Kenneth Branagh racconta 'Belfast': "Ci ho messo due mesi a girarlo e una vita a concepirlo"
di Silvia Bizio , di Silvia BizioIl grande attore/regista inglese di origine irlandese Kenneth Branagh fa una sorta di piroetta professionale con Belfast, il suo nuovo film sugli anni dei "troubles" in Irlanda, il conflitto nordirlandese, e la sua infanzia in quella città. Un progetto che rappresenta una sorta di ritorno alle sue radici indipendenti dopo aver passato gran parte degli ultimi dieci anni a dirigere grossi produzioni hollywoodiane come Cenerentola, Thor e Assassinio sull'Orient Express (imminente Assassino sul Nilo, anche questo da lui diretto e interpretato).
Branagh, 60 anni, cresciuto in teatro, si fece notare dal grande pubblico col suo adattamento cinematografico di Enrico V nel 1989, con cui ricevette candidature all'Oscar sia come regista che come attore protagonista, per poi tornare al Bardo negli anni seguenti, sempre per il grande schermo, con Tanto rumore per nulla e Amleto. Branagh sta considerando adesso un adattamento di Re Lear, con un finale a sorpresa, dic…
Il grande attore/regista inglese di origine irlandese Kenneth Branagh fa una sorta di piroetta professionale con Belfast, il suo nuovo film sugli anni dei "troubles" in Irlanda, il conflitto nordirlandese, e la sua infanzia in quella città. Un progetto che rappresenta una sorta di ritorno alle sue radici indipendenti dopo aver passato gran parte degli ultimi dieci anni a dirigere grossi produzioni hollywoodiane come Cenerentola, Thor e Assassinio sull'Orient Express (imminente Assassino sul Nilo, anche questo da lui diretto e interpretato).
Branagh, 60 anni, cresciuto in teatro, si fece notare dal grande pubblico col suo adattamento cinematografico di Enrico V nel 1989, con cui ricevette candidature all'Oscar sia come regista che come attore protagonista, per poi tornare al Bardo negli anni seguenti, sempre per il grande schermo, con Tanto rumore per nulla e Amleto. Branagh sta considerando adesso un adattamento di Re Lear, con un finale a sorpresa, dice.
Ma nel frattempo ecco Belfast, da lui anche scritto, il suo film forse più personale dei 19 da lui finora diretti, e di cui già si vocifera che potrebbe correre agli Oscar. È arrivato in sala negli Stati Uniti ed è atteso in Italia nel 2022. Romanzo di formazione, è la storia di un ragazzino di 9 anni, Buddy (interpretato dall'esordiente Jude Hill, 11 anni) che cresce nell'Irlanda del Nord nel mezzo della politica e violenza settaria, una vicenda drammatica narrata anche in maniera umoristica. Nonostante sia ambientato negli anni 60 (quando il giovane Branagh viveva a Belfast, prima che i genitori trasferissero la famiglia a Londra, proprio per sfuggire al clima violento) il film ha un sapore molto contemporaneo, con una spensieratezza che sa di antidoto. Ne abbiamo parlato con Branagh dopo una delle proiezioni del film a Los Angeles.
Mister Branagh, si dice che lei ci abbia messo molto a realizzare Belfast, lockdown a parte. È vero?
"Ci ho messo due mesi e 50 anni! (ride) Due mesi per girarlo, intendo, e una vita a concepirlo. Ho lavorato sul suo copione per decenni, e il silenzio e l'introspezione del lockdown mi ha dato la schicchera finale per completarlo e realizzarlo. Ho mostrato il primo montaggio del film a mio fratello e a mia sorella, sono stati i primi a vederlo: per me era fondamentale sapere cosa ne pensassero, perché gli eventi narrati in Belfast fanno parte della nostra anima".
Belfast è dunque un'autobiografia?
"Non esattamente, ma è una verità emotiva come se emergesse da una seduta di analisi, una storia raccontata dal punto di vista di un bambino di nove anni, forse io prima di lasciare Belfast. Ma non esattamente. È semi-autobiografico. Ma vero".
Come avete fatto a girare al tempo del Covid?
"Con tanti aggiustamenti. Avrei voluto girare nella stessa Belfast, ma non è stato possibile per le restrizioni. Allora abbiamo ricostruito parte di Belfast in un grande parcheggio nella zona fiera di Farnborough, un'ora fuori Londra. Abbiamo dovuto seguire protocolli di sicurezza Covid rigidissimi. Attori e troupe erano divisi in diverse aree con obbligo di mascherina tra un ciak e un altro, e l'intera compagnia era in sostanza in quarantena, in reciproca compagnia e di nessun altro, un isolamento totale dal resto del mondo. Confesso che questa situazione mi ha permesso di concentrarmi al massimo sulle strade a sampietrini di Belfast e sull'ansia del conflitto di allora".
Le limitazioni le hanno fatto pensare anche alla mancanza di libertà?
"Credo che libertà significhi poter scegliere, e allora a Belfast non avevamo scelta. E sebbene sia vero che a Belfast ogni volta che il sole spuntava aprivamo le finestre per fare entrare l'aria, tutte le finestre aperte in questo film sono dovute al flusso d'aria resa obbligatoria su qualsiasi set dal Covid! (ride) Dovevamo fare il test in continuazione. Non l'ho mai sentito come limitazione di libertà".
Come mai la decisione di girare in bianco e nero?
"Onestamente penso che tutti appaiano al loro meglio in bianco e nero.. molto semplice".
In che misura la nostra società e cultura sono cambiate rispetto alle vicende da lei narrate in Belfast?
"Non molto, in un certo senso. Continua quell'atteggiamento del 'sei con noi o sei contro di noi'. Non è una maniera civilizzata di gestire una società. Continua a essere tutto in bianco o nero. E le aree grigie, le tonalità di mezzo, dove sono? Le abbracciassimo, saremmo meno dogmatici e più flessibili, pronti quindi al dialogo. Nessuno in Gran Bretagna era pronto al dialogo 50 anni fa. Lo siamo di più adesso? A me sembra che il tribalismo di Belfast di allora rispecchi il tribalismo di oggi, un po' dovunque".