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(reuters)

Sidney Poitier la star che cambiò il colore di Hollywood

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Gentiluomo all'antica dalla bellezza regale, era consapevole di rappresentare un'immagine idealizzata dell'uomo di colore ma è stato grazie a lui se la nuova generazione ha avuto ruoli più variegati
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Era molto più che un magnifico attore, Sidney Poitier: era un simbolo, un'icona, un punto di riferimento, un gentiluomo all'antica e un uomo dalla bellezza regale, che incuteva in primo luogo soggezione con quel sorriso luminoso e irresistibile. Aveva conosciuto da vicino l'abominio del razzismo, scegliendo sin da giovane nella compostezza pacata, ma ferma, lo strumento per ottenere il rispetto ed esaltare la propria dignità. Ha trasformato la rabbia in energia positiva senza perdere mai la sua eleganza e la sua classe, e sono pochi gli attori che hanno ottenuto gli stessi straordinari risultati, sia sul piano artistico che su quello dei diritti civili, applicando sempre il principio del less is more.


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Era molto più che un magnifico attore, Sidney Poitier: era un simbolo, un'icona, un punto di riferimento, un gentiluomo all'antica e un uomo dalla bellezza regale, che incuteva in primo luogo soggezione con quel sorriso luminoso e irresistibile. Aveva conosciuto da vicino l'abominio del razzismo, scegliendo sin da giovane nella compostezza pacata, ma ferma, lo strumento per ottenere il rispetto ed esaltare la propria dignità. Ha trasformato la rabbia in energia positiva senza perdere mai la sua eleganza e la sua classe, e sono pochi gli attori che hanno ottenuto gli stessi straordinari risultati, sia sul piano artistico che su quello dei diritti civili, applicando sempre il principio del less is more.


Marciò sorridendo a fianco di Marlon Brando quando Martin Luther King commosse il mondo con il suo "I have a dream", e la sua presenza silenziosa e implacabile fu l'immagine più celebrata quel giorno. Per comprendere la portata del suo carisma, basti ricordare che il giovane afro-americano protagonista di Sei gradi di separazione conquista i favori di una coppia di ricchi signori bianchi dell'Upper East Side spacciandosi per suo figlio. Quando venne onorato con il premio alla carriera dalla Film Society del Lincoln Center, fu accolto da una interminabile standing ovation e recitò Invictus. Sembrava che William Ernest Henley avesse scritto per lui quei versi: ho visto molti occhi bagnarsi di lacrime quando ha recitato "my head is bloody but unbowed / il mio capo è sanguinante, ma indomito", e "the menace of the years finds and shall find me unafraid. / la minaccia degli anni mi trova e mi troverà senza paura". E concluse la poesia dando a ognuno dei presenti l'idea che stesse fissandolo negli occhi: "I am the master of my fate, I am the captain of my soul. / Io sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima".


Era il più giovane dei sette figli di Reginald ed Evelyn Poitier, una coppia di contadini delle Bahamas che lo fecero nascere a Miami, dove si trasferì quando aveva quindici anni: lavorò come lavapiatti in ristoranti di secondo ordine imparando di notte a leggere. Era talmente povero da dormire nelle stazioni degli autobus, ma nonostante le ingiustizie e le aberrazioni credeva nella promessa americana, e mentì sulla propria età pur di arruolarsi in guerra. Subito dopo entrò nell'American Negro Theater, e diede nuovamente prova di formidabile abnegazione, dedicando gran parte del tempo a liberarsi dell'accento dei Caraibi.

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Fu Joseph Manckiewicz a offrirgli la prima opportunità cinematografica in Uomo bianco tu vivrai, a cui fecero seguito Il seme della violenza e La parete di fango. Dimostrò di avere la star quality, e la Hollywood liberal si innamorò di questo attore in grado di impadronirsi di ogni scena alla quale partecipava. Lui tuttavia continuò a recitare anche in teatro, trionfando a Broadway in Un grappolo di sole, rivoluzionario per l'epoca, se si pensa che il pubblico era quasi esclusivamente bianco. La versione cinematografica ne consacrò lo status da star, e con il successivo I gigli del campo vinse l'Oscar come miglior attore protagonista, il primo per un attore di colore, se si eccettua quello di Hattie MacDonald come non protagonista per Via col vento, in un ruolo però di donna al servizio di una famiglia del sud schiavista.


Il suo trionfo rappresentò una ennesima rivoluzione, a cui ne fece seguito un'altra: il nome di Poitier era diventato sufficiente per produrre un film, e ne sono prova le pellicole dove cominciò a essere protagonista assoluto, o quelle come Paris Blues, in cui duetta con star quali Paul Newman, per non parlare dei suoi due film più celebri: Indovina chi viene a cena? dove interpreta il fidanzato di colore che conquista una famiglia liberal, e La calda notte dell'ispettore Tibbs, dove è un poliziotto di Filadelfia che conduce un'indagine nel profondo sud insieme a un collega razzista.

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È perfetto in questi ruoli, ma lui era consapevole di rappresentare un'immagine idealizzata dell'uomo di colore, senza macchia e senza paura e privata di ogni elemento erotico. Fu il primo a cercare di avere parti più variegate, ma c'è voluta un'altra generazione perché Hollywood consentisse questa conquista, ma senza di lui non sarebbe stata possibile. In quegli stessi anni rifiutò di interpretare Otello, e cominciò a dirigere film di buona fattura, alcuni dei quali coronati dal successo, come Stir Crazy. Negli anni Novanta entrò a far parte del Board della Walt Disney, e quindi accettò di essere ambasciatore delle Bahamas in Giappone e poi presso l'Unesco: sapeva di essere diventato un monumento, e quando nel 2002 Hollywood lo onorò con il premio alla carriera considerò una vittoria personale il fatto che lo stesso anno fossero premiati sia Denzel Washinton che Halle Berry. Da allora ha scritto tre memoir, e in quello a cui tiene maggiormente, La misura di un uomo, scrive: "Ho imparato a trasformare la mia rabbia in qualcosa di positivo, altrimenti mi avrebbe distrutto".