Alla galleria di biopic musicali che continuano ad arrivare in sala – c’è grande attesa per l’Elvis di Baz Lurhmann al Festival di Cannes, si aggiunge il potente ritratto che Andra Day fa di Billie Holiday per Lee Daniels. In Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, appena arrivato in sala, scritto dal premio Pulitzer Susan-Lori Parks e trasformato in un melò dal regista di The butler, la cantante è l’elemento più convincente, per l’interpretazione sofferta, tra sensualità, malinconia e passione civile e le incredibili esibizioni canore. È stata candidata all’Oscar e ha vinto un Golden Globe. Negli anni Quaranta l’icona della musica jazz Billie Holiday collezionava successi nel mondo, mentre il governo federale statunitense ne faceva il capro espiatorio in una battaglia contro la droga, prendendo di mira la sua fragile e complicata vita, che si spegnerà nel ’59, a soli 44 anni. La…
Alla galleria di biopic musicali che continuano ad arrivare in sala – c’è grande attesa per l’Elvis di Baz Lurhmann al Festival di Cannes, si aggiunge il potente ritratto che Andra Day fa di Billie Holiday per Lee Daniels. In Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, appena arrivato in sala, scritto dal premio Pulitzer Susan-Lori Parks e trasformato in un melò dal regista di The butler, la cantante è l’elemento più convincente, per l’interpretazione sofferta, tra sensualità, malinconia e passione civile e le incredibili esibizioni canore. È stata candidata all’Oscar e ha vinto un Golden Globe. Negli anni Quaranta l’icona della musica jazz Billie Holiday collezionava successi nel mondo, mentre il governo federale statunitense ne faceva il capro espiatorio in una battaglia contro la droga, prendendo di mira la sua fragile e complicata vita, che si spegnerà nel ’59, a soli 44 anni. La vera missione era impedirle di eseguire Strange fruit, canzone di denuncia contro i linciaggi del governo degli Usa e contributo essenziale al Movimento per i diritti civili.
È lei a cantare tutti i brani nelle esibizioni del film.
"Sì, sono solo e sempre io. Nel momento in cui ho smesso di fuggire dal film, che mi terrorizzava, ho iniziato a lavorare proprio ai concerti: era fondamentale che la voce fosse mia, nei dialoghi e nelle canzoni. Da fan di Billie Holiday essere in grado di cantare la sua musica, vivere con lei è stata la più grande sfida della vita. Arrivare a quella voce è stato un viaggio".
Ha scoperto Billie Holiday e la sua musica a 11, 12 anni. Ricorda la prima volta che l'ha ascoltata?
"Me la fece conoscere un insegnante di canto. Ho sentito Sugar e Strange fruit. Qualcosa di completamente diverso da quel che conoscevo, mi ha colpito profondamente. E la sua voce mi ha confusa, diversa da Whitney Houston o Aretha Franklin. Mi ha coinvolta, catturata, ferita. Allora non mi piaceva il suono della mia voce, anche oggi non lo amo, ma lo accetto. Mi commuoveva che lei fosse davvero tutta nella sua voce. E poi Strange fruit, anche se allora non ero del tutto consapevole di cosa ascoltavo, intuivo fosse importante".
Quando ha scoperto, oltre alla canzone, la storia dolorosa e straordinaria di questa donna?
“Sapevo fin da piccola, ero fan, che il governo l’aveva braccata. Ho scoperto poi che sacrificio sia stato per lei cantare quella canzone. La sua forza nel sopportare il dolore, la sua fede nel lavoro ci ha unite, i nostri spiriti sono fusi insieme. Ho lavorato sul dialetto, trovato il modo di infonderle il mio vissuto, sposare queste due cose. Per la voce, mi sono aggrappata al suo modo di cantare, alla sua risata così inconfondibile, al suo respiro. Ho fatto tante ricerche, riletto La signora canta il blues, e poi With Billie, un libro su Billie Holiday e i suoi cani, e ogni articolo scritti su di lei. Ogni dettaglio è stato importante, anche nella trasformazione fisica: gli occhiali colorati, i capelli tagliati, il suo profumo preferito, la perdita di peso, il suo bere e fumare sigarette – cosa che non faccio, così come non impreco - Ogni dettaglio che ho trovato è stato importante".
Strange fruit, cosa simboleggiava politicamente e perché è stata percepita come una tale minaccia dal governo?
"Prima di tutto rappresentava la libertà, l’unità. Billie è stata una delle prime artiste, non la prima, ma è stata una delle prime a integrarsi. Esibirsi alla Carnegie Hall è stata una cosa enorme, soprattutto per lei. Era appena uscita di prigione, era magnetica, influente, univa le persone. E usava la canzone per parlare del terrore razziale in America, per parlare di linciaggio. Questo ha spaventato l'establishment, era una sfida al tipo di cultura generale dell'epoca in America. Ed è stata una sfida e una minaccia al loro sfruttamento, al loro ego: come osava questa donna nera? La sua dedizione, la forza nel proseguire malgrado il prezzo da pagare mi ha commosso".
Com’è stato per lei interpretare la canzone?
"L’ho cantata innanzitutto per la troupe e il cast. Essendo una nera in l'America, ho dovuto aggrapparmi al dolore personale, al dolore familiare, al trauma e alle cose vissute. Un linciaggio è uno spettacolo orribile, basterebbe a sconvolgerti. Ma io ho potuto attingere al vissuto, comunità noi siamo fin troppo familiari con questo livello di tragedia, di perdita. I familiari e le persone che ci assomigliano muoiono costantemente, è una violenza che ci è stata imposta da tanto tempo. Ho provato disagio per il fatto che io, dopo tanto tempo, potessi ca pire così intimamente quel che aveva vissuto lei".
Quando ha capito che voleva cantare, quando ha iniziato ad amare il cinema?
"Penso che i miei primi ricordi di cantare e realizzare che potevo cantare risalgono a sei anni. Cantavo Whitney Houston, Aretha, Stevie Wonder e Luther Vandross. Erano i cantanti che ascoltava mio padre e ricordo che cantavo con lui o mamma in cucina. La casa aera piena di musica. Dalla prima media ho frequentato una scuola di arti dello spettacolo, ho fatto danza, sapevo che avrei voluto essere un’artista. E poi sono cresciuta nella musica. LA mia prima esibizione ai Grammy è stata un miracolo. Ricordo ache che avevo mal di gola prima della mia esibizione, dovevo cantare Rise Up e non avevo voce, un medico mio amico mi ha fatto una sorta di terapia e non so come la voce è uscita".
Qual è stato il momento più difficile della carriera?
“C’è stato un periodo in cui, per la prima volta, mi sono arresa. Ed è stato proprio prima che scrivessi Rise Up. A un mio amico era appena stato diagnosticato un cancro, la carriera era del tutto stagnante, ogni sacrificio inutile. E poi quel brano è esploso, ed è diventato una benedizione perché mi sono rialzata davvero. Certo, ho conosciuto momenti molto più drammatici, ma coinvolgono altri membri della famiglia e non ne voglio parlare, perché entrerei nelle loro vite".