'Nulla di sbagliato' i bambini raccontano il lockdown dalla loro cameretta
di Emanuela Del Frate , di Emanuela Del Frate"Cercherò di starmene per conto mio e di non fare nulla di sbagliato". È la confessione notturna di Riccardo, 11 anni, una videocamera fissa davanti a sé, nel buio della sua cameretta. Proprio lì, dove, di solito, agli adulti non è concesso entrare. A lui e ad altri nove suoi coetanei è stato chiesto di tenere un videodiario. Il tempo che devono narrare è quello dilatato, rubato dal lockdown imposto dalla pandemia. Nulla di sbagliato è il film di Davide Barletti (già regista di Italian Sud Est con Lorenzo Conte e La guerra dei cafoni, che gli è valsa una candidatura ai David) e Gabriele Gianni, presentato in anteprima e in concorso al Biografilm festival di Bologna in una sala Mastroianni piena, come non si vedeva da tempo.
Un viaggio fatto in punta di piedi in un mondo così poco considerato da politica e adulti in generale. Una generazione sospesa, che si è trovata a vivere il delicat…
"Cercherò di starmene per conto mio e di non fare nulla di sbagliato". È la confessione notturna di Riccardo, 11 anni, una videocamera fissa davanti a sé, nel buio della sua cameretta. Proprio lì, dove, di solito, agli adulti non è concesso entrare. A lui e ad altri nove suoi coetanei è stato chiesto di tenere un videodiario. Il tempo che devono narrare è quello dilatato, rubato dal lockdown imposto dalla pandemia. Nulla di sbagliato è il film di Davide Barletti (già regista di Italian Sud Est con Lorenzo Conte e La guerra dei cafoni, che gli è valsa una candidatura ai David) e Gabriele Gianni, presentato in anteprima e in concorso al Biografilm festival di Bologna in una sala Mastroianni piena, come non si vedeva da tempo.
Un viaggio fatto in punta di piedi in un mondo così poco considerato da politica e adulti in generale. Una generazione sospesa, che si è trovata a vivere il delicato passaggio tra infanzia e adolescenza in piena pandemia, cui il Covid ha probabilmente sottratto più che alle altre. E su cui gli adulti si sono probabilmente posti poche domande. "Ho disegnato i miei compagni, ma io non so come sono, non li ho mai visti senza mascherine, non so come sono nella realtà", dice una bambina. Riccardo guarda il parco sotto casa e sospira: "Era bello, da piccolo, prima del lockdown, quando potevo giocare fuori". Barletti e Gianni hanno deciso di "lasciare il dispositivo del racconto nelle mani dei giovani protagonisti per provare a capire cosa hanno vissuto in questi anni sospesi i preadolescenti della 'generazione Covid', ancora troppo giovani per essere considerati degli adulti, non abbastanza grandi per far sì che la loro condizione rappresenti un problema sociale. Rimanendo osservatori silenziosi del mondo, privi di una narrazione pubblica che li riguardi davvero". Sono riusciti, così, a far uscire i piccoli protagonisti dalla "dimensione TikTok", come dice Gabriele Gianni, "dove è richiesta la performance veloce, per entrare in una più introspettiva". Ne è nato un film fatto dai piccoli che, però, parla soprattutto a noi adulti. "Dietro", raccontano i due registi, "c'è un meccanismo pensato per suggerire all'adulto di ascoltare, di non interrompere, di provare per una volta ad abbandonare stereotipi e luoghi comuni sulla scuola e su ragazze e ragazzi".
"Preferisco parlare col cuore e non come un personaggio"
"Ogni ragazzo ha il suo modo di filmare unico" raccontano Barletti e Gianni, "è come una vera e propria calligrafia, noi non cercavamo di sovrapporci a loro, ma al contrario di stimolare la loro creatività, cercando di rompere quei moduli narrativi che avevano appreso dal linguaggio dei social". Nulla di sbagliato diventa così un collage delicato da cui emergono prepotenti incubi, sogni, paure: "Ho paura di crescere troppo velocemente, di non poter più fare le cose che faccio ora, come piangere e andare in braccio a mia mamma". In cui non mancano storie di razzismo: "Io fin da piccola ero una bambina molto sola, mi prendevano in giro perché avevo la carnagione più scura, mi creava disagio, ma mantenevo la mia dignità, non piangevo davanti agli altri". Quelle di bullismo: "Per me la vergogna è come la paura, continuerai a sentirla dentro". Ma non mancano le amicizie più che speciali, come quella che lega Lorenzo e Matilde. O i sogni, come quello di incontrare "il ragazzo che mi ami davvero, non che sia innamorato. Non cerco quello perfetto. Tanto nessuno è perfetto, neanche Dio lo è". Ragazze e ragazzi che hanno avuto la forza di mettersi a nudo scaraventando lo spettatore nei mondi intensamente grandi degli adolescenti. Con una sensibilità e un'umanità cui gli stessi registi ammettono di non essere stati affatto preparati. "Non bisogna solo essere il copione ma essere il personaggio del copione", racconta Riccardo, sempre nel buio della sua cameretta. "A volte mi sembra che la mia vita sia una sitcom e io non voglio che lo sia. Preferisco parlare col cuore e non come un personaggio".
"Il tempo è tutto. Il futuro è un enorme buco nero"
Il film nasce da un progetto lungo anni, portato avanti da Cinemovel (che produce il film) con Ciai, a laboratori di cinema che hanno coinvolto classi di prima media disseminate in varie città. E a cui pandemia e Dad hanno imposto la ricerca di nuove forme: è nato così il progetto dedicato ai Diari del tempo. Sei le scuole coinvolte cui i due registi hanno prima introdotto il tema del progetto: "Il tempo, nelle sue quattro declinazioni. Il passato, il presente, il futuro e il tempo onirico dei sogni". E a cui hanno lasciato un kit appositamente progettato: "Per permettere di appropriarsi dei diari ed esprimersi creativamente sia con il disegno che attraverso parole o audio messaggi". Poi il secondo lockdown, i continui periodi di Dad alternati alle lezioni in presenza. Il laboratorio di cinema diventa un laboratorio a distanza, come pandemia impone. La voglia di due registi di dar voce a una generazione non ascoltata lo trasforma in strumento privilegiato di comunicazione. Barletti e Gianni hanno fatto poi commentare i diari ai ragazzi coinvolti, davanti a due videocamere, controllate da remoto. E poi dato a 10 di loro piccole videocamere stimolandoli a filmare tutto: "Abbiamo cercato", raccontano "di non dirigere e di non incanalare gli argomenti e i temi lasciando totale libertà". Non è stato affatto facile, c'erano molte storie che avremmo voluto inseguire, oppure che ci siamo accorti in montaggio di averle scartate. Ma il più delle volte era una sensazione di poter parlare in maniera autentica con loro. Quello che ricercavamo era la capacità di lasciarsi andare in una sorta di flusso di coscienza, che non è quello di noi adulti, ma quello che solo i ragazzi e le ragazze che hanno questa età sono in grado di esprimere. La preadolescenza è un'età in cui l'immaginazione ha un potere sconvolgente, che confonde con il piano della realtà". E nelle sequenze del film si ha proprio la sensazione di immergersi in questa dimensione. "Il cinema del reale in remoto", continuano "apre a possibilità nuove, permette punti di vista inediti che in presenza è difficile ottenere, soprattutto nei contesti in cui è impossibile girare, il nostro compito diventa quello di facilitare un processo, far dimenticare la videocamera, e attivare un flusso di coscienza o un'osservazione il più possibile invisibile e intima".