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Piefrancesco Favino in 'Corro da te': "Fermarsi alle apparenze è una grande ipocrisia"

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L'attore è protagonista con Miriam Leone della commedia romantica di Riccardo Milani in sala dal 17 marzo. Interpreta un imprenditore donnaiolo costretto a confrontarsi con la normalità della disabilità
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Fisico asciutto, taglio di capelli modaiolo, ossessione per cosmesi e fitness, per la giovinezza che sente sfuggirgli e a cui reagisce collezionando conquiste da mostrare agli amici. Pierfrancesco Favino, 52 anni in Corro da te, commedia romantica di Riccardo Milani. Interpreta un uomo cinico e insicuro che incontra una violinista, disabile, interpretata da Miriam Leone. È l'inizio di un viaggio sentimentale, ma anche di presa di consapevolezza e allargamento dello sguardo. Non è la prima volta che l'attore affronta la disabilità al cinema, tema che gli sta a cuore e argomento che affronta volentieri. Il film è in sala dal 17 marzo con Vision e Universal.

(ansa)

È il personaggio più cialtrone che ha interpretato, perciò ha adorato farlo?

"Sì, perché penso che sia un personaggio che rappresenta buona parte del…

Fisico asciutto, taglio di capelli modaiolo, ossessione per cosmesi e fitness, per la giovinezza che sente sfuggirgli e a cui reagisce collezionando conquiste da mostrare agli amici. Pierfrancesco Favino, 52 anni in Corro da te, commedia romantica di Riccardo Milani. Interpreta un uomo cinico e insicuro che incontra una violinista, disabile, interpretata da Miriam Leone. È l'inizio di un viaggio sentimentale, ma anche di presa di consapevolezza e allargamento dello sguardo. Non è la prima volta che l'attore affronta la disabilità al cinema, tema che gli sta a cuore e argomento che affronta volentieri. Il film è in sala dal 17 marzo con Vision e Universal.

(ansa)

È il personaggio più cialtrone che ha interpretato, perciò ha adorato farlo?

"Sì, perché penso che sia un personaggio che rappresenta buona parte del narcisismo nel quale viviamo, non solo maschile, ma in particolare dal punto di vista maschile. Ci siamo divertiti a raccontare questo uomo vittima delle sue paure, di questa necessità di sentirsi vincente e attraente, non vecchio, ancora su piazza. Credo che sia il personaggio più giusto da mettere all'interno di una storia così, perché poi trovi altro".

Come si è preparato?

"Innanzitutto fisicamente. Mi piace star bene, sono uno sportivo ma non ai livelli di ossessione per corpo e fitness, che ha il personaggio. A lui ci siamo molto divertiti a trovare un aspetto: per un po' di tempo mi sono seguito tutti questi profili di uomini che usano tanti cosmetici, questi tagli di capelli, anche i profili di moda maschile, cose del genere. Dopodiché c'è un po' più di profondità rispetto a quell'esigenza di piacere. Mi sono interrogato sulla sua fragilità, ma il tono doveva essere quello della commedia e non volevo appesantire troppo questa mia ricerca. Di certo non mi sono dovuto occupare dell'aspetto della disabilità perché lui doveva in qualche modo essere vittima del fatto di non esserlo. Comunque è una realtà che negli anni ho conosciuto, per altri motivi. E trovo che Miriam sia stata molto  brava a mettersi nei panni di questa donna". 

(ansa)

Una ragazza ha postato una locandina del film dicendo "avrei voluto che a interpretarlo fosse stata una vera disabile".

"Non scelgo io gli attori, ma penso che sia un argomento corretto da un lato, limitante dall'altro. La famiglia Bélier, francese in cui due attori belgi recitavano due sordomuti secondo me è più coinvolgente del remake americano Coda, in cui il padre era interpretato da un attore sordomuto. Se limitiamo l'arte a rappresentare solo ciò che è non facciamo un servizio alla diversità, né all'unicità. Anche recitare è un'abilità, non tutti ce l'hanno. Alla mia scuola di recitazione abbiamo avuto ragazzi con disabilità: ma io giudico la loro capacità di attori, non la loro condizione. Il film parla di questo, di un uomo che è abituato a guardare solo le apparenze e poi si rende conto oltre le condizioni ci sono le persone. S'innamora di Chiara per ciò che è, non per come sta".

(ansa)

Cercando di smarcarsi dagli stereotipi.

"Questo film nasce anche insieme alle associazioni dei disabili e se lavori con loro ti rendi conto che certi atteggiamenti riguardano solo noi. La disabilità è uno specchio in cui vediamo le nostre paure non vediamo veramente quello che affligge le persone, che non pensano alla propria disabilità come a una qualità. Abbiamo spinto il personaggio a essere più guascone e disprezzabile a inizio film perché, onestamente, se guardiamo la nostra società non credo che siamo tutti così vicini a questi temi. Nelle sale cinematografiche ci sono solo quattro posti per i disabili. Non vi sembra un'assurdità? Sono un grandissimo fan di Bebe Vio, ma noi non possiamo far riferimento all'eccezione: chi non ha il talento di Bebe Vio cosa fa? Il tono del film nasce da queste riflessioni".

È un argomento che conosce bene.
"Nel 1997 ho fatto un film in cui ero un disabile grave, Correre contro. Da allora sono vicino al mondo della disabilità, ho amici disabili con cui mi confronto spesso".

(ansa)

Le è capitato di avere avuto un approccio insensibile di cui si è pentito o vergognato?
"Di sicuro per sbadataggine o inconsapevolezza, posso aver ferito qualcuno. Ma vengo da una famiglia in cui la porta era perennemente aperta e in cui ogni tanto dovevo disfare il mio letto perché c'era qualcuno che arrivava bisognoso di aiuto. Sono stato cresciuto con una grande attenzione nei confronti dei sentimenti degli altri. A volte maggiore di quella rispetto a ciò che capitava a me".

(ansa)

Che momento è questo, per lei?
"Di serenità. Ho un progetto nuovo, seguo la mia scuola. Ho girato poi Il Colibrì con Francesca Archibugi e Nostalgia di Mario Martone. Del libro di Veronesi ho avuto la fortuna di leggere le bozze, mi sono subito innamorato del personaggio. Così come quando sono andato in un bar e ho scoperto il libro di Ermanno Rea ho subito sentito una connessione forte. Sono personaggi diversi, uno che resiste ai colpi della vita in una maniera apparentemente immobile, tra l'altro, che invece ha necessità di ritrovare la vita che ha abbandonato in questa specie di Sud del mondo che è rappresentato da Napoli. Entrambi i racconti nascondono qualcosa di classico al loro interno. È stato un privilegio farli".

È a un punto della carriera in cui può scegliere di lavorare con autori e personaggi appaganti.
"Sì, ma nel nostro mestiere ogni giorno te lo guadagni, ogni film è un salto nel vuoto. Mette in discussione le tue certezze, una ricchezza che mi spaventerebbe abbandonare".

Lei ha due figlie. Che hanno vissuto la pandemia e la guerra, eventi che non sono toccati alle generazioni dei padri.
"È vero. Sono molto in ascolto delle mie figlie. Da due anni vivono una realtà estremamente complicata, in cui la parola futuro è qualcosa di complicato da realizzare. Questo mi spaventa e mi dispiace. Perché quella è l'età del futuro, dell'indipendenza, del desiderio di scoperta. E invece questi sono anni di grande chiusura. Il cinema ti porta a conoscere un altro mondo e un altro punto di vista, ti fa uscire dai confini di ciò che credi di possedere, il tuo divano, la tua tv, il tuo smartphone. Perciò sono convinto che andare a un concerto, a teatro, al cinema sia qualcosa di necessario".