale tornando nel presente con France, commedia satirica sull'informazione-spettacolo. “France è lo specchio dei difetti della Francia” dice con un gioco di parole il regista sessantenne che nel nuovo film presentato a Cannes (il 21 nelle sale italiane) ritrova un tono grottesco già espresso nel precedente Ma Loute, con Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche. Tra dramma e caricatura, Léa Seydoux è France de Meurs, giornalista vedette della tv sempre in prima linea, dalla conferenza stampa con Macron ai reportage tra le bombe, accompagnata da un'esilarante assistente (la popolare umorista Blanche Gardin) che amplifica ogni sua mossa sui social.

Festival di Cannes 2021, lo Speciale

Perché un film sul giornalismo?

“Avevo soprattutto voglia di raccontare la storia di una donna travolta dalla modernità. Non sono un sociologo che racconta il mondo dell'informazione. Non mi sono documentato, non sono andato a vedere come funziona davvero uno studio di news. È una rappresentazione tragicomica della realtà del mondo di oggi. Faccio piuttosto una caricatura dell'informazione non-stop, a flusso continuo. France è una persona intelligente che si trasforma in una sorta di ectoplasma digitale, ed è costretta a fare molti compromessi. Come d'altronde può succedere a tutti noi. Non la giudico”.

Rifiuta una visione moralista?

“Da quando ho fatto il mio primo film sulla vita di Gesù (L'età inquieta nel 1997, ndr.) non ho mai voluto dividere l'umanità tra buoni e cattivi. Esiste ancora una nobiltà dell'informazione, con giornalisti che non cedono al cinismo, alla manipolazione, e si trasformano in alfieri della verità. Ce ne sono altri che accettando di vendersi a un sistema nel quale esistono sempre più pressioni industriali, commerciali e politiche”.

Ci sono analogie con il mondo del cinema?

“I media hanno qualcosa di cinematografico. Quello che si vede in un telegiornale è al tempo stesso vero e falso. Come in un film, si deve scegliere un'inquadratura, c'è un montaggio, la narrazione è costruita anche su omissioni. Come molti attori, i giornalisti diventano delle star, vivendo in un circuito chiuso, frequentandosi tra loro, lavorando sempre con le stesse persone”.

Il tono è amaro e grottesco.

“Quando France si rende conto dell'ambiguità del suo mestiere entra in crisi, andando incontro a una serie di tragedie personali. Il film assume allora un tono melodrammatico. Mi piace dipingere la borghesia ingrandendo i tratti. Mi sono ispirato ad alcuni capolavori della commedia italiana, come I nuovi mostri, in cui i personaggi diventano talmente grotteschi che si capisce meglio il ridicolo di certe situazioni. Ma non lo dico con senso di superiorità: alla fine siamo tutti un po' ridicoli”.

Lei lavora spesso con attori non professionisti, perché questa volta no?

“Amo il realismo, ovvero la realtà portata nei film da persone vere. Ma ho anche bisogno della finzione. In questo caso Léa è nel doppio registro perché interpreta una star, e il percorso di 'starificazione' è simile nel mondo del cinema. Léa non ha fatto un corso per presentare le notizie, ha recitato in modo più naturale possibile. Sul set comunicavo con lei attraverso un auricolare. Le dicevo: piangi, e lei piangeva. Quello che mi piace è che sa essere anche molto divertente. Nella prima scena, è lei che si è inventata le battute un po’ sconce sulla conferenza stampa con Macron”.

Cosa fa di “France” un ritratto della Francia di oggi?

“La doppiezza intellettuale di France, un misto di narcisismo e arroganza, è quello che spesso viene rimproverato ai francesi. E penso che sia una caratteristica malsana dell'élite. Al tempo stesso, questa donna che può sembrare detestabile vive una forma di salvezza nel film, un piccolo momento di grazia. Qualcosa di minuscolo e grande al tempo stesso. Non credo alla redenzione cattolica in stile hollywoodiano”.