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Abel Ferrara: “Vi racconto il mio Padre Pio da solo in lotta con il diavolo”

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Shia LaBeouf sarà il frate. Il regista ha lasciato New York per il rione Esquilino, a Roma, che condivide con l’amico Willem Dafoe. Qui, in pieno lockdown, ha in parte girato uno dei suoi numerosi progetti, 'Zeros and ones', con Ethan Hawke
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I settant’anni sono dolci per Abel Ferrara: il regista newyorkese, archiviati certi eccessi ormai un decennio fa, si è costruito una bella quotidianità romana nel rione Esquilino, dove vive con la moglie Cristina Chiriac e la figlia Anna. Il vicino di casa — e spesso attore nei suoi film — è Willem Dafoe. La vena creativa è tutt’altro che doma: Siberia è stato uno degli ultimi titoli alla Berlinale prima della clausura, a febbraio 2020; Zeros and ones, con Ethan Hawke, scritto e girato durante il lockdown, è stato premiato per la regia all’ultimo festival di Locarno. Ora, da Trieste, ospite al Science+Fiction Festival, Ferrara annuncia il ciak, il 22 novembre, di un lungometraggio su Padre Pio, un progetto nato dopo il documentario che ha girato cinque anni fa.


Cosa rappresenta per lei Padre Pio?
«Un leader spirituale, un individuo potente, u…

I settant’anni sono dolci per Abel Ferrara: il regista newyorkese, archiviati certi eccessi ormai un decennio fa, si è costruito una bella quotidianità romana nel rione Esquilino, dove vive con la moglie Cristina Chiriac e la figlia Anna. Il vicino di casa — e spesso attore nei suoi film — è Willem Dafoe. La vena creativa è tutt’altro che doma: Siberia è stato uno degli ultimi titoli alla Berlinale prima della clausura, a febbraio 2020; Zeros and ones, con Ethan Hawke, scritto e girato durante il lockdown, è stato premiato per la regia all’ultimo festival di Locarno. Ora, da Trieste, ospite al Science+Fiction Festival, Ferrara annuncia il ciak, il 22 novembre, di un lungometraggio su Padre Pio, un progetto nato dopo il documentario che ha girato cinque anni fa.


Cosa rappresenta per lei Padre Pio?
«Un leader spirituale, un individuo potente, un religioso. C’era una statua nella chiesa dove sono cresciuto: mio nonno è emigrato a New York con i fratelli quando aveva vent’anni, gli altri non si sono adattati e sono tornati, lui si è costruito una vita. Ma era nato in un paese tra Salerno e Napoli, non lontano da quello di Padre Pio, nello stesso anno. Ed era molto legato alla sua figura, quindi appartiene un po’ alle mie radici italiane».

Ha scelto di raccontarlo in un periodo preciso della giovinezza.
«Quando ha avuto le stimmate, una sorta di colpo di scena cinematografico. Nel 1920, durante il massacro del biennio rosso a San Giovanni Rotondo, una storia clamorosa che mi pare in Italia non si ricordi molto. Alla fine della Prima guerra mondiale: nel Paese la sinistra aveva vinto le elezioni, ma avevano votato anche i contadini, non certo le donne. E, proprio come è successo con Trump nel mio Paese, la destra ha rifiutato di accettarlo, anche perché c’era la grande paranoia della Rivoluzione russa. Durante la processione la folla voleva piantare la bandiera rossa al municipio ma ci sono state delle provocazioni, uomini che sono arrivati per fermare quel gesto: non era mai successo in Italia. Ci sono varie versioni ma alla fine si è sparato sulla folla. Ci sono stati undici morti, tra cui una giovane incinta e un agricoltore e 60 feriti. La chiesa in quel periodo era al potere con i latifondisti, Padre Pio non ne faceva parte ma il Monastero dei cappuccini era lì. A questi fatti accosto, nel film, le stimmate a Padre Pio, anche se in realtà non le ebbe proprio in quel momento».

Perché?
«Mi pare che lì, in quell’attimo, sia nato il fascismo, che è una creazione tutta italiana, non importata dalla Germania. Dal 1920 ai 25 anni successivi 100 milioni di persone sono state uccise, con la Seconda guerra mondiale. La vedo come una semina del diavolo, che è un personaggio nel film. Che manipola alle spalle, contro cui la notte Padre Pio combatteva nella sua stanza. Solo lui poteva vederlo e stiamo cercando di capire cosa è successo davvero in quell’angolo di storia. Se ci riusciamo verrà un film interessante».

Perché ha scelto Shia LaBeouf?
«Me lo chiede per i suoi problemi negli Stati Uniti? Credo meriti una chance. È un grande interprete. Non lo conoscevo ma abbiamo amici comuni. Da due mesi vive in un convento in California. Ho lavorato sempre con grandi attori, molto diversi tra loro. Con Al Pacino avevamo un progetto, poi non andato in porto, e mi colpiva quel suo modo di prepararsi che non era mai dire la sua battuta. E non parlava mai del ruolo. Invece con Willem Dafoe ci facciamo chiacchierate lunghissime, a volte su una singola scena. Ma lui è un amico, il padrino di mia figlia, passiamo moltissime serate insieme».



Sente mai la nostalgia di New York?
«No, anche se è stata la città della mia infanzia. Ma posso andarci quando voglio, e ci vado, ma non a vivere. Anche per la qualità della vita, è una città dove tutto è caro: cibo, affitto... non potrei permettermela. Quando sono cresciuto non avevo soldi e noi artisti, quelli che oggi tutti venerano, Basquiat, Keith Haring, i Ramones... nessuno di loro aveva soldi e nessuno pagava l’affitto. Ora se non sei ricco non puoi neanche pensare di abitare a New York. Solo un caffè, che qui costa 1 euro, là è tra i 4 e i 7 dollari. E io bevo molti caffè...».

Roma è un paesaggio frequente nei suoi ultimi film. Compreso Zeros and ones, anche se stavolta è una città livida, oscura, da noir distopico. In cui si attenta al Vaticano e in cui Ethan Hawke si sdoppia in due fratelli, un soldato e un rivoluzionario, presi nella rete di spie americane, russe, cinesi....
«Quel film l’ho scritto durante il primo lockdown, è un omaggio ai noir alla Melville. C’è la mia Roma, quella che va dalla Stazione Termini al Colosseo e ha al centro Piazza Vittorio. Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano. Vivo qui da sette anni, ho moltissimi amici. Le strade deserte hanno funzionato perfettamente per l’ambientazione. Anche se avevamo paura — alcuni della troupe non sono giovani e io stesso ho settant’anni — abbiamo seguito con scrupolo i protocolli».


Il film si apre e si chiude con le considerazioni del vero Hawke.
«Sì, all’inizio avevamo preparato dei video per accompagnare il film, visto che non poteva esserci fisicamente. Poi ho pensato che qualcosa del genere c’era anche in Welcome in New York con Gérard Depardieu e in Siberia, con Willem Dafoe. E il video è entrato nel film».

Tra i suoi attori feticcio c’è anche Asia Argento. È vero che sarà il suo alter ego in un suo prossimo progetto?
«Sì, interpreterà me: si tratta di un progetto piuttosto sperimentale. Ma amo Asia, la conosco da tanti anni, il suo talento, la forza di lottare, l’amore per la famiglia, il suo mistero...».

Ha lasciato Hollywood per l’Europa. Si sente più libero?
«Mi sono sempre sentito libero, anche se in alcune situazioni magari non lo ero davvero».

Cos’era per lei il cinema quarant’anni fa e cosa è oggi?
«Oggi ho più esperienza, ma ogni inizio è un caos, non esistono formule».

La pandemia ci ha cambiato?
«Spero ci faccia sentire più grati delle piccole cose, della vita. Solo 70 anni fa l’Europa è stata travolta da morte e violenza, oggi viviamo in pace, dentro qualcosa che somiglia alla libertà».