Mulholland Drive, i vent'anni del capolavoro che rivoluzionò il noir
di Roberto Nepoti , di Roberto NepotiÈ sorprendente il ritorno in sala di un titolo come Mulholland Drive, oggetto di un'uscita-evento di tre giorni (il 15, 16 e 17 novembre) per iniziativa della Cineteca di Bologna, a vent'anni dalla prima al Festival di Cannes. Restaurato in 4K dal francese StudioCanal, che lo aveva prodotto, il film di David Lynch è sì un cult assoluto, uno dei due soli degli anni Duemila a essere entrato nella classifica dei 100 migliori della storia del cinema secondo "Sight & Sound"; però è anche un'opera criptica, ostica, in totale controtendenza rispetto al cinema noir di questi ultimi anni, tutto ripiegato sulla narrazione lineare e comprensibile, quella che accarezza il pubblico nel verso del pelo.
È sorprendente il ritorno in sala di un titolo come Mulholland Drive, oggetto di un'uscita-evento di tre giorni (il 15, 16 e 17 novembre) per iniziativa della Cineteca di Bologna, a vent'anni dalla prima al Festival di Cannes. Restaurato in 4K dal francese StudioCanal, che lo aveva prodotto, il film di David Lynch è sì un cult assoluto, uno dei due soli degli anni Duemila a essere entrato nella classifica dei 100 migliori della storia del cinema secondo "Sight & Sound"; però è anche un'opera criptica, ostica, in totale controtendenza rispetto al cinema noir di questi ultimi anni, tutto ripiegato sulla narrazione lineare e comprensibile, quella che accarezza il pubblico nel verso del pelo.
Nella prima sequenza, notturna, avviene un incidente d'auto, in seguito al quale Rita perde la memoria. La ragazza trova rifugio in un appartamento dove incontra Betty (Naomi Watts), giovane aspirante attrice in arrivo dalla provincia canadese. Col suo aiuto, Rita cerca di recuperare la propria identità. Dopo lunghe e complesse vicende di gestazione (in origine doveva essere uno spin-off di Twin Peaks, poi il pilot di una serie per la tv; il regista lo riscrisse più volte), il film trovò una coesione definitiva nel 2001, sviluppando al livello più compiuto una forma di neo-noir tutto lynchiano, prefigurato quattro anni prima dall'enigmatico Strade perdute.
Se è lecito trovargli un precedente, sarà l'hitchcockiano La donna che visse due volte, per come immerge lo spettatore in un mystery fitto di false apparenze dove il regista lo manipola a suo piacimento. A differenza di Hitch, però, Lynch ambienta l'azione a Hollywood, universo della finzione e delle apparenze per antonomasia; né scioglie il mistero alla fine del film, come invece faceva l'illustre collega, negandoci la catarsi e lasciandoci stremati, ma quasi pronti a rivedere tutto daccapo per capirne di più.
È più che legittimo, peraltro, che lo spettatore cerchi di decriptare il mistero, razionalizzando la trama come può. Impresa, con Lynch, assai difficile. Però il regista dissemina lungo tutto il percorso alcuni indizi che possono aiutare a comporre il puzzle. Degli oggetti ricorrenti: una lampada rossa, un badge di riconoscimento, una tazza di caffè, una chiave blu in due diverse forme (piatta apre una porta, triangolare l'universo onirico); il titolo di un film; il club di magia "Silencio", dove ogni cosa è apparenza; e molto altro ancora. Ove poi occorresse aiuto, il web pullula di spiegazioni e interpretazioni del tenore più vario: alcune così bizzarre da far sorridere Lynch. Volendo, chiunque ci si può inoltrare; ma col rischio di smarrirsi in un'altra, tortuosa strada perduta.