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'L'infanzia di Ivan', così il cinema ha raccontato quello che la guerra fa davvero ai bambini

Il giovane protagonista del film 'L'infanzia di Ivan' 
Sessanta anni fa due grandi artisti hanno spiegato, in immagini e in musica, in che modo i conflitti colpiscono i più piccoli: Bob Dylan e Andrej Tarkovskij
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È stata stata diffusa un mese fa ma forse è la foto dell'anno: una bambina ucraina con un lecca-lecca in bocca e un fucile in grembo. L’ha scattata il padre, Oleksij Kyrycenko: l’ha messa su Facebook e ha invitato chiunque a condividerla. A un certo punto si è sentito in dovere di aggiungere che il fucile era il suo, che l’ha dato alla bimba solo per la foto, e che era scarico.

Che la foto fosse “posata”, era stato chiaro da subito. Che la bambina non fosse una “combattente” (ma in futuro, chissà) è diventato chiaro dopo la precisazione del padre. Per il resto, la “lettura” della foto sta negli occhi di chi la guarda: qualcuno la interpreterà come un baldanzoso messaggio ai russi, della serie “anche i bambini sono pronti a spararvi”; qualcuno, più cinicamente, la percepirà come una fo…

È stata stata diffusa un mese fa ma forse è la foto dell'anno: una bambina ucraina con un lecca-lecca in bocca e un fucile in grembo. L’ha scattata il padre, Oleksij Kyrycenko: l’ha messa su Facebook e ha invitato chiunque a condividerla. A un certo punto si è sentito in dovere di aggiungere che il fucile era il suo, che l’ha dato alla bimba solo per la foto, e che era scarico.

Che la foto fosse “posata”, era stato chiaro da subito. Che la bambina non fosse una “combattente” (ma in futuro, chissà) è diventato chiaro dopo la precisazione del padre. Per il resto, la “lettura” della foto sta negli occhi di chi la guarda: qualcuno la interpreterà come un baldanzoso messaggio ai russi, della serie “anche i bambini sono pronti a spararvi”; qualcuno, più cinicamente, la percepirà come una foto acchiappa-like; qualcun altro vi vedrà la tragedia della guerra che non risparmia nemmeno i più piccoli. Perché la foto è ambigua. Volutamente.

Le guerre del XXI secolo si combattono anche sui social, soprattutto se si svolgono in un paese moderno come l’Ucraina dove tutti hanno in mano uno smartphone, esattamente come in Italia. Ma proprio la proliferazione delle immagini, e delle loro interpretazioni, rende tutto difficile da verificare e da capire. Di fronte all’ambiguità dei media (cosa è vero? cosa è falso?) viene voglia di affidarsi alla densità delle parole dei poeti.

Bob Dylan a metà anni Sessanta 

Esattamente 60 anni fa due immensi artisti avevano già detto tutto ciò che si può dire sul modo in cui la guerra colpisce l’infanzia. Nel 1962 Bob Dylan aveva scritto Masters of War (poi uscita nel ’63), una canzone sui padroni della guerra nella quale una strofa recita: «You've thrown the worst fear / That can ever be hurled / Fear to bring children / Into the world / For threatening my baby / Unborn and unnamed / You ain't worth the blood / That runs in your veins» (“Avete gettato nel mondo la peggior paura / che si possa immaginare / la paura di portare bambini / nel mondo / minacciate il mio bambino / ancora non nato, e senza nome / voi non valete il sangue / che scorre nelle vostre vene”).

In quello stesso anno, il 1962, la Mostra di Venezia assegnava il Leone d’oro al film sovietico L’infanzia di Ivan, l’opera prima di Andrej Tarkovskij. I meno contenti del premio furono proprio i burocrati sovietici, che avevano capito perfettamente il film (non sempre i burocrati sono stupidi) pur avendolo mandato in concorso al Lido. Tarkovskij, ispirandosi a un racconto di Vladimir Bogomolov, aveva raccontato una storia apparentemente eroica: Ivan è un bambino-guerriero, dal coraggio indomito, che combatte i nazisti a fianco dei partigiani e dell’Armata Rossa e si offre volontario per le imprese più pericolose. Proprio il fatto che sia un bambino lo rende perfetto per tali missioni: i tedeschi non lo percepiscono come un pericolo, inoltre Ivan è astuto come una volpe e si muove nella steppa come un animale nel proprio habitat.

Andrej Tarkovskij 

In realtà L’infanzia di Ivan è una tragedia: Ivan è così perché la sua famiglia è stata sterminata, la guerra l’ha trasformato in un automa, in una sorta di piccolo Rambo che sogna solo la vendetta e al quale non importa nulla di morire. La sua infanzia è stata cancellata. Questo tema, nella vecchia URSS (e quindi anche in Ucraina), era centrale, molto sentito, ed è stato per anni tabù. È il tema degli orfani, dei besprizornye, raccontata in un libro bellissimo e straziante di Luciano Mecacci: Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica. Non tutti sanno che dopo la guerra civile, le grandi carestie, le purghe staliniane e infine la seconda guerra mondiale, in URSS si sono succedute generazioni di orfani che secondo Mecacci sono arrivati all’inconcepibile cifra di 50 milioni. Nei primi anni dell’URSS il tema era ampiamente dibattuto, poi lo stalinismo lo rese tabù (in quanto ufficialmente “risolto”) almeno fino agli anni 60. Ed è proprio nel ’62, come si diceva, che Tarkovskij lo affronta nell’unico modo (allora) possibile: raccontare un orfano che è anche un eroe.

È sempre curioso ricordare che l’Unità espresse forti dubbi su L’infanzia di Ivan: il critico del quotidiano del Pci, Ugo Casiraghi, lo trovò eccessivamente “artistico”, onirico e ingenuo rispetto al tema affrontato. Per dire quale fosse il livello del dibattito politico e culturale dell’epoca, al giornale arrivò una splendida, storica lettera di Jean-Paul Sartre che difendeva il film – e che fu integralmente pubblicata il 9 ottobre del 1962. Sartre sottolineava la solitudine di Ivan, il suo essere stato “radicalizzato” (sì, usa proprio questo termine, nel ’62!) dalla guerra, il fatto che abbia «bisogno di questo universo sinistro per vivere, che in mezzo ad una battaglia è liberato dalla paura, che, nelle retrovie, sarebbe travolto dall'angoscia. La piccola vittima sa ciò che gli occorre: la guerra — che lo ha fatto —, il sangue, la vendetta».

Questo è ciò che la guerra fa ai bambini: altro che lecca-lecca e fucili con i quali mettersi in posa. Bob Dylan, Andrej Tarkovskij e Jean-Paul Sartre ce l’hanno spiegato sessant’anni fa. Nel frastuono di questi giorni sembra che solo i classici ci possano aiutare. Poi, magari, arriva qualche burocrate (assai più stupido di quelli della vecchia URSS) che proibisce un corso su Dostoevskij. Quando invece Dostoevskij, come gli altri poeti citati, è oggi più necessario che mai.