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Mulholland Drive, i vent'anni del capolavoro che rivoluzionò il noir

Restaurato da StudioCanal, per iniziativa dalla Cineteca di Bologna torna nei cinema per tre giorni il noir di David Lynch
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È sorprendente il ritorno in sala di un titolo come Mulholland Drive, oggetto di un'uscita-evento di tre giorni (il 15, 16 e 17 novembre) per iniziativa della Cineteca di Bologna, a vent'anni dalla prima al Festival di Cannes. Restaurato in 4K dal francese StudioCanal, che lo aveva prodotto, il film di David Lynch è sì un cult assoluto, uno dei due soli degli anni Duemila a essere entrato nella classifica dei 100 migliori della storia del cinema secondo "Sight & Sound"; però è anche un'opera criptica, ostica, in totale controtendenza rispetto al cinema noir di questi ultimi anni, tutto ripiegato sulla narrazione lineare e comprensibile, quella che accarezza il pubblico nel verso del pelo.

Non è certo "tratto da una storia vera" Mulholland Drive, in quel mix continuo tra realtà, immaginario e sogno che gli conferisce uno stile unico…

È sorprendente il ritorno in sala di un titolo come Mulholland Drive, oggetto di un'uscita-evento di tre giorni (il 15, 16 e 17 novembre) per iniziativa della Cineteca di Bologna, a vent'anni dalla prima al Festival di Cannes. Restaurato in 4K dal francese StudioCanal, che lo aveva prodotto, il film di David Lynch è sì un cult assoluto, uno dei due soli degli anni Duemila a essere entrato nella classifica dei 100 migliori della storia del cinema secondo "Sight & Sound"; però è anche un'opera criptica, ostica, in totale controtendenza rispetto al cinema noir di questi ultimi anni, tutto ripiegato sulla narrazione lineare e comprensibile, quella che accarezza il pubblico nel verso del pelo.

Non è certo "tratto da una storia vera" Mulholland Drive, in quel mix continuo tra realtà, immaginario e sogno che gli conferisce uno stile unico, imparagonabile a qualsiasi altro. Proviamo a immergerci nei suoi meandri, con l'avvertenza che la traccia narrativa vale solo i primi 90 minuti, ma "salta" poi del tutto nell'ora successiva. L'aggettivo migliore per sintetizzare il film è tortuoso, come tortuosa è la lunga via da cui prende nome e che costeggia i monti di Santa Monica, sovrastando le luci lontane di Los Angeles.

Nella prima sequenza, notturna, avviene un incidente d'auto, in seguito al quale Rita perde la memoria. La ragazza trova rifugio in un appartamento dove incontra Betty (Naomi Watts), giovane aspirante attrice in arrivo dalla provincia canadese. Col suo aiuto, Rita cerca di recuperare la propria identità. Dopo lunghe e complesse vicende di gestazione (in origine doveva essere uno spin-off di Twin Peaks, poi il pilot di una serie per la tv; il regista lo riscrisse più volte), il film trovò una coesione definitiva nel 2001, sviluppando al livello più compiuto una forma di neo-noir tutto lynchiano, prefigurato quattro anni prima dall'enigmatico Strade perdute.

Se è lecito trovargli un precedente, sarà l'hitchcockiano La donna che visse due volte, per come immerge lo spettatore in un mystery fitto di false apparenze dove il regista lo manipola a suo piacimento. A differenza di Hitch, però, Lynch ambienta l'azione a Hollywood, universo della finzione e delle apparenze per antonomasia; né scioglie il mistero alla fine del film, come invece faceva l'illustre collega, negandoci la catarsi e lasciandoci stremati, ma quasi pronti a rivedere tutto daccapo per capirne di più.

Nell'ultima ora, ogni idea della trama che lo spettatore si è fatto fino a quel punto crolla miseramente, tra moltiplicazioni di piste e di identità che Lynch non intende spiegarci. Il suo proposito, infatti, è comunicare col pubblico non a livello razionale (come si è soliti aspettarsi da un noir), ma emozionale e sensoriale: sia mediante lo stile di scrittura, sia - e forse soprattutto - attraverso la colonna sonora (Lynch cura anche il "sound design") e la musica, insinuante e quietamente ossessiva, del suo complice abituale Angelo Badalamenti (il quale fa un cammeo, nella scena in cui sputa un caffè espresso).

È più che legittimo, peraltro, che lo spettatore cerchi di decriptare il mistero, razionalizzando la trama come può. Impresa, con Lynch, assai difficile. Però il regista dissemina lungo tutto il percorso alcuni indizi che possono aiutare a comporre il puzzle. Degli oggetti ricorrenti: una lampada rossa, un badge di riconoscimento, una tazza di caffè, una chiave blu in due diverse forme (piatta apre una porta, triangolare l'universo onirico); il titolo di un film; il club di magia "Silencio", dove ogni cosa è apparenza; e molto altro ancora. Ove poi occorresse aiuto, il web pullula di spiegazioni e interpretazioni del tenore più vario: alcune così bizzarre da far sorridere Lynch. Volendo, chiunque ci si può inoltrare; ma col rischio di smarrirsi in un'altra, tortuosa strada perduta.