Giuseppe Tornatore al cinema con 'Ennio': "Un canto per Morricone, maestro della gioia"
di Arianna Finos , di Arianna FinosA rendere plastica la fusione tra musica e vita è il ritmo con cui Ennio Morricone fa ginnastica sul tappeto della casa con affaccio sul Campidoglio, nella prima scena di Ennio. Il documentario è la partitura amorosa che Giuseppe Tornatore ha composto per lo schermo sul suo amico, Maestro di musica e vita. Centosessantasette minuti di immersione appassionata, competente e fluida nella storia e nel carattere dell’artista scomparso un anno e mezzo fa. Un archivio sonoro e cinematografico completo, ricordi e ragionamenti di musicisti, registi, cantanti sulla straordinaria carriera da centinaia di opere che spaziano dalle musiche di Il federale del 1961 alla colonna sonora da Oscar di The hateful eight, 2016. Prodotto da Piano B, presentato fuori concorso alla scorsa Mostra di Venezia, Ennio sarà in sala con Lucky Red dal 27.
A rendere plastica la fusione tra musica e vita è il ritmo con cui Ennio Morricone fa ginnastica sul tappeto della casa con affaccio sul Campidoglio, nella prima scena di Ennio. Il documentario è la partitura amorosa che Giuseppe Tornatore ha composto per lo schermo sul suo amico, Maestro di musica e vita. Centosessantasette minuti di immersione appassionata, competente e fluida nella storia e nel carattere dell’artista scomparso un anno e mezzo fa. Un archivio sonoro e cinematografico completo, ricordi e ragionamenti di musicisti, registi, cantanti sulla straordinaria carriera da centinaia di opere che spaziano dalle musiche di Il federale del 1961 alla colonna sonora da Oscar di The hateful eight, 2016. Prodotto da Piano B, presentato fuori concorso alla scorsa Mostra di Venezia, Ennio sarà in sala con Lucky Red dal 27.
Ha scelto un racconto crolologico.
«L’idea era di seguirlo in una sorta di romanzo audiovisivo. Una scelta complicata, sul fronte dei materiali, ma grazie alla quale, andando di pari passo attraverso le sue stagioni di successo, dubbi e sofferenze, esce fuori l’uomo. Volevo anche raccontarlo attraverso un ritmo, quello della sua musica. Tutto il film è costruito sui tempi, gli schemi compositivi dei brani che evoca».
C’è una grande allegria nelle testimonianze, Bernardo Bertolucci, Vittorio e Paolo Taviani e gli altri cantano.
«Ennio è un personaggio così trasparente, semplice nel suo essere fuori dall’ordinario, che tutto intorno a lui finisce per essere gioioso, gradevole. Perché Ennio era così, ti dava gioia. Per la generosità, la simpatia, l’impegno e il rigore. Mi piaceva l’idea di far cantare quei temi che hanno lasciato un segno nella loro memoria e vita professionale».
La sensazione è quella di seguire la vita di un compositore ma anche quella di un Paese.
«Vero, ma è un valore aggiunto. È stato sufficiente seguire lui, che non si è fermato mai un istante, dal suo primo confronto con la musica fino alla fine. Inevitabilmente si incrociano cantanti, registi, produttori, musicisti, eventi alla base dei film. E in ogni testimonianza non solo italiana, penso a Hans Zimmer, a John Williams, emerge la consapevolezza che si parla di una figura importante nella storia della musica».
In che modo Morricone ha partecipato e cosa ha visto del doc?
«La prima cosa che ho fatto è stata l’intervista a Ennio. Più di sette anni fa. Durò qualche giorno, lui si lasciò andare senza pregiudizi, timori. Molto tempo dopo, iniziato il montaggio, gli feci vedere la prima ora. Fu sorpreso, contento, s’illuminò quando vide il suo maestro Petrassi, “hai fatto bene a metterlo!”. Avrei voluto che lo potesse vedere finito».
Eravate amici da trent’anni. Cosa le manca di più?
«Ci sentivamo e vedevamo con una frequenza familiare, parlavamo di musica e cinema, del quotidiano. Gli raccontavo storie, magari il giorno dopo mi chiamava e al pianoforte mi faceva sentire le musiche che quelle storie gli avevano ispirato. Gli portavo le sue partiture di film minori in cui trovavo esperimenti. che poi ritrovavo compiute nei suoi film di trent’anni dopo».
Il vostro viaggio è iniziato con “Nuovo cinema Paradiso”. Asghar Farhadi dice che quando lo vide scoprì che il film della sua vita lo aveva fatto un altro. Decine di cineasti in tutto il mondo se ne dicono debitori.
«Non so. L’universalità è forse nel fatto che generazioni di uomini e donne hanno avuto il privilegio di crescere grazie al cinematografo. La sala è stata il sacco amniotico dove sono nate e cresciute persone che poi si sono riconosciute. Nel film volevo raccontare cose mie personali, senza accorgermi che riguardavano generazioni di persone. Tra i tanti che hanno avuto questo coinvolgimento c’è stato Morricone».
Dapprima rifiutò, poi lesse la sceneggiatura e la chiamò subito.
«Mi disse che lo aveva colpito la scena finale, con i baci censurati e incollati alla rinfusa. Da lì era partito con le sue idee musicali. Al primo incontro temeva che chiedessi musica folkloristica, mentre la sua immaginazione musicale era scattata su altri fronti. Chiarimmo l’equivoco, tre giorni dopo mi fece ascoltare dei temi, mi insegnò a scegliere. Da allora tutto quel che ho fatto, l’ho fatto con lui. Era talmente padrone della materia che gli potevi chiedere qualunque cosa in qualunque momento. Mentre giravamo le musiche di Baaria, lui in sala con l’orchestra, mi accorsi di una scena che avevo sottovalutato, per cui non gli avevo chiesto della musica. Gli dissi: Ennio ho sbagliato e nulla di quel che abbiamo registrato si presta. Lui prende un pezzo di carta e in quaranta secondi scrive, poi dice “ora la facciamo trascrivere e dopo la pausa registriamo”. Un pezzo semplice, di archi, ma così bello che lo abbiamo messo anche nei titoli di coda, innestato a suoni realistici, le voci di mia madre e mio padre, di Guttuso e Maraini, la campana della chiesa. La nostra capacità d’intenderci andava oltre la professione, era una questione di sensibilità affini».
Tra le musiche di film non fatti, quella sull’Assedio di Leningrado.
«Con Ennio ne parlammo tanto, aveva iniziato a elaborare idee. Pensava a un suono ferroso, mi portò in una stanza piena di gigantesche molle di ferro, le sbatté una contro l’altra e mi spiegò come lo avrebbe elaborato. La musica da cinema per lui è stato un orizzonte di sperimentazione, ogni volta era uno stadio in più nella sua ricerca».
Il film sull’Assedio oggi sarebbe fattibile con le nuove tecnologie.
«Ho pubblicato la sceneggiatura per dire la parola fine, dopo 18 anni. Molti produttori hanno avuto paura, anche se oggi con i nuovi orizzonti di narrazione audiovisiva si potrebbe fare a costi inferiori. Se qualcuno si innamorerà ci ripenserò, ma non voglio più cercare di persuadere produttori di quanto sia incredibile che il cinema non abbia mai raccontato una storia umana così straordinaria».
Molti i progetti belli che non si sono realizzati. Penso all’Odissea vista da Penelope.
«Un mio vecchio pallino. Ebbi una suggestione, da ragazzo, leggendo il libro di Luigi Malerba, mi sarebbe piaciuto raccontare la storia da un punto di vista femminile. Non ho trovato un produttore che se ne innamorasse. Mai dire mai».
La serie sui Beati Paoli?
«Abbiamo lavorato con Andrea e Raffella Leone, un progetto ora sospeso, penso per mancanza di forti finanziamenti internazionali. È la storia di una setta segreta che affonda le radici nella realtà, alcuni ci vedono le origini della mafia. Negli anni 70 fu ripubblicata con la prefazione di Eco, È moderna e avvincente. Interessante è come è stata concepita. Veniva pubblicata a puntate domenicali su un quotidiano siciliano, suscitò un tale interesse che editore e scrittore andavano avanti, inventando e trasformando sulla base dell’esito che aveva presso i lettori. È venuta fuori una struttura perfetta per la serialità».
A cosa lavora ora?
«Ho un film già scritto e pronto, che non è quello che preparavo quando è esplosa la pandemia, saltato perché si svolgeva in troppi diversi paesi. Del nuovo film non le posso dire nulla, anche per scaramanzia. E so che Ennio sarebbe d’accordo».