C'era una volta un giornalismo detto di immersione, ora del tutto estinto, in cui il coraggioso cronista si travestiva da barbone, escort, mafioso, immigrato, gigolo ed altro, per poi poter raccontare “dall’interno” mondi sconosciuti e drammatici a noi borghesucci. Nel 2009 la celebre giornalista francese Florence Aubenas decise di avventurarsi nella palude del lavoro precario, e per sei mesi rifece letti e lavò cessi assieme alle altre donne, che però lo fanno per tutta la vita. L’anno dopo uscì con grande successo il suo libro inchiesta Le Quai de Ouistreham, da noi col titolo La scatola rossa, editore Piemme, ora fuori commercio. In quell’anno Juliette Binoche vinceva al Festival di Cannes il premio come migliore attrice per Copia conforme di Kiarostami, mentre Emmanuel Carrère completava il suo libro di maggior successo, la biografia romanzata di Limonov.
Questi tre personaggi singolari si sono trovati insieme per…
C'era una volta un giornalismo detto di immersione, ora del tutto estinto, in cui il coraggioso cronista si travestiva da barbone, escort, mafioso, immigrato, gigolo ed altro, per poi poter raccontare “dall’interno” mondi sconosciuti e drammatici a noi borghesucci. Nel 2009 la celebre giornalista francese Florence Aubenas decise di avventurarsi nella palude del lavoro precario, e per sei mesi rifece letti e lavò cessi assieme alle altre donne, che però lo fanno per tutta la vita. L’anno dopo uscì con grande successo il suo libro inchiesta Le Quai de Ouistreham, da noi col titolo La scatola rossa, editore Piemme, ora fuori commercio. In quell’anno Juliette Binoche vinceva al Festival di Cannes il premio come migliore attrice per Copia conforme di Kiarostami, mentre Emmanuel Carrère completava il suo libro di maggior successo, la biografia romanzata di Limonov.
Questi tre personaggi singolari si sono trovati insieme per il bel film Tra due mondi: la giornalista, 61 anni, contesa dalla stampa francese più impegnata, che nel 2005 fu rapita e tenuta in ostaggio in Iraq, la diva, 58 anni, settanta film, una pioggia di premi, sostenitrice dei gilet gialli e ora no vax, un massimo scrittore regista, 65 anni, nonni materni russi, afflitto da depressioni, che recentemente ha scritto da Mosca (anche per Repubblica) e segue il processo Bataclan (anche per Robinson di Repubblica).
C’è questa signora di aspetto modesto e ovviamente spettinata (non esiste film in cui ci sia una donna pettinata) che si presenta tra decine di questuanti in un centro per il lavoro: si finge sposa abbandonata che non ha mai lavorato e tutto ciò che le suggeriscono è, sempre che sia fortunata tra tanta disoccupazione, di tentare il mestiere di donna delle pulizie senza pretese. Un impegno che richiede una grande specializzazione, tipo astronauta, e l’obbligo di seguire dei corsi di perfezionamento; e poi una disciplina ferrea, una specie di militarizzazione imposta da villanissime agenzie e basta niente, un ritardo, una macchia sul pavimento per essere licenziate.
Marianne ha lasciato Parigi dove potrebbero riconoscerla e si è installata a Caen, finta povera tra poveri veri, e viene assegnata a una squadra che deve ripulire il ferry che ogni sera trasporta passeggeri e mezzi da Ouistreham, il porto di Caen, all’Inghilterra. La squadra, in tre turni, deve pulire 230 camere, rifare i letti a castello e il bagnetto, il tempo è di 4 minuti a camera. Due soli uomini nella squadra, di colore, che però non lavano i cessi perché, dice Marilou, “sono troppo fragili”. La donna delle pulizie per il tempo di una vacanza, la sera scrive, “ho le ossa rotte, rifare le cuccette in alto è bestiale, preferisco pulire il water anche se tanti mascalzoni non tirano lo sciacquone”.
Non so quanta Aubenas ci sia nel personaggio di Marianne creato da Carrère per Binoche, ma certo lei è bravissima a fingersi povera e ansiosa di imparare a usare certi lavapavimenti giganti che richiedono un corso di perfezionamento, ma anche a scoprirsi amica di queste donne umiliate eppure capaci di gioco, di gioia, di sogni, di affetti, tanto generose. Insieme, regista e attrice hanno voluto attorno a lei non attrici, un paio lavorano davvero nei servizi. Immagino che il personaggio di Justine, la precaria alta e bionda in minigonna, sia un tocco di attualità di Carrère, la trans che ha un colpo di fortuna, basta pulizie, ha trovato un posto di commessa.
Quando uscì il libro le reazioni in Francia furono entusiaste anche da un punto di vista sociopolitico, perché finalmente veniva documentato un incanaglirsi dello sfruttamento del precariato. Lavoro insicuro, mal pagato (euro 7.96 l’ora), faticoso, il sapersi invisibili, essere svillaneggiati e minacciati: schiavi. Oggi il film suscita reazioni più complesse, del resto già espresse dalla sceneggiatura: l’inganno così ben interpretato, senza rimorso, non è un altro tipo di sfruttamento? Le donne che hanno accolto la falsa precaria, l’hanno aiutata, ne sono diventate amiche, non sentiranno la beffa e il tradimento, da parte di un’altra donna così privilegiata da potersi permettere una colf, una di loro, al suo servizio?