✕

Vent'anni di 'Harry Potter', quelle storie magiche che hanno segnato gli adolescenti d'allora

A vent'anni dalla saga cinematografica nata dai bestseller di J. K. Rowling, ecco il lascito delle avventure dei maghetti di Hogwarts: incanto, emozione e tante lacrime. Per i bambini e i ragazzi di un tempo, oggi adulti
4 minuti di lettura

Per quelli nati negli anni Novanta, Harry Potter rappresenta un pezzo importante di vita. Vent’anni fa eravamo persone diverse e Harry Potter – prima con i libri, poi con i film – era la nostra occasione per sognare, per aggrapparci alla speranza di essere qualcosa di più, qualcosa di unico, e per sentirci parte di una famiglia più grande.

Harry Potter è la nostra infanzia: è una storia che conosciamo a menadito, di cui sappiamo ogni più piccolo dettaglio e ogni più piccolo segreto. Perché l’abbiamo vista, l’abbiamo letta, ne abbiamo parlato fino alla nausea e ne abbiamo discusso con chiunque. Harry, la lettera, Hogwarts. Le case. La magia. Silente, Piton, Voldemort. Dopo tutto questo tempo? Sempre.

Per quelli nati negli anni Novanta, Harry Potter rappresenta un pezzo importante di vita. Vent’anni fa eravamo persone diverse e Harry Potter – prima con i libri, poi con i film – era la nostra occasione per sognare, per aggrapparci alla speranza di essere qualcosa di più, qualcosa di unico, e per sentirci parte di una famiglia più grande.

Harry Potter è la nostra infanzia: è una storia che conosciamo a menadito, di cui sappiamo ogni più piccolo dettaglio e ogni più piccolo segreto. Perché l’abbiamo vista, l’abbiamo letta, ne abbiamo parlato fino alla nausea e ne abbiamo discusso con chiunque. Harry, la lettera, Hogwarts. Le case. La magia. Silente, Piton, Voldemort. Dopo tutto questo tempo? Sempre.

In questi venti anni siamo cresciuti: abbiamo trovato altri interessi e stretto nuove amicizie; siamo andati altrove, siamo diventati adulti, ci siamo innamorati, siamo stati illusi e delusi, e abbiamo imparato. Harry Potter, però, è sempre rimasto lì. Un tormentone. Un pensiero ricorrente. Ogni fine luglio, ogni primo settembre.

Return to Hogwarts, la reunion per i vent’anni della saga cinematografica, ci ha dato la possibilità di tornare indietro, di rivivere, anche se solo per un secondo, tutto quello che abbiamo già vissuto, e di ricordare. Rivedere gli attori del cast originale, ora grandi e adulti, nostri coetanei, sedersi e parlare, citare questo o quel momento sul set, offrirci – per la prima volta – un accesso inedito alla loro storia e alla loro vita, è qualcosa di veramente speciale. Li sentiamo e li capiamo; li vediamo emozionarsi, e anche noi ci sentiamo coinvolti. Non commuoversi, in alcuni momenti, è davvero difficile.

'Harry Potter' celebra i vent'anni: il trailer di 'Return to Hogwarts'

Non eravamo lì, con loro. Ma in qualche modo anche noi abbiamo provato quello che hanno provato loro. Da bambini, con La pietra filosofale, e da adolescenti con Il prigioniero di Azkaban. Dal primissimo amore, con L’ordine della fenice, alle prime responsabilità con Il principe mezzosangue. E mentre al cinema arrivavano i film, noi leggevamo e sfogliavamo, ricominciavamo da capo e recuperavamo capitoli e paragrafi. Perché dopo ogni libro tutto assumeva un’altra consistenza e un’altra verità.

Per qualcuno Return to Hogwarts, disponibile su Sky e su NOW, non è altro che l’ennesimo extra, una cosa che, volendo, si può trovare in un dvd o in un blu-ray. E, in parte, è vero. Non c’è tutto, e non tutti parlano (J. K. Rowling, per esempio, interviene solo con un’intervista di qualche anno fa). Si respira, però, la stessa atmosfera calda e sincera che si respirava anni fa, durante questo o quel film, in coda al cinema, seduti in una sala semibuia, pronti a ritornare a Hogwarts. Harry Potter era, ed è ancora una tradizione. I genitori lo raccontano ai figli, i figli ne parlano con gli amici, i più grandi lo consigliano ai più piccoli. È un cerchio, non una linea. Comincia, va avanti, riparte.

Harry Potter, 20esimo anniversario: spettacolo di luci a Hollywood

Mentre Daniel Radcliffe parla con Chris Columbus, il regista dei primi due film, lo rivediamo sul set insieme a Emma Watson e a Rupert Grint, li vediamo giocare e divertirsi, e lo sentiamo dire: eravamo bambini, e nessuno ci ha mai chiesto di essere altro. Con l’arrivo di Alfonso Cuaron, per Il prigioniero di Azkaban, le cose sono cambiate. Il gioco si è trasformato in un lavoro. Radcliffe ha incontrato Gary Oldman, e Gary Oldman non si è risparmiato nel consigliarlo, nel trattarlo come un collega e non come un ragazzino. E la stessa cosa è successa anche a Watson e a Grint. I bambini, quasi all’improvviso, erano diventati adolescenti, piccoli uomini e piccole donne. Nel film e nella realtà.

Sono passati gli anni ma quei set, che erano come scuole a cielo aperto, piene di ragazzini e di bambini, sempre rumorose e vive, sono rimaste il centro della vita degli attori. Erano la loro casa. Fuori, nel mondo reale, erano famosi. Ma lì, in quello spazio ristretto e riservato, potevano innamorarsi, soffrire e avere paura. Per un periodo, dopo Il calice di fuoco, Emma Watson ha pensato di lasciare il ruolo di Hermione. Perché, racconta in Return to Hogwarts, si sentiva sola. La fragilità degli adolescenti non passa con un colpo di spugna, con le fotografie sui red carpet di una première e con le urla entusiaste dei fan: un adolescente resta un adolescente, nonostante tutto. E Harry Potter ha sempre raccontato questo. E l’ha fatto prima e meglio di tanti altri. Da un lato il personaggio, dall’altro tutto quello che – volenti o nolenti – ha finito per incarnare.

Le interviste dei tre protagonisti si alternano con le interviste agli altri attori: a Jason Isaacs, a Helena Bonham Carter, a Robbie Coltrane e a Ralph Fiennes. Il materiale emotivo, quello fatto di ricordi e di sensazioni, si unisce al materiale dell’attore, e quindi alle prove, alle intuizioni, alla scoperta di Harry Potter e al lavoro di costruzione, e di decostruzione, dei personaggi. Dice Coltrane: per girare questi film non sono stato con i miei figli; tra cinquant’anni io non ci sarò più, ma Hagrid sì.

Per queste persone, i film di Harry Potter sono diventati metri con cui misurare le loro vite, sono stati punti fermi nello spazio e nel tempo, coordinate con cui orientarsi e soprattutto con cui poter ricordare. C’erano – e ci saranno sempre – un prima e un dopo La pietra filosofale, e quindi un prima e un dopo quella particolare scena nella Gringott, la banca dei maghi, o quella a Diagon Alley. E mentre Harry, il personaggio, cresceva e combatteva i suoi nemici, e trovava una nuova famiglia e stringeva nuove amicizie, Radcliffe, Watson e Grint, e pure Tom Felton e Matthew Lewis, imparavano e si sostenevano a vicenda, condividendo ogni cosa e ogni istante libero.

Return to Hogwarts è una lettera a quello che siamo stati, alle cose che abbiamo immaginato e sognato, alle storie che ci siamo raccontati e che abbiamo raccontato; è un omaggio non a una scrittrice o a una saga: è un monumento di parole e immagini a quello che, per tanto tempo, abbiamo provato. Ci siamo sentiti soli e incompresi; abbiamo cercato il nostro posto nel mondo, e l’abbiamo trovato in un sottoscala polveroso, con un bambino con gli occhiali e una cicatrice a forma di saetta sulla fronte. E in quel sottoscala, sorpresa, non eravamo soli. Per vent’anni, abbiamo incontrato altri come noi: con gli stessi dubbi e le stesse incertezze. E ora, sulla soglia del 2022, siamo di nuovo qui. Non è cambiato niente. E, allo stesso tempo, è cambiato tutto. Ci pensiamo ancora? Ci pensiamo ancora, sì.

Certe cose non passano con l’infanzia o con l’adolescenza. Come per Radcliffe e per gli altri, Harry Potter è una parte – piccola, piccolissima: per carità – delle fondamenta di quello che siamo oggi. Le interviste, le chiacchiere, le confessioni e i ricordi di Return to Hogwarts hanno la stessa cura e lo stesso amore che hanno certe confidenze tra amici: significano tutto e significano niente; e nonostante i cambiamenti, le sfide, le nuove persone che siamo, ci sono, rimangono, ferme nella memoria e nel tempo come boe sospese in mezzo al mare.