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Gianni Cavina, il ricordo di Pupi Avati: "Spiritoso e umanissimo, complice fondamentale del mio cinema"

Il regista ricorda il suo attore feticcio, 17 film e una vita insieme, scomparso la scorsa notte a Bologna, dove era nato. Aveva 81 anni
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"Gianni Cavina e Carlo Delle Piane sono stati i complici fondamentali della mia carriera", è addolorato Pupi Avati, in viaggio verso Milano in treno. Fatica, quasi, a trovare le parole, cosa inusuale, come sa chi conosce il regista bolognese. Tra loro un'amicizia profonda e un sodalizio artistico, Cavina aveva partecipato a molti film sia come sceneggiatore che attore. "Ho saputo della morte stamattina, quando la sua compagna Giovanna Galota, mi ha telefonato piangendo disperata. Stava male da tanto tempo. Mi fa soffrire il racconto della compagna, lui si era reso conto che stava concludendo la sua vita e aveva paura, teneva sempre la luce accesa per paura di addormentarsi e non svegliarsi. Abbiamo fatto l'ultimo film insieme, avevo creato per lui un ruolo di un notaio che Sergio Castellitto incontra, ed è allettato, non riusciva a camminare. Ma era venuto a Roma a tutti i costi per esserci. Faccio molta fatica a non commuovermi. Quando muore un at…

"Gianni Cavina e Carlo Delle Piane sono stati i complici fondamentali della mia carriera", è addolorato Pupi Avati, in viaggio verso Milano in treno. Fatica, quasi, a trovare le parole, cosa inusuale, come sa chi conosce il regista bolognese. Tra loro un'amicizia profonda e un sodalizio artistico, Cavina aveva partecipato a molti film sia come sceneggiatore che attore. "Ho saputo della morte stamattina, quando la sua compagna Giovanna Galota, mi ha telefonato piangendo disperata. Stava male da tanto tempo. Mi fa soffrire il racconto della compagna, lui si era reso conto che stava concludendo la sua vita e aveva paura, teneva sempre la luce accesa per paura di addormentarsi e non svegliarsi. Abbiamo fatto l'ultimo film insieme, avevo creato per lui un ruolo di un notaio che Sergio Castellitto incontra, ed è allettato, non riusciva a camminare. Ma era venuto a Roma a tutti i costi per esserci. Faccio molta fatica a non commuovermi. Quando muore un attore comico non ci credi, gli attori comici non dovrebbero morire mai".

Una vita di cinema insieme, la vostra.

"Aveva iniziato a fare il cinema con me, nel '68 il primo film, e c'è stato fino all'ultimo. Aveva fatto il Signor diavolo aveva problemi di deambulazione che aveva nascosto grazie al montaggio, ma non stava male come ora. Quando l'ho visto stavolta ho capito che la situazione era grave, che non aveva tanto davanti a sé. Ma ha avuto una compagna straordinaria. Lui era rimasto vedovo tanti anni fa e aveva un figlio, ma la sua situazione familiare era un po' complicata, era solo, ma grazie al cielo ha incontrato questa donna meravigliosa che gli è stata accanto. Quando mi chiamava mi parlava sempre di progetti, mi chiedeva. E mi mentiva, dicendo che stava guarendo. Ma alla fine avevo la sensazione che non ci credesse neanche lui".

Il momento più bello insieme?

"Professionalmente in un film non fortunato, Festival, ambientato alla Mostra di Venezia. Interpretava l'agente di un attore, Massimo Boldi, che veniva fatto fuori. Era stato magistrale, tanto che vinse il Nastro d'Argento. Nella qualità del nostro rapporto è stato il punto più alto. Aveva la capacità di essere straordinariamente umano e di commuoversi recitando, cosa che non succede agli attori. Anche quelli considerati bravi a volte devono usare gli urticanti per piangere, lui no. Si immedesimava in modo totale".

E poi eravate amici.

"Di più. Lui è stato il padrino al battesimo di uno dei miei figli. La vicinanza era totale, è un componente della mia famiglia non solo cinematografica ma anche umana. Non mi ha mai lasciato solo, ogni volta che lo chiamavo correva".

Cosa le piaceva di lui?

"Aveva uno straordinario umorismo. Era uno degli uomini più spiritosi che ho conosciuto nella vita, qualità che hanno gli intelligenti".

Condividevate la passione per la musica, e avete firmato insieme diverse sceneggiature.

"Abbiamo lavorato insieme alla scrittura con mio fratello Antonio e Maurizio Costanzo. E poi ha scritto con me e Antonio lo show demenziale Bandiera Gialla, un'estate a Rimini in cui ci eravamo divertiti moltissimo. Ricordo i tempi di La casa delle finestre che ridono, la scrivemmo a ridosso di un evento doloroso per lui, era morta sua moglie. Era entrato in depressione, facendo anche qualche gesto preoccupante. E così decidemmo di scrivere questa storia, anche un po' per distrarlo. Il risultato fu un film di grande successo che è rimasto nel tempo".

Come vi eravate conosciuti ?

"Quando smisi di suonare, perché avevo capito di non avere talento sufficiente per diventare un grande musicista. Facevo uno spettacolo e cercavo attori per piccoli interventi, venne lui che faceva la spalla a un cabarettista. Ha cominciato dalla gavetta e con me ha iniziato a fare cinema. Abbiamo praticamente imparato ad amare il cinema facendolo, a ogni film ci rendevamo sempre più conto di come si faceva. Abbiamo imparato insieme con lui e Carlo Delle Piane: sono stati la coppia fondamentale e i miei complici fondamentali in tutta la prima parte della mia carriera".

E poi c'è stato Regalo di Natale.

"Il gruppo di attori di Regalo di Natale e Rivincita di Natale ha qualcosa di mitico per quel che riguarda il mio cinema. Tra l'altro lui era grande giocatore di poker come gli altri e giocavano in continuazione nelle pause. Perse 300 mila lire con Alessandro Haber e non gliele ha mai pagate. Tanto che ancora oggi quando Haber lo incontrava gli ricordava 'Mi devi ancora 300 mila lire'".