✕

'The Tender Bar', quanto è svogliato George Clooney in versione regista

La recensione / Il film, diventato in italiano 'Il bar delle grandi speranze', racconta la storia dello zio (Ben Affleck) di un aspirante scrittore, che non appassiona
1 minuti di lettura

L’unica cosa originale del nuovo film di George Clooney, The Tender Bar (da qualche giorno su Amazon Prime), è il titolo italiano. Ispirandosi al locale al centro dell’azione, il “Bar Dickens”, da noi è diventato Il bar delle grandi speranze, con allusione - sorprendentemente colta - al tardo romanzo dello scrittore vittoriano. Per il resto, la storia che racconta l’abbiamo già sentita mille volte.

Il giovane J.R. aspira a diventare uno scrittore. Intanto vive a casa del nonno e, in assenza di un padre latitante (un dj radiofonico chiamato “la Voce”), viene istruito nelle cose della vita da zio Charlie, affettuoso finto-duro che gestisce i…

L’unica cosa originale del nuovo film di George Clooney, The Tender Bar (da qualche giorno su Amazon Prime), è il titolo italiano. Ispirandosi al locale al centro dell’azione, il “Bar Dickens”, da noi è diventato Il bar delle grandi speranze, con allusione - sorprendentemente colta - al tardo romanzo dello scrittore vittoriano. Per il resto, la storia che racconta l’abbiamo già sentita mille volte.

Il giovane J.R. aspira a diventare uno scrittore. Intanto vive a casa del nonno e, in assenza di un padre latitante (un dj radiofonico chiamato “la Voce”), viene istruito nelle cose della vita da zio Charlie, affettuoso finto-duro che gestisce il suddetto bar a Long Island. Per il rotto della cuffia J.R. entra a Yale, secondo i voti di mamma, poi si fa le ossa al New York Times dove però non riesce a spuntare l’assunzione (scrive bene, ma tutti i suoi articoli riguardano il “Bar Dickens”). Frattanto s’innamora di una compagna d’università ricca e spregiuducata, che prenderà ripetutamente a calci il suo cuore come fosse un barattolo. Il tutto immerso in un’atmosfera rétro con auto, maglionicini e oggettistica anni 70.

Strutturato per andirivieni temporali tra la fanciullezza e la prima giovinezza del protagonista, Il bar delle grandi speranze è tratto da un memoir del premio Pulitzer J.R. Moehringer, adattato per la piattaforma Amazon e diretto da un Clooney palesemente svogliato. Tra i déjà-vu cui attinge a piene mani ci sono un gruppo di “mosche da bar”, dolci perdenti frequentatori del locale; alcuni incontri deludenti col padre indegno e beone; la mamma frustrata e protettiva che sogna una vita migliore per il figlio e un nonno brontolone. Lo interpreta Christopher Lloyd, veterano di un cast discontinuo in cui figurano un ottimo Ben Affleck nella parte dello zio che tutti vorrebbero e un simpatico Daniel Ranieri come J.R. bambino: che però, cresciuto, diventa lo sbiadito Tye Sheridan.

Se il repertorio del coming of age movie è scontato però lo devi accettare per contratto, altre cose danno un certo fastidio. Come la voce narrante che ti ripete quello che stai già vedendo o i dialoghi letterari, del tipo che nessuno si sognerebbe di pronunciare. O, sul piano più strettamente ideologico, la contrapposizione tra gente di successo e “loser”. Da sempre presente nel cinema americano, negli ultimi decenni la sgradevole dicotomia era andata un po’ sottotraccia. Ora invece sta tornando alla grande (vedi Una famiglia vincente, il film con Will Smith sugli schermi in questi giorni). Non sarebbe arrivato il momento per un #MeToo dei (cosiddetti) perdenti?

Il bar delle grandi speranze
Regia di George Clooney
Voto: due stelle su 5