Corrado Guzzanti: “Oggi mi diverto e ho meno puzza sotto il naso”
di Arianna Finos , di Arianna FinosROMA - Il ritorno di Corrado Guzzanti, reduce dal successo di Lol e appena arrivato in sala con Lillo e Greg nel film Gli idoli delle donne (Lucky Red, Vision, Sky e Prime Video) in versione narcotrafficante colombiano iracondo e dal machete facile, riapre la storia di un genio della comicità che spesso si è inabissato. "Non parlo spagnolo", spiega, "ma sto dentro un film comico. Ho trovato la voce, la prima cosa, quindi ho iniziato a riscrivere le battute dal testo originale improvvisando a modo mio e alla fine tante cose personali sono finite nel prodotto". Per la voce si è ispirato a Papa Bergoglio, "un uomo che mi è molto simpatico, più del suo predecessore Ratzinger, che pure avevo rifatto. Ho una questione aperta con i papi che dovrei affrontare in analisi. In questo caso Bergoglio l'ho usato come modello per trovare timbro, suoni e ritmi".
Lillo è un suo amico personale, vero?
"Il nostro incontro…
ROMA - Il ritorno di Corrado Guzzanti, reduce dal successo di Lol e appena arrivato in sala con Lillo e Greg nel film Gli idoli delle donne (Lucky Red, Vision, Sky e Prime Video) in versione narcotrafficante colombiano iracondo e dal machete facile, riapre la storia di un genio della comicità che spesso si è inabissato. "Non parlo spagnolo", spiega, "ma sto dentro un film comico. Ho trovato la voce, la prima cosa, quindi ho iniziato a riscrivere le battute dal testo originale improvvisando a modo mio e alla fine tante cose personali sono finite nel prodotto". Per la voce si è ispirato a Papa Bergoglio, "un uomo che mi è molto simpatico, più del suo predecessore Ratzinger, che pure avevo rifatto. Ho una questione aperta con i papi che dovrei affrontare in analisi. In questo caso Bergoglio l'ho usato come modello per trovare timbro, suoni e ritmi".
Lillo è un suo amico personale, vero?
"Il nostro incontro si perde nella notte dei tempi, ma non eravamo così vicini. Poi è entrato nel Caso Scafroglia e nell'Ottavo nano e abbiamo scoperto affinità. La comicità è un linguaggio, passiamo serate a cena divertendoci molto, con amici fatti come noi".
Guardando il film, la sensazione è che si sia mosso con grande libertà. È sempre stato così? O invece l'entusiasmo era calato e ora è tornato?
"La seconda che ha detto. Ho avuto degli anni un po' più faticosi e ora ho ripreso a divertirmi e a buttarmi nelle cose con meno puzza sotto il naso. Mi diverto molto a realizzare lavori che penso e che scrivo, ma mi diverto a fare l'attore e prestarmi ai progetti di altri. È un bel mestiere".
Nella sua biografia su Wikipedia si legge più volte "genio della comicità".
"Sono preoccupato perché la parola genio si usa con troppa disinvoltura. Quando devi parlare di Einstein che dici? Super, super genio? Mi fa ridere ancor di più quando mi chiamano maestro. È un appellativo che si dà, di solito, ai vecchi e non mi sento ancora così".
La venerazione dei fan è diventata un ostacolo di cui liberarsi?
"Forse sì. Considero una parte del mio lavoro fatta in gioventù molto bella, la guardo con piacere ma non con nostalgia. La considero conclusa. Ma con la rete succede, e mi fa piacere, che i giovani vengano a scoprirti, gente neanche nata quando noi avevamo già finito. Vuol dire che alcune cose sono ancora vive e vengono rievocate. A volte viene voglia di riprenderle, magari a teatro, ma oggi sono attratto da cose diverse. Per molti anni ho fatto solo quelle, mi sono privato di occasioni in cui provarci, mi sono concentrato soltanto sulla mia produzione, sulle mie cose, ho fatto quasi zero cinema e altre esperienze che adesso mi sembrano importanti".
Il cinema le è piaciuto fin dall'inizio, dai tempi della sceneggiatura di Millenovecentonovantadieci. Non diventò un film.
"Come fa a saperlo? Era un road movie strano, con l'inseguimento di una rockstar italiana che era scappata, ricordo che doveva esserci Pierfrancesco Loche. Era il 1998, non se ne è fatto nulla".
E di Fascisti su Marte a Venezia che ricorda?
"Anche quello è stato riscoperto dopo, con le piattaforme. All'epoca non fu un gran successo, oggi si capisce anche di più. Anche Il caso Scafroglia era un programma clandestino che vedevano in pochi, All'epoca era un oggetto strano, ora si capisce molto di più. L'idea del film venne a Domenico Procacci di Fandango. Tutto nasce come una microserie, nel 2003 decidiamo di completare la storia pensando a una videocassetta. Un lavoro senza sceneggiatura che giravamo la domenica, in amicizia, ci ritrovavamo nelle cave con questi vestiti pesantissimi addosso. Io aggiungevo scene su scene, a Venezia portammo un work in progress. Tutto girato con le telecamere beta digital, oggi con il telefonino farei dieci volte meglio. Il cinema, però, mi piace, mi piacerebbe... Mi diverto molto a scrivere, ho iniziato come autore, e mi considero più un autore che un attore. Mi intriga di più, negli ultimi anni sono tornato a scrivere più per me che per gli altri. Ho tonnellate di file pieni di cose scritte senza pensare alla loro realizzazione. Sì, vorrei un nuovo film".
Le serie le vede? Per il narcotrafficante di Gli idoli delle donne ha pensato a Narcos?
"Non mi piacciono le serie crime, non ho nessun fascino per il crimine e i criminali. Ho iniziato Gomorra, scritta e realizzata meravigliosamente, ma il mio impulso è di dire: "Arrestateli immediatamente", mi rifiuto di entrare nei personaggi. "Chiamate la polizia subito e chiudiamo alla prima puntata".
Lei ne prepara una.
"Sì, un progetto che sto scrivendo con un collega. Ce l'ha chiesta Palomar, una serie comica, per ora otto trattamenti, questa estate iniziamo le sceneggiature. Ho diversi romanzi mollati, spero che vedano la luce prima di rimbecillire definitivamente. Mi piacerebbe fare il regista delle mie cose, spero che nei prossimi anni riuscirò ad orientarmi in modo più fermo in questa direzione. Raccolgo materiali che faccio fatica a recuperare, scritture titaniche senza capo né coda, con idee, battute, pezzi di canzoni, note per la spesa 'ricordati il detersivo dei piatti'. Ogni tanto faccio le pulizie di Pasqua".
Scrivendo ride?
"Sì, sono il primo spettatore delle mie cose. Poi non amo rivedermi. Quando vanno in onda i miei lavori, li evito".
Non ha visto Lol?
"No, anche se ne ho visto tanti pezzetti, mi hanno bombardato. Devo mettermi un giorno e vederlo tutto con una bottiglia di vino, non l'ho ancora fatto. Mi dicono di cose che non ricordo di aver detto e fatto. È una maratona pazzesca da cui estraggono le tre ore. È divertente, c'è il gioco. Non è che tutti fossimo così concentrati sul non ridere, ma si sta talmente a lungo con quella compagnia nel loft che l'adrenalina crolla, attraversi vari stadi emotivi. A un certo punto ci si rilassa, anche con Virginia Raffaele sono venute fuori battute in modo spontaneo, ed è divertente. C'è una parte di Lol su cui non hai controllo".
Quando Virginia ride, perde, l'abbraccia: è una dichiarazione d'amore.
"Il finale mi dicono sia stato commovente. Pare che io abbia detto loro 'vi restituisco le vostre vite'".
È virale, a proposito della rete, l'aggiornamento di Grande raccordo anulare. Qual è la genesi della canzone?
"C'è stato un periodo in cui ho abitato alla periferia di Roma, per due anni. E tutti i giorni dovevo fare il Grande raccordo anulare. Ricordo che cominciai a cantare le uscite, in macchina. Era un gioco che facevo con me stesso per passare il tempo. La cosa buffa è che quello che rimane di te e che ricordano tutti è spesso la realizzazione meno pensata. Gli 'mbuti di Vulvia non li ricordo".
Venditti che reazione ebbe?
"Alla fine l'ha presa bene. Era un po' preoccupato, inizialmente, poi ha iniziato a divertirsi e nel 2002 mi ha invitato a cantarla insieme sul palco. La cosa pazzesca è che oggi è su Spotify la canzone è attribuita, autore e performer, a lui, e non saprei con chi protestare".
Com'è stato ritrovare i colleghi di Boris nella nuova stagione, un omaggio all'autore Mattia Torre.
"Mattia non ci pensava per niente a fare Boris quattro. Dopo la morte di Mattia, e grazie al fatto che durante la pandemia molti hanno scoperto Boris su Netflix, siamo tornati su questa storia. Eravamo tutti spaventati, era come I tre moschettieri vent'anni dopo ... Io non sono per scomodare le cose finite, ma è stato divertente, nostalgico e commovente ritrovarci insieme in un contesto completamente cambiato. Boris satireggiava le fiction di RaiUno e Canale 5, un mondo che si va estinguendo. Il nostro non sarà identico al vecchio Boris, ma a noi ha fatto ridere"
La tentano le imitazioni dei politici?
"Non mancano gli spunti. Il problema rispetto ai miei tempi è che i politici oggi sono autonomi, loro stessi danno già la versione satirica e paradossale. Boris Johnson fa parecchio ridere, e infatti credo che ogni tanto mi divertirò a comparire in televisione quando ci sarà l'idea giusta".
Che cosa le ha fatto tornare il sorriso?
"Non lo avevo perso. La mia partecipazione a Lol dipende dall'aver trascorso due anni chiuso in casa con la pandemia. La clausura ha creato uno stimolo, lo stesso per cui la gente ora riempie i teatri".
Ha detto che si era pentito di averlo accettato, invece ora è contento.
"Ho fatto onestamente una follia, immagino di averlo fatta apposta. Sono contento, mi sono divertito. Era una cosa lontana da quel che avevo sempre fatto, un atto auto-eversivo che solo gli altri schizofrenici possono capire".
Qual è il senso della comicità oggi? Cosa cambia e cosa invece è universale?
"Penso che la comicità sia un linguaggio in evoluzione, quindi, cambia con i tempi. È vero che ci sono dei grandi classici per cui uno può rivedere certi film di Totò e ridere ancora però è anche vero che si evolve, si articola con il linguaggio. Le piattaforme hanno permesso ai giovani di vedere serie che in Italia non esistevano. Da una parte c'è stata un'apertura verso nuove cose e più moderne. penso anche a Ricky Gervais...Sono arrivati dei comici e umorismi che prima si frequentavano poco, a parte i nerd come me. Dall'altra i social credo siano una grande palestra di ironia e di umorismo - anche dileggio ma insomma - di questo linguaggio. Per cui è possibile che alcune cose siano considerate giustamente vecchie, poi diventeranno vintage, il bello di invecchiare è che prima sei fuori gioco poi diventi vintage e ritorni attuale".
Cosa pensa del politicamente corretto?
"Adesso c'è un eccesso che può condurre soltanto alla catastrofe. È sempre una lotta, vale anche per la censura. Il comico come il magistrato si deve un po' auto regolamentare....Quante volte a noi è capitato d'aver detto a una cena, in un momento, una battuta che in quel momento ci sembrava esilarante poi il giorno dopo a casa: "oddio ma cosa ho detto?". Il comico deve essere libero, ma si deve porre dei limiti. Le offese inutili e crudeli non fanno ridere. Ci sono dei comici, anche americani, che sono attratti - il che è puerile - dal dire cose che, più che far ridere, siano forti, facciano dire "ooh" al pubblico. Si tratta di un gioco di equilibri su cui ognuno dovrebbe sapersi regolare."